Damadola

Coraggiosamente, dall’alto dei cieli, forse con un Predator senza pilota, tecnologicamente e automaticamente come per una coazione a ripetere, i generali americani hanno incenerito con un missile le case del villaggio pakistano dal nome quasi fiabesco di Damadola. Ma non è un cartone animato. E’ la zona delle aree tribali tra Pakistan e Afghanistan occupato da centinaia di migliaia di soldati americani ed europei. La Cia lo ha deciso perché, forse, in quelle case si nascondevano il numero due di Al Qaeda Al Zawahiri e, forse, il mullah Omar, leader dei talebani. O forse non era vero. Ma, così, tanto per non sbagliare Bush rilancia di fronte ai colpi subiti ogni giorno dalle forze americane che occupano l’Iraq, verso un’opinione pubblica americana sempre più contraria alla guerra e per inviare un messaggio alla crisi aperta con l’Iran. E’ la guerra santa al terrorismo islamico, dalla quale, forse, doveva venire la trasformazione del Medio Oriente che invece è più disastrato e più esplosivo di prima. Ma Al Zawahiri e il mullah Omar non c’erano, o se c’erano sono «sfuggiti». E’ stata solo una vendetta militare, già scattata contro l’Afghanistan nel novembre 2001 a due mesi dall’11 settembre. Lì, come in Iraq, sono state tante le «Damadola», i target civili colpiti: case, ospedali, scuole, mercati, feste, matrimoni. Nel 2001, 2002, 2003, 2004, 2005 e 2006: è la progressione d’un calendario di morte. Effetti collaterali, o forse no. Bush è, forse – anzi senza forse – un terrorista che con i raid «esporta democrazia», gestisce Guantanamo e alimenta l’altra guerra, quella del terrorismo.

Le uniche certezze sono due: almeno 20 vittime civili, tanti i bambini, con i corpi così dilaniati che non riescono più a riconoscerli. E la rabbia accesa delle donne e degli uomini del villaggio di Damadola che ora fa tremare il Pakistan del «nostro» Musharraf.