Darwish: «Israele ha paura della pace»

Un premio internazionale, gigantografie dappertutto, la cornice raffinata del centro storico e una suite all’Hotel Sole. L’Aquila accoglie così Mahmud Darwish, straordinaria voce della poesia palestinese, membro del comitato esecutivo dell’Olp fino al ’93, fondatore della rivista al Karmel a Ramallah, dove ora vive. Arriva insieme a Chirine Hajdar, un’impeccabile interprete libanese, capace di restituire il grido e la ragione, tensione lirica e tensione etica dell’autore di Murale (epoché). Ma, d’altro canto, questo premio Laudomia Bonanni, che esplora sentieri arditi fra cultura e accoglienza, ha un timbro femminile: dalla presidente della Provincia Stefania Pezzopane, a Irene Barbi, a Anna Maria Giancarli.

Lei aveva sette anni quando il suo villaggio fu attaccato dalle truppe israeliane. Dovette fuggire in Libano, dove ha vissuto da esule. E ha cantato i peripli di Beirut in uno splendido poema che compare nell’antologia palestinese edita da Manifestolibri. Eppure, quest’estate, raggiunto al telefono dal nostro giornale, non ha voluto esprimersi sulla nuova agonia di Beirut aggredita da Israele. Perché?
Ero assediato dai media che chiedevano al poeta risposte che solo i politici potevano dare. Lo so che non era l’intento del manifesto, le porgo le mie scuse tardive, ma ho voluto sottrarmi al bazar. Oggi vorrei rivolgere una domanda a chi mi chiamava dall’Europa, dicendosi «disorientato» dalla nuova guerra d’aggressione: dove sta l’intelligenza di Israele se, per impedire la resistenza libanese o palestinese, determina le condizioni che la producono? Pensa che le fattorie di Sheeba in Libano siano possedimenti minerari? Non valgono niente, e se si ritirasse, Hezbollah non avrebbe più bisogno di armi. Se Israele non vuole la resistenza palestinese deveritirarsi entro i confini del ’67. Se vuole la pace con gli arabi, deve ritirarsi dal Golan. Cosa fa ancora a Ramallah e a Gaza? I palestinesi chiedono solo il 22% del territorio nazionale storico, tutti i problemi del Medioriente potrebbero finire se ci riconoscessero almeno questo. Gli israeliani sono come i bianchi del Sudafrica e noi i neri. Abbiamo accettato di essere i neri, ma non basta: per loro non possiamo essere né bianchi né neri: cosa vogliono? La mia unica conclusione è la seguente: gli israeliani non sono maturi per questa pace, hanno paura della pace.

Distruggere lo stato di Israele, però, è stato a lungo uno slogan molto frequentato…
Gli israeliani hanno un’ossessione securitaria dovuta a due tipi di paura: una, legittima e comprensibile, dovuta a quel che hanno subito dagli europei. Ma di questo sono stati in parte risarciti a spese della Palestina, e – facendo leva sul senso di colpa dell’Europa – vivono di un credito infinito sul piano morale, economico, militare. Al punto che oggi criticare la politica israeliana equivale all’antisemitismo. Ma c’è un altro tipo di paura che non possiamo risolvere neanche se spuntasse un nuovo Freud: è la paura di ciò che hanno commesso contro di noi. Ma noi siamo pronti a dimenticare e a perdonare se ci restituiscono alcuni diritti. L’odio e il rancore non sono eterni, se la vittima ottiene risarcimento. Sta solo a Israele decidere

Un anno dopo i tragici avvenimenti del ’48, suo padre tornò in Palestina e trovò la sua casa occupata dai coloni. Così si stabilì nel villaggio di Deir el-Asad, vivendo da «profugo in patria», e trasmettendole quel senso di spaesamento che determina le punte più alte della sua poesia. Da dirigente dell’Olp, lei fu contrario agli accordi di Oslo, che si arenarono soprattutto sulla questione del diritto al ritorno. Pensa che oggi sia ancora quello il principale ostacolo alle trattative?
La questione dei profughi non è il grande ostacolo al problema della pace, come vorrebbe Israele. Può risolversi ben più facilmente del problema delle colonie. Nessuno più chiede di far tornare tutti i profughi, né i profughi vogliono tornare in massa in Palestina. E’ passato il tempo. Si tratta di ribadire un principio. Perché possono tornare i profughi ebrei, che sono andati via duemila anni fa, e non possono farlo i palestinesi, cacciati nel ’48? Se Israele è uno stato così forte, potrebbe presentare le sue scuse al debole, e accettare il ritorno di qualche migliaia di profughi. Il diritto al ritorno potrebbe rimanere come testo giuridico. Perché non lo fanno e continuano a favorire i coloni venuti da fuori? Vogliono uno stato ebraico puro? Lo potrebbero fare ritirandosi dai territori dove abitano gli arabi. Perché opprimono quasi 2 milioni di palestinesi in Cisgiordania? Se si ritirano avranno uno stato ebraico puro dove non ci siano arabi. La verità è che, fin dall’inizio, Israele non è mai stato puro perché esisteva anche l’altra comunità, quella araba. Parlano di un pericolo demografico. Un problema che può risolversi in due modi: o restituendo i diritti ai palestinesi, arrivando a una conciliazione e vivendo come buoni vicini, oppure distruggendo con una bomba atomica un intero continente di arabi dentro cui, fin dall’inizio, vive qualche milione e mezzo di ebrei.

