Damiano bolla come estremista il superamento dello scalone

Il ministro Cesare Damiano è così impaziente di dar libero corso alla previdenza integrativa – come non manca mai di ricordare, è stato presidente del fondo integrativo dei metalmeccanici Cometa – che ieri ha convocato una conferenza stampa per ricordare all’opinione pubblica l’inizio del conto alla rovescia. Tra gli obiettivi della previdenza integrativa – sottolinea Damiano – c’è il raggiungimento del 40% delle adesioni dei lavoratori. Adesso questa percentuale è ferma al 13%. Ma la notizia è, invece, nel fatto che il ministro del Lavoro, come ha sottolineato in una intervista comparsa sempre ieri sul ”Corriere della Sera” ha stracciato l’abolizione dello scalone, scritto a chiare lettere nel programma dell’Unione, indicandola come «estremista». «Non è un caso che parli di revisione e non di abolizione dello scalone», sottolinea.
«E’ evidente che sulle pensioni non si può oscillare tra due estremi – dice Damiano – cioè tra l’ipotesi di mantenere lo scalone e l’ipotesi di cancellarlo». Damiano in un colpo solo ridisegna i punti cardinali del confronto sulla previdenza: «Bisognerà trovare invece un equilibrio tra la revisione dello scalone, il fatto che la vita media si è allungata e la revisione concordata dei coefficienti di calcolo previsti dalla riforma Dini».
Il ministro Damiano da una parte rilancia come fosse la trovata del secolo la destinazione del Tfr ai fondi integrativi e dall’altra torna a mischiare le acque sulla riforma previdenziale formulando ipotesi che stanno addirittura indietro rispetto a quanto scritto nel programma dell’Unione. E’ così che vuole convincere il 40% dei lavoratori italiani a mettere il Tfr nei fondi? A ricordare l’importanza dell’abolizione dello scalone è il presidente dei senatori del Prc Giovanni Russo Spena. Da escludere, invece, l’ipotesi dei «disincentivi che sarebbe deludente per il nostro popolo», ribadisce l’esponente di Rifondazione, anche perché «nasconde l’innalzamento dell’età pensionabile». Per Russo Spena, le pensioni restano la classica ”buccia di banana” sulla quale il centrosinistra rischia di scivolare nei prossimi mesi, perché è diventato il terreno «per verificare l’egemonia all’interno dell’Unione». Ma, dice il presidente dei senatori di Rifondazione, se «ce la facciamo, poi il centrodestra si disgrega. Lo sa anche Berlusconi». E per farcela, dopo aver «eliminato lo scalone» occorre «andare avanti con calma, senza fretta», dice Russo Spena, puntando all’emersione del lavoro, all’introduzione degli ammortizzatori sociali, per «poi solo dopo uno studio veramente scientifico ragionare su una riforma della previdenza. Perché quello che serve é una riforma vera e propria e noi dei ritocchi», conclude l’esponente di Rifondazione Comunista.
Molto critico nei confronti del ministro Damiano anche il segretario della Fiom Giorgio Cremaschi, per il quale «giocare agli opposti estremismi» vuol dire «scegliere di aumentare l’età pensionabile, magari in misura più attenuata di quanto prevede la riforma Maroni». «Neppure è accettabile – aggiunge Cremaschi – che si continui a parlare di revisione dei coefficienti di calcolo delle pensioni future, magari metnre si afferma la necessità di dare di più ai giovani.
La revisione dei coefficienti colpirebbe infatti prima di tutto coloro che sono oggi più lontanbi dalla pensione, i più giovani, colore che già subiscono i danni del contributivo, ed è perciò socialmente iniqua». Per l’ex sindacalista, ora sottosegretario alla Salute, per sostituire lo scalone potrebbe andar bene un ”sistema a quote”, sopratutto quello che incrociando età enagrafica ed età contributiva porti a quota 92. La quota 92, derivante dalla somma delle due componenti, «consentirebbe di operare in modo armonico per stabilire la data del pensionamento senza ulteriori svantaggi per chi ha cominciato il lavoro negli anni della prima gioventù».
Infine, c’è da registrare che il Civ dell’Inps ha bollato come «inutile» il superbonus introdotto dall’ex ministro del Welfare Maroni. In pratica, le anticipazioni del Rapporto dell’Ufficio di valutazione sottolinea che dei il 55% delle richieste sono venute da lavoratori che avevano già raggiunto i requisiti per la pensione d’anzianità prima della decorrenza del bonus e quindi per l’Inps i risparmi sono stati irrisori.