Dati della catastrofe demografica nella Romania capitalista

da http://imbratisare.blogspot.com/2011/06/datos-de-la-catastrofe-demografica-en.html
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

La natalità scende, il tasso di mortalità è tra i più alti d’Europa, la speranza di vita è bassa e l’emigrazione continua a battere ogni record: questi sono i dati che forniscono gli specialisti dell’Istituto Nazionale di Statistica (INS), lanciando un allarme sulla drastica diminuzione della popolazione rumena nel 2011, confrontandola col censimento del 2002.

Ma che cosa speravano? Quando un popolo è spogliato dei propri diritti basilari, la sua ricchezza è saccheggiata ed è obbligato a vivere di prodotti importati e con salari ridicoli, il declino della popolazione è una conseguenza logica (e la sua causa criminale). I dati statistici ufficiali mostrano che la popolazione ha continuato il suo declino in modo costante dal 1990, dopo il colpo di stato che ripristinò la disuguaglianza capitalista. Nel 1990 la popolazione rumena aveva raggiunto il suo massimo storico di 23,2 milioni di persone. Al 2009 questo numero è sceso di 2 milioni e, ad oggi, si pensa di essere arrivati a 3 milioni. Nell’ottobre 2011 avverrà il prossimo censimento della popolazione e le previsioni non sono rosee. Vergil Voineagu, professore dell’Università di Sociologia di Bucarest, stima che “se si arriverà a 18 milioni di abitanti sarà già tanto, ma le previsioni sono peggiori”.

Questo significa che dalla “Rivoluzione” fino ad oggi, i cittadini sono calati di 5 milioni! In quanto alla natalità, è scesa anno dopo anno dal 1990. Allora si registravano 314.746 nascite all’anno, mentre nel 2000 erano già 234.600 e nel 2009, 222.388. Questa tendenza in discesa si è mantenuta e nell’anno 2010 si sono registrate 10.000 nascite in meno che nei periodi precedenti. Con un tasso di natalità del 9,9 per mille abitanti, il livello della Romania sta sotto la media dell’Unione europea, dove il tasso più alto è dell’Irlanda (16,7‰) e della Francia (12,8‰) ed il più basso è quello dell’Austria (9,1‰).

In quanto a mortalità infantile, quella rumena è la più alta di tutta l’Unione europea, dopo quella della Bulgaria, con 10 decessi per ogni 1000 nascite, dato costante dalla “Rivoluzione”. Al contrario, nel 2010 si sono registrati 260.000 decessi (12,1 per 1.000 abitanti), di alcune migliaia superiori agli anni precedenti e 10.000 di più che nel 1990. Anche per quel che riguarda questo parametro, il tasso di mortalità, la Romania occupa i peggiori posti della classifica europea, superata solo dalla Bulgaria (14,2 morti per ogni 1.000 abitanti), Lettonia ed Ungheria (13‰). La speranza di vita media in Romania è attualmente di 73,5 anni, cifra anche questa tra le più basse dell’UE.

In sintesi, i dati statistici mostrano che, dal 1992 la crescita demografica ha assunto un indice negativo e che questa tendenza si è mantenuta così fino ad oggi. Se nel 1992 si avevano 3.462 decessi in più rispetto alle nascite, nel 2009 la tendenza negativa è aumentata fino a 34.825. D’altro canto, secondo l’INS, tra il 1992 e il 2002 (i due ultimi censimenti), almeno 700.000 persone hanno abbandonato il paese per poter sopravvivere (in realtà questa cifra è sottostimata, infatti se già solo si contano gli emigrati in Spagna, la cifra reale dei “deportati economici” potrebbe superare i 3 milioni). La cifra dei lavoratori, forzati ad emigrare a causa della distruzione della ricchezza del popolo rumeno durante gli ultimi 20 anni, continua a crescere, aumentando di più di 10.000 all’anno. Più del 60% degli emigranti sono donne, dato che favorisce anche la caduta della natalità interna, perché in molti casi i loro figli non saranno mai registrati come rumeni, bensì come appartenenti al paese che li ospita. Queste cifre, non sono altro che la dimostrazione palese del genocidio prodotto dal capitalismo sui paesi ex-socialisti: mortalità crescente per la mancanza di lavoro, aumento della povertà, crescita dei prezzi e calo della qualità nell’assistenza sanitaria; natalità in calo, specialmente per la grande emigrazione, alta mortalità infantile (la più alta di tutta l’UE) e più di tre milioni di emigranti forzati, per via della distruzione di quattro milioni di posti di lavoro dal 1990, anno in cui si contavano più di otto milioni di lavoratori, mentre oggi si arriva appena a quattro.