Negli ultimi anni, persino in Italia – dove il sostegno alla causa palestinese ha sempre guidato le scelte di politica estera anche di governi anti-popolari – è cambiata la percezione simbolica dei palestinesi, trasformati da vittime a pericolosi e barbari terroristi. Come lo spiega?
Gli israeliani cercano di monopolizzare il ruolo della vittima lungo tutto il corso della storia e non sopportano altri pretendenti. Anche Bush si dice vittima del terrorismo. Ma come fa una vittima a occupare l’Afghanistan e l’Iraq, terrorizzare il mondo intero e avere anche l’egemonia politica in Europa – un’Europa che non è più indipendente come prima? Non tengo al ruolo di vittima. Tra il boia e la vittima c’è una terza via: essere un uomo normale. Gli israeliani non vogliono essere uno stato normale perché potrebbero perdere il loro tratto distintivo e l’unità interna. La vita normale potrebbe sollevare domande sulla natura della società israeliana.

In molti hanno interpretato la guerra del Libano come l’avvisaglia di un progetto di aggressione più ampio alla «mezzaluna shiita» nel quadro del Grande medioriente ipotizzato da Bush.
Mi chiedo se gli americani stessi abbiano una definizione precisa di questo Grande medioriente. Due anni fa parlavano di Nuovo medioriente, termine mutuato da Shimon Peres. Tutti quanti vogliamo un Medioriente nuovo, un mondo arabo nuovo, un Medioriente senza occupazione, dittatura, povertà, analfabetismo, dove non ci sia né tensione né guerra: questo vorremmo noi, ma non capisco quello che vuole Bush. Non posso capire il significato delle sue parole, ma capisco quello delle sue azioni. Mi rendo conto che ha distrutto l’Iraq – che, all’ombra dell’ex dittatura almeno era ancora un paese unificato: gli iracheni erano al sicuro, non c’era un conflitto tra sunniti e sciiti né tra curdi e arabi -, invece adesso c’è un progetto di stato per ogni strada. Se il Nuovo medioriente segue il modello iracheno – ovvero uno stato completamente sgretolato e smembrato – non sarebbe nuovo ma antichissimo: il Medioriente dei tempi delle caverne, prima della nascita del concetto stesso della cittadinanza e della patria, della democrazia e dei diritti umani, un Medioriente barbarico. Per quanto riguarda la guerra, penso non sia il caso di enfatizzarne troppo il significato oltre l’episodio specifico: Hezbollah ha rapito due soldati israeliani per arrivare a uno scambio di prigionieri libanesi, si è trattato di un semplice incidente di frontiera, privo di grandi disegni strategici. Probabilmente Hezbollah non ha calcolato l’eventuale reazione israeliana e Israele ha valutato male la reazione di Hezbollah. E poi, come spesso accade, le guerre creano dinamiche proprie e non sono più controllabili.

A marzo Epoché pubblicherà un libro di interviste in cui lei parla di guerra asimmetrica e del concetto di crimine.
Sono molto disgustato se in Iraq viene ucciso un civile. Ma perché non vedo lo stesso disgusto quando un pilota stermina migliaia di persone come nella strage di Cana? Il pilota ha pigiato un bottone e dopo dieci minuti era a casa sua, magari a giocare coi suoi bambini, e non ha visto che ha ucciso quelli degli altri. Se un crimine viene commesso con l’uso di strumenti sofisticati non esiste? Rapire un giornalista americano è un crimine, ma rapire una patria intera non lo è? Non voglio creare equivoci, io non sto difendendo il rapimento dei giornalisti in Iraq, ma bisogna definire il concetto di crimine: più il crimine è grande più è pulito. Le notizie sull’uccisione dei palestinesi assomigliano al bollettino metereologico, ogni giorno ci sono in media 5 martiri, si muore ai posti di blocco e ai piedi del Muro, ma se l’uccisione diventa routine, nessuno si indigna, la sofferenza diventa noiosa e così pure la solidarietà.

Quale esito prevede per i conflitti interni ai palestinesi?
In quanto cittadino palestinese non capisco come certe persone possano rimanere al potere se non riescono a risolvere questa crisi. Fossi al posto loro, ammetterei il fallimento e passerei all’opposizione. Sembra che il potere segua sempre la stessa logica: quando una persona ci arriva cambia mentalità. Ma intanto, con l’embargo, la società palestinese ha fame e ha spostato l’attenzione dalle questioni nazionali a quelle di tutti i giorni. Quel che sta succedendo è una catastrofe politica, sociale e morale, e non so come la saggezza palestinese riuscirà a risolverla.