Dal Kosovo 1989 al Kosovo 1999

L’ ex uomo forte di Belgrado aveva già chiuso la sua carriera nell’ottobre del 2000 quando la folla era scesa in piazza a Belgrado per ottenere il riconoscimento della vittoria alle presidenziali di Vojslav Kostunica, candidato dell’opposizione democratica serba (Dos). Costretto a rinunciare al potere, rinchiuso nella residenza sulla prestigiosa collina di Dedinje, Milosevic fu poi arrestato il 31 marzo 2001 con l’accusa di corruzione e abuso di potere – era premier Zoran Djindjic, ucciso due anni dopo per un regolamento di conti tra estremisti serbi che avevano contribuito all’arresto di Milosevc. Il 28 giugno fu consegnato all’Aja. Il processo si è aperto il 12 febbraio 2002, era tuttaltro che concluso, è stato segnato da pause e rinvii a causa della salute dell’imputato – con i media sempre increduli. Milosevic non ha mai riconosciuto la legalità del Tribunale e ha scelto di difendersi da solo dalle accuse di crimini di guerra e contro l’umanità compiuti, secondo l’accusa in Croazia, Bosnia e Kosovo, e di genocidio per la guerra in Bosnia (morirono 100mila persone, di tutte le etnie). Finora le prove vere e proprie erano mancate. L’ascesa di Milosevic era iniziata nel 1987 a Kosovo Polje – luogo simbolo per i serbi della sconfitta ad opera dell’impero turco nel 1389. Milosevic, già leader della Lega dei comunisti di Serbia, protetto dall’allora presidente serbo Ivan Stambolic, venne chiamato a sedare la rivolta dei serbi che protestavano contro le violenze della maggioranza albanese. Si presentò come il difensore della Grande Serbia, in contrasto con i delicati equilibri della Costituzione di Tito e Kardely del 1974, che assegnava al Kosovo (e alla Vojvodina) una reale autonomia. Da quel momento Milosevic continuerà a cavalcare l’ondata di nazionalismo per rafforzare il suo potere – i leader croati e musulmani di Bosnia, Franjo Tudjman e Alja Izetbeovic non aspettavano altro.

Nato il 29 agosto 1941 a Pozarevac da genitori montenegrini, Milosevic aveva studiato legge a Belgrado. A quegli anni risale il suicidio del padre, quindi, 11 anni dopo, quello della madre. Laureato nel 1964, entra nella Lega dei comunisti, studia economia negli Usa e svolge incarichi di manager in imprese e banche di stato. Sposa Mirjana Markovic. Nel 1989 diventa presidente della Serbia, fino al luglio 1997 quando è presidente della Repubblica jugoslava. Ha già iniziato l’opera di de-titoizzazione e all’inizio degli anni Novanta è molto legato agli ambienti americani. Nel 1991 era iniziata la disintegrazione della Federazione, con l’autoproclamazione di indipendenza di Slovenia e Croazia – subito riconosciute da Germania e Vaticano e poi da tutto l’occidente -, quindi di Bosnia Erzegovina e Macedonia (che però tratta con Milosevic e esce dalla Federazione senza spargimento di sangue). Combattano invece milizie serbe e l’ex Armja diventata serba, contro le milizie slovene, croate e musulmano-bosniache guidate dai leader della varie entità autoproclamate serbe (Milan Babic, Radovan Karadzic, Ratko Mladic). Sarà Milosevic, già nel 1993 e poi nel 1995, a prendere le distanze dall’estremismo nazionalista serbo firmando a Dayton nel novembre 1995 l’accordo di pace per la Bosnia, più volte poi ringraziato come «beniamino di pace» da Bill Clinton. Nel 1996 nasce in Serbia il movimento Zajedno (Insieme) dalla varia composizione, studenti e nazionalisti, che si radicalizza dopo le amministrative del 1997. Ma è il Kosovo, dove gli Usa fanno fallirela missione Osce del 1998 alleandosi con le milizie dell’Uck, a segnare la sua fine, quando nel febbraio 1999 rifiuta l’accordo capestro di Rambouillet. E’ la guerra, la campagna di terrore verso gli albanesi dopo l’inizio dei raid aerei «umanitari» della Nato: 78 sanguinosi giorni, dal 24 marzo al 10 giugno 1999. Milosevic resta in sella fino al voto del settembre 2000. Ora in Kosovo – in cerca d’indipendenza – è la contropulizia etnica contro i serbi sotto gli occhi «vigili» della Nato.