Dall’Afghanistan a Marchionne

La conflittualità costante dentro Rifondazione appare in realtà un indicatore della più generale fatica di partiti implicati nel governo di centrosinistra a rapportarsi con i movimenti, i sindacati – accettandone l’autonomo agire – e con la stessa crisi della rappresentanza politica. Il contrasto sul «ritiro dall’Afghanistan», è stato una prima spia. Non solo la polemica con i parlamentari ribelli, ma soprattutto la nota minacciosa della segreteria alle federazioni a non farsi tentare da simpatie per il «ritiro», è stato anche un messaggio al movimento pacifista a non rendersi co-«responsabile» di una caduta del governo – un movimento per altro già diviso di suo su questo punto.
Ma se davvero ogni questione di merito dovesse cedere di fronte alla fragilità dell’attuale maggioranza, allora tale ‘fragilità’ risalterebbe, evidentemente, non solo per i numeri risicati al senato, ma per l’incapacità di accettare una dialettica sociale senza temere di risultare in carenza di consenso «a sinistra» nell’immagine pubblica – e dunque invocando nei fatti il principio del «governo amico». Significativo, sulla missione in Afghanistan, è stato anche contrapporre al no dei parlamentari del Prc, le dimissioni di Paolo Cacciari. «Motivazione etica» è stata definita quella di Cacciari, liquidando così la questione che lui ha posto slla rappresentanza politica. Ossia la contraddizione – non facilmente risolvibile ma non per questo cancellabile – fra il ruolo parlamentare, per definizione sciolto da vincoli di mandato, e viceversa il mandato vincolante di partito agli eletti in parlamento.
La questione si ripropone adesso – e riverbera sul confronto d’autunno sulla finanziaria – per l’ultima proposta di Fausto Bertinotti, che suggerisce un patto sociale della sinistra, del movimento, dei sindacati, con la parte più avanzata della «borghesia» che potrebbe staccarsi dall’insieme padronale, dei poteri forti, prendendo atto della crisi della via del «liberismo». Bertinotti lo pone come nocciolo cruciale di un eventuale allargamento della maggioranza, e segno della capacità di una sinistra di muoversi scartabellando le fila avverse invece di attendere inerte una sconfitta, o fuggire.
Sulle colonne di Liberazione ieri Giorgio Cremaschi, segretario Fiom, ha risposto rifiutando l’ipotesi: col richiamo ad alcune idee che accompagnarono il «compromesso storico» di Berlinguer, e più serratamente ricordando il vero patto sociale di «concertazione» stretto tra padroni sindacati e governo nel ’93, che portò a un decennio di perdita secca dei salari rispetto ai profitti, e a nessun avanzamento di «partecipoazione» democratica per influire sulle decisioni di politica economica e sociale. Accanto a questo intervento, un articolo del direttore di Liberazione Piero Sansonetti si prodiga a chiudere subito un altro eventuale conflitto nel Prc, correndo in appoggio alla proposta di Bertinotti, definita da Sansonetti «delle convergenze conflittuali» (definizione non felicissima in quanto ricalca quelle «convergenze parallele» a suo tempo invocate da Aldo Moro, seppur con una spruzzatina ‘di sinistra’). Infine, il rimprovero a Cremaschi di non fornire una «via d’uscita» in alternativa a quella offerta da Bertinotti. Stupefacente, perché la «proposta» del presidente della Camera appare in verità una fantasmagoria di giochi d’acqua: costruita prendendo spunto da una discorso dell’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne (con alcuni spunti interessanti) per estrapolarne una teoria sulla «borghesia» italiana. Il manager Marchionne specchio di un padronato avanzato? Ma allora perché quel Dpef?