De Villepin sfida gli studenti: non ritiro il piano sul lavoro

All’inizio di una settimana che prevede ben tre giornate di mobilitazione sociale (domani, giovedì e sabato), Dominique de Villepin ha giocato ieri la sua ultima carta, spiegando al tg delle 20 il senso e gli obiettivi della sua riforma del mercato del lavoro. Stu-
denti, sindacati e opposizione gli chiedono ormai una cosa sola: il ritiro puro e semplice della legge che istituisce il Cpe (contratto di primo impiego). Ma il primo ministro non vuole e non può indietreggiare: «La legge che è stata votata sarà applicata», ha confermato ieri sera. Ciò detto, ha però aperto più di uno spiraglio alla revisione e all’arricchimento della legge, nel tentativo di rassicurare i giovani che vedono in quella normativa soltanto un ulteriore aumento della precarietà. La sostanza della legge tanto discussa è la seguente: contratti di assunzione a tempo indeterminato, per i giovani fino a 26 anni, ma con la possibilità per il datore di lavoro di licenziare, senza fornire alcuna giustificazione, per i primi due anni. De Villepin ha proposto nuove garanzie: che il nuovo assunto venga «accompagnato» da un referente sociale, che segua passo passo il suo percorso professionale; che vi sia, in caso di licenziamento, un «complemento di remunerazione», oltre all’indennità di disoccupazione già prevista; che l’applicazione delle legge venga monitorata ogni sei mesi dal governo assieme alle parti sociali, sindacati e padronato; che fin dalle prossime settimane si apra un tavolo con i sindacati che abbia come obiettivo specifico la lotta alla precarietà. Il capo del governo, denunciando «grandi malintesi e strumentalismi», ha puntigliosamente ricordato che il Cpe offre, contrariamente a tutti i «contrattini» che costituiscono anche in Francia la giungla del mercato del lavoro, le garanzie di un contratto a tempo indeterminato: il preavviso (di un mese) in caso di licenziamento, un’indennità di rottura contrattuale unilaterale, un’indennità di disoccupazione (di 7 mesi, per esempio, qualora il licenziamento intervenisse dopo sei mesi). «Molti giovani in Europa – ha detto de Villepin – sarebbero felici di avere un simile contratto», e ha ricordato che assumere per licenziare subito dopo non è, in linea di principio, nell’interesse di nessun datore di lavoro. L’opera di de Villepin, ieri sera, è stato un tentativo di spiegazione e di pedagogia. Il primo ministro sa bene che il movimento di protesta si trova su uno spartiacque: o questa settimana si generalizza, ben oltre le organizzazioni universitarie che fanno capo al Ps e al Pcf, oppure perde vigore e si affloscia. De Villepin ha giurato e spergiurato che «la posta in gioco non è personale». Ha negato ogni intento di riforma «ultraliberale», invocando invece una buona dose di «pragmatismo». Ha respinto l’accusa di «arroganza», giustificando il fatto di aver posto la mozione di fiducia all’Assemblea (dopo 135 ore di dibattito) per non perdere tempo nella madre delle battaglie, quella contro la disoccupazione giovanile. Ha ricordato cifre pesanti: il 40-50 per cento di senza lavoro nelle banlieues che s’incendiarono solo pochi mesi fa, la media record di 23 per cento tra i giovani francesi. Nelle sue intenzioni, il Cpe si rivolge proprio ai più sfavoriti, a quei giovani che inanellano un co.co.co dopo l’altro, senza che ne resti traccia in un curriculum e senza che ne derivi alcuna garanzia. I prossimi giorni diranno se de Villepin è stato convincente. I leader sindacali e studenteschi, e tantomeno quelli politici, non gli concederanno nulla.