Dalle tragedie di Chittagong alle dinamiche interne al capitalismo americano

Due settimane fa in Bangladesh, precisamente a Chittagong e Dacca, un incendio in una fabbrica tessile e un crollo di un edificio industriale hanno provocato la morte di più di cento lavoratori. Queste sciagure, purtroppo non infrequenti, sono interne ad un quadro complessivo, quello che delinea la condizione dei lavoratori delle imprese nordamericane all’estero, che con te vorremmo sommariamente analizzare.

Il quadro complessivo è il quadro della terza rivoluzione industriale, nella quale convivono elementi della seconda, quella della grande fabbrica, con elementi della prima, cioè quella della piccola manifattura in formazione e della piccola classe operaia in formazione.
Questa convivenza rende il contesto estremamente complesso: possono accadere in Bangladesh tragedie accadute cento anni prima a New York e possono ripetersi a Chicago situazioni svilppatesi in altri momenti altrove nel mondo.
Gli aspetti a mio avviso principali della fase che viviamo sono i seguenti: la riduzione e la contrazione, nelle dimensioni, dei grandi agglomerati produttivi e operai, cioè le grandi fabbriche che avevano caratterizzato la seconda rivoluzione industriale, e il processo della esternalizzazione, che può avvenire sia all’interno sia all’esterno degli Stati Uniti d’America.
Queste esternalizzazioni hanno come effetto immediato il tentativo parossistico di ridurre il costo del lavoro: le grandi imprese che esternalizzano prendono per il collo le piccole che lavorano per loro, le quali non hanno altra possibilità che tentare di rivalersi sulla propria manodopera. Il tentativo di ridurre il costo del lavoro diventa quasi un salvagente per gli stessi datori di lavoro, i quali riescono ad ottenere a proprio favore una legislazione che protegge la loro iniziativa anti o pre-sindacale tale da escludere o espellere i sindacati dai luoghi di lavoro. Si crea quindi una situazione di totale mancanza di protezione e di prevaricazione che comporta addirittura, come nel caso di Chittagong, che si chiudano le porte della fabbrica per evitare ai lavoratori di uscire. Questo è il degrado prodotto dalle economie che dai centri scaricano le difficoltà e le contraddizioni sulle periferie: periferie interne agli Stati Uniti e ai grandi centri economico-finanziari ma anche le tradizionali periferie del mondo, le zone di povertà ai limiti dell’Occidente capitalistico.

Questo in relazione al rapporto tra imprese e manodopera. Invece qual è l’atteggiamento, sul piano economico, del capitalismo statunitense nei confronti dei mercati esteri da colonizzare?

L’atteggiamento decisivo è quello che ha preso forma dopo gli anni della grande crisi politica, istituzionale, economica e finanziaria dei primi anni ‘70, cioè il processo di transnazionalizzazione delle grandi imprese. Conglomerate statunitensi (ma non solo, ovviamente), sempre più grandi, che escono dai propri confini sia per esternalizzare il lavoro sia per andare a conquistare i grandi mercati in crescita e in espansione cercando di godere, all’interno di quei mercati, delle condizioni di favore che sono state loro garantite dai governi delle periferie. Gli effetti non sono sempre quelli desiderati, voluti e ricercati dalle grandi conglomerate: per esempio la Corea del Sud ha avuto sviluppi non previsti. Una realtà sociale interamente sottoposta al controllo statunitense ha visto l’accelerazione, grazie al processo dell’industrializzazione, di processi che hanno portato prima di tutto ad abbattere i governi autoritari filo-statunitensi e, in secondo luogo, alla creazione di agglomerati sociali che hanno prodotto una “democratizzazione” della società assolutamente non auspicata dagli Stati Uniti e dalle classi dirigenti che hanno aperto per loro i propri confini.
Gran parte del discorso relativo agli sviluppi delle società e delle economie dell’America Latina segue, negli ultimi anni, un modello evolutivo analogo a quello della Corea del Sud a cui ho fatto riferimento. Per esempio all’interno della società brasiliana la progressiva espansione dell’economia, a cui hanno contributo anche gli Stati Uniti, ha prodotto delle dinamiche che hanno portato alla “autonomizzazione” dagli stessi Stati Uniti. Altrove, come in Messico, invece questo non è accaduto.

Cosa accade, invece, dentro i confini statunitensi? Quali contraddizioni produce il capitalismo americano nelle sue periferie?

