Dal voto un “no” all’occupazione

Bertinotti: «La frase di Fassino sui resistenti che hanno votato è giusta, ma dà ragione al pacifismo radicale e non giustifica alcun cambio di linea»

ROMA
Fausto Bertinotti, segretario del Prc, ha insistito a più riprese in questi giorni per confermare il voto unitario della Gad contro la missione in Iraq. L’ostacolo sono le tentazioni della Fed, in larga parte motivate con il cambiamento radicale del quadro introdotto dalle elezioni.

Bertinotti, condividi le analisi che delle elezioni in Iraq ha dato il congresso dei Ds?

Alla luce della nostra storia e della tendenza alla riduzione della democrazia propria di questa fase della globalizzazione, la democrazia stessa rappresenta un elemento fondativo della critica. Quando si offre una possibilità di voto, per quanto corrotta dalle circostanze, e quando le popolazioni accedono a questo diritto, si mette in moto un processo importante. Il voto è un punto di partenza fondamentale per la partecipazione e il protagonismo di quel popolo.

Un’analisi simile a quella della Quercia…

No, perché secondo me a questo elemento certamente positivo non va assegnato un carattere salvifico ai fini della costruzione di una società democratica e autonoma. Il fatto che la popolazione irachena abbia in parte praticato l’obiettivo non significa che l’obiettivo sia conquistato. L’esercizio democratico ha un valore di annuncio e di speranza, ma siccome avviene in un teatro di guerra, attraversato dal terrorismo e dai suoi frutti avvelenati come la non partecipazione sunnita alle elezioni, non è decisivo per la costruzione della democrazia. Esprime una potenzialità, a cui la guerra impedisce però di diventare realmente ordinamento democratico. Tant’è vero che in elezioni normali ci si chiede chi ha vinto. Qui non se lo è chiesto nessuno, perché l’importante non era l’esito delle elezioni ma solo la partecipazione.

Non rappresentano un rischio anche le affermazioni sciite secondo cui la Costituzione dovrebbe derivare dalla legge coranica…

Ma il segno della guerra è proprio questo: fa sì che l’esercizio democratico, invece di comporre, possa essere utilizzato per dividere.

Anche per te «resistenti sono i milioni di iracheni che hanno votato»?

Non ho proprio nulla da dire contro quell’affermazione. Ma proprio per questo non è possibile attribuire al voto iracheno un carattere costituente. Se il voto è stato una forma di resistenza, significa che bisogna eliminare quello contro cui gli stessi elettori resistono, l’oppressione. Quell’affermazione dà ragione alle forme più radicali di pacifismo. Non vedo come la si possa usare per ridurre le critiche contro la guerra.

Sei d’accordo con la scelta del governo di rinviare il voto sul rifinanziamento della missione?

Secondo me questo governo rischia di rovinare tutto, anche quelle scelte che potrebbero avere qualche interesse. Se davvero si parlasse solo di una mossa fatta per salvare una vita umana io sarei del tutto d’accordo. Sono invece indignato quando sotto traccia si dispiegano meschine furbizie per sottrarsi al voto. In questa situazione tutte le forze civili dovrebbero accettare il rinvio, ma allo stesso tempo confermare che la loro posizione nel merito resterà identica.

Invece qualche tentazione di cambiare posizione sulla missione c’è…

Io fatico anche solo a capire come si possa discuterne. Il dubbio sul rifinanziamento di una missione che tutti, ma proprio tutti, abbiamo considerato di guerra è privo di ragionevolezza politica. Lo si può spiegare, ma non giustificare, in un modo solo: con il tentativo, dopo la rielezione di Bush, di farselo piacere comunque. Sul teatro iracheno non c’è alcun nesso di causalità tra le elezioni e una modifica delle nostre posizioni. Lì c’è ancora la guerra, e c’è il rischio che si trasformi in guerra civile.

Tuttavia Rifondazione non presenterà una mozione sul ritiro delle truppe…

Penso che se tutta la Gad si attesta sul no al rifinanziamento, vale la pena di far prevalere questo punto, che è importantissimo.

Il Pdci sembra invece voler presentare la mozione sul ritiro…

Lo ripeto: se arriviamo a un voto unitario contro il rifinanziamento vale pena di valorizzarlo al massimo.

E se non ci arrivate?

Allora penso che tutte le forze che fanno riferimento al movimento pacifista dovrebbero assumere una posizione comune. Non una mozione decisa da una singola forza senza discuterla. C’è una Camera di consultazione? Bene: allora è lì che deve essere presa una decisione comune.

Come pensi che ci si debba muovere per aiutare Giuliana?

Da un lato sostenendo tutti i canali ufficiali e operativi. Pur non sapendo chi siano gli autori del sequestro, dobbiamo lavorare come se si trattasse di un atto politico, e quindi creare un clima di dialogo nel paese come facemmo durante il sequestro delle due Simone. In secondo luogo bisogna continuare a sottolineare, come stiamo già facendo, il carattere di questa giornalista, il suo essere una donna di pace, attenta alla causa del popolo iracheno, nemica della guerra di Bush. Infine penso che ci si debba mobilitare, stando attenti a che nessuno si appropri della vicenda, magari attraverso inziative delle istituzioni locali. La manifestazione al Campidoglio dice che questa mobilitazione è possibile.