Dagli Usa munizioni anti-bunker inviate in segreto a Israele

Uno stock di armi di precisione è partito dagli Stati uniti una settimana fa diretto in Israele, che ne ha fatto richiesta subito dopo avere cominciato i suoi bombardamenti sul Libano meriodionale. Lo ha rivelato ieri il New York Times citando fonti della Casa Bianca. La decisione di rispondere positivamente alla richiesta israeliana, hanno detto quelle fonti, è stata presa rapidamente dopo un dibattito piuttosto breve fra gli uomini di George Bush. Il dibattito, a quanto pare, ha riguardato il fatto che questa consegna di armi rischiava di far apparire gli Stati uniti troppo «schierati» e quindi poco credibili, per esempio, nello sforzo annunciato l’altro ieri da Condoleezza Rice di mettere insieme una serie di paesi per dare alla regione una «stabilità durevole» in nome della quale ci si è perfino rifiutati di associarsi alla richiesta generale di cessate il fuoco. Ma queste osservazioni, che non si sa da chi siano state espresse, sono state rapidamente messe da parte di fronte a due argomenti «potenti» come quello di «garantire la sicurezza di Israele» e di assestare un colpo decisivo all’organizzazione degli hezbollah.
Quelle chieste e spedite la settimana scorsa sono bombe che possono essere guidate dai satelliti e dai raggi laser. Le fonti del Times hanno spiegato che quelle armi fanno parte di un contratto di molti milioni di dollari stipulato l’anno scorso, che comprendeva le micidiali Gbu-28, ordigni da cinquemila libbre particolarmente efficaci per distruggere bunker sotterranei. In quel contratto non viene indicato un preciso piano di consegna, ma una sua clausola prevede che Israele possa ottenere le armi «secondo necessità». In sostanza, quindi, quelli che nel dibattito di cui sopra si sono pronunciati per la «pronta consegna» hanno potuto sostenere che la cosa era perfettamente contemplata dal contratto, ma alcuni funzionari del Pentagono, anch’essi consulati dal Times, dicono che la richiesta di consegna immediata fatta in questo caso da Israele è risultata comunque «insolita» e che l’unica spiegazione è che i militari israeliani hanno ancora una lunga lista di «bersagli da colpire» in Libano e che intendono colpirli. E ciò chiama direttamente in causa le possibilità di «successo» del piano di Condoleezza che parte oggi per la sua missione, il cui momento focale dovrebbe essere la conferenza a Roma con i rappresentanti di alcuni paesi arabi ed europei. L’assunto della Rice è infatti che i paesi arabi amici degli Stati uniti siano ormai «maturi» per assumere una posizione più decisa nei confronti di Hezbollah e quindi per impegnarsi in un’azione comune. Ma la notizia di queste armi aggiuntive consegnate in fretta e furia a Israele potrebbe scompaginare quel piano già abbastanza semplicistico.
Anzi, sempre secondo il Times il progetto originario era che la Rice facesse sosta in varie capitali del Medio Oriente e in particolare al Cairo, e che la successiva decisione di cambiare il programma e ripiegare sulla conferenza di Roma potrebbe essere stata causata proprio da questa repentina consegna di nuove armi a Israele, della quale presumibilmente al Cairo e nelle altre capitali arabe erano venuti a conoscenza prima del New York Times. La differenza fra la conferenza italiana e le visite particolari nelle capitali, infatti, è che la Rice non discuterà con i vertici dei paesi arabi, ma con emissari che riferiscono ma non decidono; circostanza che potrebbe allungare ulteriormente i tempi di un cessate il fuoco. Ma come ha spiegato lei stessa l’altro ieri, i tempi lunghi per Condoleezza non sono un rischio ma un modo per arrivare a una tregua «durevole».