Dal Sudafrica una lezione di internazionalismo

Dal 13 al 21 dicembre si è svolto a Pretoria (Sudafrica) il Festival mondiale della gioventù e degli studenti. Giunto alla sua 17° edizione il festival rappresenta un appuntamento importantissimo per le organizzazioni giovanili di tutti i paesi del mondo che lottano contro l’imperialismo, per l’autodeterminazione dei popoli e per la sovranità nazionale. Il paese che quest’anno ha ospitato il festival, il Sudafrica, ha un grande valore simbolico: una nazione, un popolo, che ha lottato e si è liberato dal regime di apartheid, da un regime di segregazione che, come evidenzia la dichiarazione finale del festival “fu imposto dalle potenze imperialiste per aumentare il dominio sul popolo sudafricano”. Il valore del Sudafrica non risiede solo nel carattere emancipatore della lotta del suo popolo contro la segregazione, ma sta nel suo ruolo di stato indipendente e di nuova economia emergente slegata dall’imperialismo americano e fuori dalla NATO: un paese che marcia verso la sconfitta delle disparità sociali interne e per un ordine mondiale che respinga ogni forma di conflitto tra i popoli.

Lo slogan del Festival recita: ” per un mondo di pace, solidarietà e trasformazione sociale, combattiamo l’imperialismo”. Questo slogan è stato il filo conduttore che ha legato ogni attività del Festival, dai dibattiti alle conferenze, dai seminari agli incontri tra le diverse delegazioni. Nel corso di queste giornate interminabili, allietate dalla musica e dai canti, i delegati dei paesi di tutto il mondo, dal Brasile alla Palestina, dal Vietnam agli Stati Uniti. hanno discusso freneticamente dei più svariati ed attuali temi: dalla lotta per la pace al diritto alla sovranità nazionale, dall’anti-imperialismo, anti-razzismo, anti-sessismo fino ad arrivare ai processi di riforma dell’istruzione nei vari continenti. La discussione e il confronto intenso su questioni particolarmente delicate di carattere internazionale come Palestina, Sahara occidentale, Cuba, Venezuela, America Latina, India e Asia hanno ricoperto uno spazio rilevante nel dibattito del festival.

Uno degli argomenti dibattuti non poteva che essere la crisi economica. Questa è stata analizzata nei suoi vari aspetti e nei risultati che essa ha prodotto nei vari paesi. Uno degli elementi che vorrei sottolineare è l’analisi che alcune organizzazioni comuniste fanno della crisi dopo averne riconosciuto la drammaticità. La crisi può anche rappresentare un elemento su cui le forze comuniste possono far leva. Badate bene, non la logica del tanto peggio tanto meglio. La crisi sociale prodotta rappresenta un terreno di radicamento per le forze comuniste che con questa crisi economica possono produrre un avanzamento del grado di coscienza delle classi meno abbienti e di quelle in via di proletarizzazione. Con questa crisi si dimostra che è il capitalismo ad essere in crisi e che il cambiamento può avvenire solo rivoluzionando questo modo di produzione.

Con queste analisi e con queste discussioni il confronto con le altre organizzazioni non si è limitato allo scambio di informazioni ed opinioni ma è stato utile per tracciare le linee di fondo del lavoro comune che nei prossimi anni dovremo cercare di costruire.

Questo lavoro comune, oggi, si presenta a livello europeo in forma embrionale e molecolare, magari rivolto ai processi di riforma dei sistemi formativi che oggi si stanno promuovendo sul piano continentale o a quelli relativi al mercato del lavoro. Il nostro obiettivo deve esser quello di dare organicità alle nostre critiche, inquadrandole in un piano di contestazione generale.

Gli eventi del festival sono andati in questa direzione: dai seminari volti all’analisi del ruolo delle istituzioni transazionali che hanno discusso e sviscerato i problemi entro una cornice mondiale, ai workshop che hanno raccontato delle lotte vive nei singoli paesi, fino alle conferenze concluse con indirizzi di condotta pratica e appuntamenti. Il punto forte di ricaduta di questi incontri si è registrato nei meeting bilaterali dove, con le varie delegazioni, si è discussa una agenda da sviluppare nei prossimi mesi.

Tra gli eventi di maggior rilievo va sicuramente ricordato il tribunale antimperialista: per due giorni una grande sala si è trasformata in un aula di tribunale dove hanno trovato spazio le “requisitorie” degli stati sovrani che hanno subito intromissioni ed ingerenze. La sovranità nazionale e la libertà di scelta del proprio governo per molti popoli rimane ancora un obiettivo distante, e laddove queste si realizzano l’interesse economico straniero allunga la sua mano entro i confini di stati sovrani per condizionarne la politica interna a proprio favore. Spesso ciò avviene violando diritti umani e con pesanti e atroci repressioni nei confronti delle forze progressiste.

Alla fine di questo grande evento una delle immagini più belle e evocative del Festival: la delegazione cubana travolge tutta la platea intonando l’internazionale.

Il Festival, l’eterogeneità delle realtà che vi hanno preso parte e la vastità delle esperienze raccontate ci danno la cifra di un mondo che cambia. E il Sudafrica, paese ospitante, è uno dei simboli di questo cambiamento. Paesi sfruttati e popoli oppressi dalle potenze coloniali che oggi tornano alla ribalta rivendicando libertà ed emancipazione nonché un loro ruolo autonomo, indipendente e dignitoso entro il quadro della geopolitica a stelle e strisce. Queste esperienze, seppur con diverse contraddizioni, aiutano ad ampliare il nostro punto di vista su quanto accade fuori dai confini europei.

La bellissima atmosfera di confronto, gli incontri con i compagni delle delegazioni dei vari stati, il clima di solidarietà che in quei giorni ha invaso il Tshwane Events Center, il luogo centrale del Festival, ci mostra chiaramente come i nostri ideali, seppur oggi in crisi qui in Italia, nel resto del mondo stiano imboccando la strada della loro concretizzazione, altre gambe su cui camminare. Milioni di persone nei propri paesi portano avanti la battaglia per la trasformazione sociale.

Il carattere internazionalista della nostra battaglia va oltre la crisi che in questa fase stiamo vivendo e ci aiuta a capire che siamo parte di un processo che da anni avanza verso il cambiamento.