«Dati falsi sull’uranio»

«I morti da uranio impoverito non sono 28 come afferma la relazione del ministero della Difesa, ma 45. I malati 306 e non 158, e tra questi ci sono anche tre donne». A parlare è Domenico Leggiero, responsabile del comparto Difesa dell’Osservatorio Militare che, all’indomani del resoconto parlamentare sullo stato di salute dei militari italiani impiegati nei territori dell’ex Jugoslavia, non riesce a trattenere l’indignazione per i dati diffusi l’altro ieri dal dicastero di via XX settembre. La discrepanza tra il documento «ufficiale» e le cifre in suo possesso è considerevole, quasi il doppio. «L’errore di fondo del ministero della Difesa – denuncia Leggiero – è quello di basarsi su una stima parziale dei decessi, escludendone una parte, come i carabinieri e gli uomini della Croce rossa, che hanno anch’essi partecipato alle missioni in Bosnia e Kosovo». Secondo gli studi effettuati dall’Osservatorio Militare, il problema non sarebbe però circoscritto solo ai Balcani. Tra i malati, infatti, figurerebbero «una quindicina di militari in azione in Iraq e in Afghanistan, ma che in precedenza non erano stati impiegati in missione nei Balcani».
A confutare i dati della commissione d’inchiesta, costituita il 22 dicembre 2000 dall’allora ministro Mattarella e presieduta dal professor Mandelli per accertare decessi sospetti di militari in missione nei Balcani, è anche Falco Accame, presidente dell’Anavafaf, associazione italiana assistenza vittime arruolate nelle forze armate. Secondo l’ex presidente della commissione Difesa, da sempre in prima linea nel denunciare i rischi per la salute legati all’esposizione di proiettili all’uranio impoverito, il dato «è certamente molto sottostimato e comunque i casi di infortunio grave o morte riguardano non solo la Bosnia e il Kosovo ma, nei Balcani, anche Albania e Macedonia dove hanno operato i nostri reparti».
Non solo, il numero crescerebbe se solo venissero presi in considerazione tutti i casi che riguardano la Guerra del Golfo nel 1991, l’operazione Restore Hope in Somalia nel 1993 e ancora casi nei poligoni interforze italiani. «Non è da sottovalutare – prosegue Accame – che il numero di casi conosciuti è condizionato dal fatto che molti colpiti da malattia per motivi di privacy non rendono nota la loro situazione e molti militari, specie quelli a ferma breve, non la rendano nota per paura di perdere il loro posto di lavoro e quindi lo stipendio». Sul perché la Difesa abbia diffuso dati parziali e non corrispondenti alla realtà, Leggiero non ha dubbi: «Semplice, siamo a quattro giorni dalle elezioni e il governo era in forte ritardo sui tempi di lavoro della commissione. Pur di fare uscire dati, lo ha fatto senza verificarli. Questo è un atteggiamento a dir poco inaccettabile, oltre ad essere offensivo verso gli ammalati e le famiglie delle vittime».