Dal Sinai un altro colpo al cuore del regime di Hosni Mubarak

Un colpo diretto al cuore del regime di Mubarak e del suo pilastro economico rappresentato dal turismo straniero: questa è la sostanza dei tragici attentati di ieri a Dahab, direttamente collegati ai precedenti che nel giro di 18 mesi hanno già insanguinato Taba e Sharm el Sheik.
Ciò non toglie naturalmente che possa esserci dietro anche la mano di Al Qaeda, almeno come punto di riferimento: non essendo più una struttura piramidale ma una rete largamente decentrata, è naturalmente anche il riferimento “ideale” (se così si può dire) di gruppi “jihadisti” egiziani, e del resto egiziano è il numero due Al Zawahiri, che secondo molti ne è ormai lo stratega effettivo. Un quadro dunque molto probabilmente anche complessivo (come credono fermamente ad esempio gli analisti israeliani) ma anche con radici profondamente egiziane. Per rendersene conto basta guardare al luogo degli attentati e alle loro date.

Il Sinai è la regione economicamente più sviluppata e se vogliamo più “scintillante” dell’Egitto, nella quale anche la famiglia Mubarak ha diretti interessi economici e che è stata scelta a sede di importanti conferenze e mediazioni internazionali che valorizzano il ruolo “regionale” del Paese; ma anche un territorio vasto, selvaggio, abitato da tribù e clan beduini da sempre ostili (o quanto meno diffidenti) verso il regime e da secoli abituati a traffici di ogni genere, e dunque anche un’area molto difficilmente controllabile tanto più che il trattato di pace con Israele ne ha disposto una estesa smilitarizzazione. Quanto alle date, sono tutte simbolicamente significative. Taba 8 ottobre, due giorni dopo l’anniversario della guerra del Kippur o del Ramadan e del successivo assassinio del presidente Sadat ad opera appunto di un gruppo islamico; Sharm el Sheik 23 luglio, anniversario della rivoluzione nassiriana del 1952; Dahab 24 aprile, triplice ricorrenza, per la pasqua copta, per la laica “festa della primavera” e (il 25) per la festa del ritorno del Sinai all’Egitto nel 1982.

E’ ben difficile credere a scelte casuali, mentre certamente casuale è la coincidenza con l’ultimo messaggio audio di Osama Bin Laden: un attentato di queste dimensioni non si organizza nel giro di 24 o 48 ore, per i suoi dettagli operativi e per la rete delle complicità, sottolineati anche dalla assoluta identità della tecnica messa in atto, quella delle tre esplosioni quasi simultanee in alberghi, ristoranti e bazar, cioè nei luoghi più affollati dai turisti. Ma, si badi bene, non solo dai turisti stranieri. A Dahab come nei casi precedenti il maggior numero delle vittime non sono stranieri ma egiziani, e non solo lavoratori impiegati nelle strutture alberghiere o commerciali. Il Sinai, e in particolare località più economiche come appunto Dahab, paradiso dei surfisti e del turismo “informale”, è affollato anche di turisti egiziani, specie in giornate di festa come quelle citate. E tutto questo accade in un momento molto difficile per il presidente Mubarak, con una crescente opposizione che si manifesta anche nel ruolo senza precedenti assunto dai Fratelli musulmani, formalmente illegali ma presenti con decine e decine di deputati in Parlamento, e proprio all’indomani del tentativo del “raìs” di rilanciare il suo ruolo di mediazione nella crisi israelo-palestinese. Dopo il referendum che ha confermato Mubarak alla presidenza (a un quarto di secolo dalla sua ascesa al potere) e le successive elezioni parlamentari, entrambe contestate dalle opposizioni, il malcontento e le proteste sono andate crescendo, e il regime ha risposto – come al solito – con una stretta repressiva.

Nelle ultime settimane ci sono state ondate di arresti che hanno colpito in diverse direzioni, inclusi appunto i Fratelli musulmani, benché da decenni abbiano scelto la “strada politica”, e coinvolto anche le tribù beduine del Sinai. Ma a questo punto è come il cane che si morde la coda, perché la repressione accresce l’ostilità dei beduini e li incoraggia a “fare affari” con i gruppi terroristici, fornendo o nascondendo armi ed esplosivi, dando rifugio, facilitando le infiltrazioni da Paesi vicini come Giordania e Arabia Saudita in cui le cellule “jihadiste” hanno le loro basi. La polizia egiziana parla di otto arresti, annuncia una ulteriore stretta di freni, ma si tratta sicuramente di misure “cosmetiche”: la strada per arrivare alle radici e soprattutto ai mandanti di quella che potremmo chiamare “operazione Sinai” è certamente molto lunga e tutta in salita.