All’interno degli Usa gli effetti della re-industrializzazione e della introduzione sempre più spinta e pervasiva dell’automazione delle nuove tecnologie, sia sul terreno della fabbrica sia negli uffici, hanno colpito sia le classi operaie delle grandi concentrazioni sia cospicue componenti di lavoratori che facevano parte dei servizi. Tra gli anni ’70 e ’80 si sono colpiti i colletti blu, negli anni ’90 i colletti bianchi.
Le distruzioni delle grandi concentrazioni operaie della siderurgia, dell’automobile, della gomma hanno avuto effetti devastati su grandi città americane come Detroit, Chicago, Pittsburg e tante altre.
Ma i fenomeni di re-industrializzazione hanno avuto un effetto devastante anche in quelle aree periferiche degli Usa in cui sono state spostate alcune delle produzioni: le grandi fabbriche sono state smantellate, ne sono state costruite di più piccole e più moderne, con meno manodopera nelle fasce meridionali e occidentali degli Stati Uniti, laddove cioè esiste una legislazione che favorisce le aziende e impedisce l’introduzione dei sindacati e che quindi cerca di impedire la costituzione di nuovi agglomerati di classe operaia, che potenzialmente potrebbero riprodurre dinamiche simili a quelle che nel secolo scorso si sono scatenate nelle grandi concentrazioni operaie.
Una conseguenza importante di questo tipo di sviluppo, poi, è la polarizzazione sociale e cioè la divaricazione della distanza tra ricchi e poveri.
Milioni di persone che fino agli anni ’70-’80 erano classe operaia, con protezioni sindacali, previdenze e assistenza medica, e che quindi avevano alti livelli salariali e alcune certezze relative al proprio futuro, hanno subito una letterale devastazione. I livelli di sindacalizzazione si sono molto abbassati, così come le previdenze e le assistenze. Oggi c’è una distribuzione della ricchezza che non ha precedenti negli Usa: il 20% più ricco della popolazione detiene l’83% della ricchezza nazionale; l’80% della popolazione si divide il 17% della ricchezza.
Il numero delle persone senza alcuna forma di assistenza e alcuna forma di previdenza negli Stati Uniti oggi supera i 46 milioni.
Questo stato di estrema difficoltà sociale può provocare rivolte, sollevazioni, fasi di lotte sociali acute. Allora, in un certo senso preventivamente, è stata messa in atto all’interno degli Usa una politica di controllo e repressione sociale che è in grado di prevenire le possibilità della ribellione.
Non sorprende quindi che la società statunitense sia la società in assoluta più carceraria: negli Usa ci sono più di 2 milioni di persone in carcere e un numero straordinario di persone fuori dal carcere in libertà provvisoria o controllata.
Il carcere è una presenza costante soprattutto nei confronti delle minoranze, non a caso le fasce più povere della popolazione. Si è creato un rapporto molto stretto tra la repressione, il carcere e la condizione sociale di povertà.
Dall’altra parte si è sviluppata una società del controllo senza precedenti e senza uguali nella storia mondiale: anche l’istituzione di questi controlli così estesi è funzionale al controllo delle dinamiche sociali e alla prevenzione della rivolta sociale. Dico questo riferendomi non soltanto al periodo seguente al 2001, cioè all’introduzione dei controlli mirati specificamente ai rischi del terrorismo, ma anche a tutti gli anni Novanta.

Questo tuo ragionamento, a cui aggiungo il dato di fatto della crisi “morale” e di consenso del modello statunitense, mi conduce ad un’ultima domanda. È possibile istituire un parallelo tra ciò che avviene all’interno (licenziamenti, legislazione anti-sindacale, sopraffazione, sospensione dei diritti e, da ultimo, politiche di controllo e repressione) e ciò che avviene sul piano esterno, dove il ricorso permanente alla guerra e alla logica militare sembra rispondere agli stessi paradigmi? In altre parole: esiste una simmetria tra l’immensa popolazione carceraria nord-americana e le torture di Abu Ghraib e Guantanamo?

In primo luogo è possibile su di un terreno molto preciso e specifico: esiste una continuità assoluta tra la carcerazione all’interno degli Usa e la carcerazione al di fuori dei confini nord-americani. Esiste cioè una continuità tra il trattamento dei prigionieri negli Stati Uniti e il trattamento dei prigionieri al di fuori degli Stati Uniti, almeno per quello che conosciamo, tenuto conto che esistono veri e propri buchi neri della carcerazione al di fuori dei confini Usa.
In secondo luogo è possibile rintracciare un rapporto, certo meno diretto, sul terreno delle politiche economiche ed istituzionali.
Se noi partiamo dall’analisi delle strategie internazionali degli Usa, impostate intorno al tentativo di esercitare tutti i vantaggi che lo strapotere militare offre in una condizione di unipolarismo, vediamo che la stessa logica, essenzialmente basata sul militare, si riscontra sul piano interno con la repressione carceraria.
Le forme non sono esattamente le stesse, ma la logica è la medesima.
Una stessa logica del dominio si esercita all’esterno e all’interno: è la logica dell’eliminazione delle contraddizioni, dell’imposizione assoluta della propria forza.