Da ragazzi fascisti a uomini liberi

Ci sono periodi storici ed esperienze di vita che riducono a pochi mesi il percorso, normalmente lungo e tortuoso, che porta un uomo dall’adolescenza alla maturità. Fu così per i giovani che l’8 settembre del ’43 scelsero la Resistenza «con alle spalle una pesante educazione fascista, l’abitudine al conformismo imposto dalla dittatura, l’assuefazione alla mancanza di libertà», quel mondo che la Rsi riproponeva con assoluta continuità ed al quale i partigiani contrapponevano la «alfabetizzazione alla libertà e alla democrazia». Una crescita segnata quindi da una rottura profonda: i ragazzi diventavano non semplicemente uomini ma uomini liberi. E’ l’acuta analisi di Giovanni De Luna nella introduzione al diario che Piero Carmagnola pubblicò in poche copie nel 1945 appena sceso dalla montagna ed oggi è riproposto da Franco Angeli – Vecchi partigiani miei, (pp. 232, euro 22,00) – con un ricordo della figlia Gabriella ed una testimonianza di Massimo Rendina, il partigiano Max, capo di stato maggiore della prima divisione Garibaldi Piemonte che propose Piero per l’incarico di commissario politico della IX brigata “Eusebio Giamboni”. Un altro segno dei tempi: fra Piero e Max corrono appena cinque anni ma uno esce dalla famiglia e dall’università, l’altro è «uomo fatto, già giornalista e professionista, ufficiale di complemento, reduce della campagna di Russia». Piero Carmagnola è figlio di un combattente della guerra ’15-’18, odia i tedeschi, dei partigiani sa poche cose tutte sbagliate: li crede in possesso di belle divise, di buone armi lanciate dagli aerei alleati, di sicure caserme. Fermato in una rete tedesca è stato arruolato a forza nel 200° reggimento Lutfwaffe, addestrato per qualche mese in regime di prigionia e trasferito ad Asti dove finalmente ha diritto ad una libera uscita. Esce dalla caserma con una valigia che contiene un moschetto, rubato al vicino di branda e pochi giorni dopo raggiunge l’11ª Brigata Garibaldi “Torino” in Val di Lanzo dove scopre, al contrario, che tutti indossano vestiti a brandelli, dormono per terra con una coperta in due, il loro rancio raramente sazia la fame, le armi non piovono dal cielo ma devono essere prese al nemico. Per partecipare alle sue prime azioni compra per pochi soldi una pistola che «non spara ma è bella, lucida e fa figura» tanto da ingannare il Comandante. L’entusiasmo dei combattenti vittoriosi, la fatica di portare a spalle per ripide mulattiere mitragliatrici, mortai e munizioni: «Ognuno se le carica senza lamentarsi, senza farselo chiedere perché è suo dovere». Davanti ai corpi torturati dei compagni, Piero conosce la spinta alla vendetta ma anche la forza di superare nuove amarezze come l’abbandono dei partigiani che tornano a casa nel terribile inverno del ’45, l’atteggiamento dei contadini dominati dalla paura, il rifiuto dei francesi di accogliere come fratelli combattenti i garibaldini che hanno sconfinato e sono costretti a tornare nelle loro valli in piena controffensiva tedesca. Intorno a lui, per riaccendere il suo impegno, ci sono i vecchi comandanti: Barbato (Pompeo Colajanni), Mauri (Mauro Martini), Lario (Bruno Mulas) e Massimo Rendina stesso. Con lui Piero va da un ufficiale di collegamento dell’Oss americano che comanda il Gruppo mobile operativo che ha accettato di passare alla 19ª un po’ delle armi che riceve dai lanci degli aerei alleati: un bazooka che nessuno sa adoperare, fucili del 1886 e poche munizioni per i parabellum. Alle loro proteste l’ufficiale risponde sprezzante: «Non contarmi storie Max. Voi garibaldini volete armi e munizioni per nasconderle e prepararvi alla guerra civile». Rendina se ne va senza replicare e allo sfogo di Piero risponde secco: «Con uomini come quello non si potrà mai collaborare». E’ un’avvisaglia di quello che sarà l’Italia dopo la Liberazione, di quel dopo troppo simile al prima . Piero non è comunista ma piange quando i garibaldini sono costretti a consegnare le loro belle armi posandole «piano perché non si facessero male» e devono mettere in tasca il fazzoletto rosso. Né la baldanza dei vent’anni, né la consapevolezza di comandante partigiano, bastano a fargli superare la caduta delle certezze. Ai suoi vecchi partigiani Carmagnola parla ancora una volta da commissario: «Garibaldini della 19ª il nostro ideale è infranto. Oggi ci chiamano squadristi, domani ci chiameranno delinquenti. Forse un giorno ci processeranno perché abbiamo combattuto per la libertà (…). Ma noi veri partigiani siamo tra i pochi in Italia che oggi abbiamo diritto di camminare a testa alta». Come scrive Massimo Rendina questo è un libro «da non considerare solo come un documento prezioso che rievoca pagine di storia ma, colpiti dal rinnovarsi di errori ed orrori, da leggere, far leggere e meditare».