«Damasco è pronta a resistere se Israele dice no alla pace araba»

È scattato il conto alla rovescia per il vertice arabo e a Damasco si stanno completando gli ultimi preparativi di un evento al quale la leadership siriana assegna grandissimo rilievo. Sul tavolo ci sono l’iniziativa di pace araba nei confronti d’Israele ma anche la crisi libanese – che vede una contrapposizione forte proprio tra Siria e Arabia saudita – e il tema di un fronte arabo unito. Di tutto ciò abbiamo parlato a Damasco con il ministro dell’informazione Muhsen Bilal, uno degli esponenti più in vista del governo siriano.
Ministro, l’iniziativa di pace araba approvata al vertice di Beirut del 2002 e riconfermata lo scorso anno a Riyadh sarà al centro anche di questo summit a Damasco. La stampa nelle scorse settimane ha parlato di novità importanti. Cosa c’è di vero?
La nostra iniziativa è estremamente chiara. L’intero mondo arabo ha offerto a Israele una pace totale in cambio del suo ritiro dai territori che ha occupato con la guerra dei Sei Giorni nel 1967. Lo ha fatto per permettere la nascita di uno Stato palestinese indipendente in Cisgiordania e Gaza con capitale non l’intera Gerusalemme, ma solo la zona Est (araba) della Città Santa: un’offerta eccezionale, fatta in nome della pace. Ma Israele non l’ha raccolta. Perché non l’ha fatto? Perché Israele si considera uno Stato sopra la legge internazionale e perché gode del sostegno incondizionato degli Usa.
Quindi quale posizione assumerà ora il mondo arabo?
La Siria sta ancora aspettando che Israele faccia i passi necessari per completare il percorso avviato tanti anni fa. In sei mesi si potrebbero compiere (al tavolo delle trattative) quei progressi necessari per arrivare a una soluzione di pace ampia, che assicuri i diritti a tutte le parti coinvolte. Ma deve essere altrettanto chiaro che la Siria non può aspettare all’infinito.
Di fronte a una conferma dell’attuale atteggiamento israeliano non pronto a concludere la trattativa, la Siria potrebbe prendere in considerazione altre opzioni, tra le quali la resistenza. Abbiamo visto che la resistenza ha successo: quella libanese (Hezbollah) ha liberato il sud del suo paese e quella palestinese sta mettendo Israele in difficoltà. La via del negoziato però è aperta e sta solo a Israele percorrerla, tenendo presente che non può pretendere che la Siria e l’intero mondo arabo rimangano perennemente in attesa delle sue decisioni.
Il premier israeliano Olmert però qualche giorno fa ha parlato di una possibile ripresa del negoziato di pace, a condizione che la Siria interrompa il suo sostegno ad Hezbollah e Hamas.
Israele non ha il diritto di porre condizioni al nostro paese che chiede soltanto la liberazione di una parte del suo territorio, le Alture del Golan, occupato nel 1967. Piuttosto deve capire in fretta che la pace passa attraverso l’applicazione delle risoluzioni internazionali, la legalità e quindi per il suo ritiro alle linee del 4 giugno del 1967.
Lei parla di unità del mondo arabo mentre sono note difficoltà di rapporti, in particolare tra il suo paese e l’Arabia saudita sulla questione libanese. Si sono fatte insistenti le voci che vorrebbero al vertice di Damasco una partecipazione a basso livello non solo di Riyadh e del Libano, ma anche di altri paesi arabi.
Il vertice annuale è un appuntamento che riguarda tutto il mondo arabo e non solo la Siria. Per questo speriamo che tutti i leader arabi vengano a Damasco. Una partecipazione al massimo livello darebbe più forza alle decisioni che verranno prese.
Parliamo proprio della crisi interna libanese. Lei in una intervista ad ArabWeek ha detto che la Siria è pronta a stabilire in qualsiasi momento relazioni diplomatiche con il Libano.
E lo ribadisco. La Siria è disposta subito a stabilire piene relazioni diplomatiche con Beirut e a definire le frontiere e tutto ciò che è necessario per buone relazioni tra due paesi indipendenti.
Damasco però viene accusata di interferire nelle vicende interne del Paese dei Cedri, di frenare con le sue pressioni la nomina del nuovo capo dello stato libanese e di essere addirittura dietro gli assassinii politici di questi ultimi anni.
Sono accuse totalmente infondate che ci fanno Stati Uniti e alcune parti libanesi con un evidente scopo politico. Certo, nessuno può negare che la Siria abbia una influenza nelle vicende libanesi, ma anche altri paesi influenzano con le loro posizioni la politica interna libanese. L’Arabia saudita non ha forse un’influenza importante su Saad Hariri?(il leader dei partiti che formano la maggioranza di governo in Libano, ndr).
Tutti fanno sentire la loro influenza, non solo noi. La differenza sta nelle relazioni storiche, culturali e sociali che hanno Libano e Siria. Per noi il Libano non è un paese come un altro. Siamo la stessa famiglia che vive in due Stati indipendenti e i legami tra le due popolazioni sono fortissimi. E non può essere certo sottovalutato il dato che la maggioranza dei libanesi, e sfido chiunque dall’affermare il contrario, è favorevole a stabilire relazioni fraterne con la Siria.
Ma in Libano il negoziato tra maggioranza e opposizione è paralizzato. Quale strada, secondo la Siria, porta alla soluzione della crisi?
La scelta sta ai libanesi ma è evidente che senza un’intesa piena sui tre punti in questione – nomina del presidente, nuova legge elettorale e formazione di un governo di unità nazionale – quella crisi non verrà risolta.
Si riferisce in particolare al diritto di veto chiesto dalle forze di opposizione?
Credo che l’opposizione libanese che, in effetti, rappresenta la maggioranza della popolazione, abbia il sacrosanto diritto di far sentire la sua voce in un esecutivo di unità nazionale.
Damasco teme che i partiti dell’attuale maggioranza libanese intendano spostare il paese nell’orbita americana o firmare una pace separata con Israele?
La Siria non può accettare che il Libano diventi ostile nei suoi confronti, perché è un paese fratello con il quale ci sono legami fortissimi a tutti i livelli. Siamo la stessa famiglia e una famiglia deve vivere in armonia.