Da Sadat a Mubarak. Le ragioni della Rivoluzione egiziana

di Gabriele Repaci per l’Ernesto Online

Il regime di Hosni Mubarak sembra giunto al capolinea. Anche l’esercito egiziano, pilastro del regime, sembra aver voltato le spalle al regime diramando un comunicato nel quale considera “legittime” le rivendicazioni del popolo che da oltre una settimana invoca le dimissioni del Rais. Le rivendicazioni del popolo egiziano non sono solamente di carattere democratico, come è stato fatto credere dalla stampa occidentale, ma di classe. Quella egiziana è una rivoluzione contro le politiche neoliberiste degli ultimi quarant’anni, che hanno ridotto alla fame la maggior parte della popolazione. Nel 1970 dopo la morte di Nasser, eroe delle masse arabe propugnatore di un socialismo pan-arabo non marxista, salì al potere in Egitto, Anwar Al-Sadat, suo vice-presidente, che dopo aver cacciato dal paese i consiglieri militari sovietici, avviò una politica economica neoliberale denominata infitah (“apertura”).

Tra il 1974 e il 1977 vennero abbandonate gradualmente alcune delle conquiste del socialismo nasseriano come il monopolio statale bancario. Le transazioni commerciali soprattutto verso l’estero vennero stimolate ricorrendo alla diminuzione dei carichi fiscali e doganali. Furono inoltre create enclave extraterritoriali per favorire la presenza di investitori europei ed americani. I risultati di tale politica economica furono assai modesti, se non addirittura negativi. La liberalizzazione del mercato del lavoro portò contemporaneamente sia a un incremento delle importazioni e di conseguenza al deficit della bilancia dei pagamenti, sia al vertiginoso aumento dell’inflazione, che raggiunse il 40%. Inoltre le richieste di nuovi beni, con le connesse difficoltà di approvvigionamento, condussero a un fiorente mercato nero. L’inflazione provocò un divario tra la crescita dei prezzi e la crescita dei salari che, benché formalmente aumentati, in realtà diminuirono perdendo potere d’acquisto. La politica di liberalizzazione economica avviata da Sadat, rese l’Egitto un paese dipendente dall’economia capitalistica internazionale, dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, e la dipendenza economica si trasformò ben presto anche in dipendenza politica. L’islamismo che era stato ridotto al silenzio da Nasser riprese vigore fornendo una vasta rete di sevizi sociali (assistenza sanitaria, educazione ecc…) che un tempo erano garantiti dallo stato. L’infitah favorì anche la ripresa delle sperequazioni sociali. La speculazione e la concorrenza provocarono la nascita di una ristretta elite di milionari corrotti e rapaci, disprezzati dalla maggioranza del popolo. A Sadat, assassinato il 6 ottobre 1981 da un commando islamista, subentrò Hosni Mubarak, anch’egli proveniente, come i suoi predecessori, dall’esercito. Mubarak ha continuato la politica estera di Sadat mantenendo saldi legami militari ed economici con gli Stati Uniti e Israele. L’importanza strategica dell’Egitto per la politica estera degli Stati Uniti è aumentata sempre di più negli anni, in particolare dopo l’11 settembre. Il regime di Mubarak benché brutale, viene considerato indispensabile, per contenere l’islamismo radicale dei Fratelli Musulmani. L’Egitto infatti è il maggior beneficiario degli aiuti militari USA, insieme alla Colombia e Israele, che ammontano in media a due miliardi dollari l’anno.
Nemmeno Obama durante il suo discorso all’Università Al-Azhar del Cairo, considerato da molti analisti politici il segnale di una svolta nella politica mediorientale degli Stati Uniti, ha osato bene criticare il Presidente egiziano, ribadendo che Mubarak è «sotto molti aspetti, un deciso alleato degli Stati Uniti». Insomma per dirla con Franklin Delano Roosvelt, riferendosi al dittatore del Nicaragua Anastasio Somoza: «sarà anche un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana». Dal punto di vista economico Mubarak ha accentuato il processo di denasserizzazione dell’economia egiziana iniziato da Sadat, ponendo fine definitivamente allo stato sociale creato da Nasser. Il suo governo ha liberalizzato completamente l’economia attraverso la deregolementazione dei mercati e la privatizzazione delle industrie di proprietà statale incontrando forti resistenze da parte dei lavoratori egiziani. Nel febbraio del 1986, esasperati dalla ferma e dalla esiguità della paga, i poliziotti del Cairo hanno innescato una rivolta nella quale sono andati distrutti alberghi di lusso, locali notturni e automobili. Come aveva fatto il suo predecessore Sadat nel 1977, in occasione dei moti del pane, nel 1977, anche Mubarak fece intervenire l’esercito a reprimere nel sangue la rivolta Le riforme economiche di Mubarak hanno affossato definitivamente l’economia egiziana, accentuando l’indebitamento economico e la sua dipendenza dalla finanza internazionale. Oggi in Egitto vivono 48 milioni di poveri dei quali 2 sotto la soglia di povertà. 12 milioni di egiziani non hanno un riparo. Di questi un milione e mezzo vive nei cimiteri. La corruzione è sistematica: l’Egitto è al 115º posto su 139 nella lista dei paesi più corrotti secondo World Competitiveness Record.
La disoccupazione ha superato il 25%, mentre la metà dei bambini egiziani è colpita dall’anemia. Si può dunque ben comprendere la rabbia che ha portato il popolo egiziano a sfidare le pallottole dell’esercito pur di costringere il Rais ad andarsene. Il popolo egiziano deve sapere comunque, che indipendentemente da chi sostituirà Mubarak, non cambierà nulla se non verranno smantellate le riforme neoliberiste che hanno condotto il paese allo sfascio. I dittatori come Mubarak in Egitto, Ben Alì in Tunisia o Saleh nello Yemen sono solo dei burattini nelle mani delle istituzioni finanziarie internazionali come il FMI e la Banca Mondiale e del loro braccio politico, gli Stati Uniti d’America. Sono quelli i veri dittatori, i burattinai che tirano le fila dell’economia mondiale.