Da Marx a Freud, il disagio per un mondo feticcio

Nel 1919 Sigmund Freud pubblica sulla rivista “Imago” un saggio intitolato Das Unheimliche, in cui analizza l’aggettivo heimlich, che in tedesco significa “domestico” e anche “casalingo”, a partire dalla radice Heim, che significa “casa”. Freud si accorge tuttavia che nell’uso linguistico l’aggettivo assume talvolta significati diversi, addirittura contrastanti, fino a rovesciarsi nel suo contrario e a indicare qualcosa di segreto, nascosto, perfino minaccioso. Tale ambivalenza si riverbera nel negativo un-heimlich. In italiano esso è tradotto con “perturbante”, in inglese con uncanny, in francese con inquiétante étrangeté.
Ma al di là delle difficoltà di traduzione, il termine tedesco ha compiuto un significativo tragitto nel Novecento, fino a diventare un concetto chiave della modernità. Allude a un senso di pericolo collegato al nostro esistere, alla casa e all’abitare, a una casa popolata da fantasmi e presenze estranee. Così è diventato uno dei concetti che segnalano la condizione incerta e fluttuante del soggetto moderno, quello stesso soggetto che la psicoanalisi ha posto al centro della sua attenzione.

“Perturbante” allora non è qualcosa di estraneo, che arriva di lontano e ci sorprende per la sua diversità, ma è piuttosto qualcosa di vicino e che forse ci appartiene. Qualcosa che solitamente non si mostra, o che noi non notiamo, ma che nel momento in cui appare scompone le coordinate della nostra identità perché ci costringe a guardarci in un altro modo.

La riflessione di Freud avviene negli stessi anni in cui Albert Einstein elabora la teoria della relatività, e in cui Ferdinand de Saussure decostruisce le categorie linguistiche tradizionali. E’ strettamente connessa alla modernità, ai dubbi e ai fantasmi che il progresso della ragione non è riuscito a debellare e che molti artisti moderni, e alcuni pensatori, hanno posto al centro della loro opera. Non è un caso che la recente fortuna del concetto freudiano sia dovuta soprattutto agli studiosi di letteratura fantastica, quella letteratura che introducendo nella narrazione elementi trasgressivi, elementi che sospendono le certezze del lettore, tende a indicare un limite invalicabile dell’esperienza umana. Il sentimento di incertezza intellettuale, l’impossibilità di decidere e l’angoscia che spesso caratterizzano la letteratura fantastica, popolata di doppi e di fantasmi, di statue che si animano e morti che resuscitano – basti pensare all’opera di Edgar Allan Poe – trova infatti nel concetto di perturbante un’affascinante ipotesi esplicativa.

Meno nota, forse, è la fortuna filosofica del termine. In un suo importante studio, intitolato Spettri di Marx, Jacques Derrida ritiene di poter distinguere due aspetti diversi, e addirittura divergenti, nella teoria marxiana. Da un lato, ci sarebbe il Marx critico dell’ideologia, il pensatore che ritiene di poter smontare l’ideologia mediante la critica dialettica, per ricostruire su nuove basi un pensiero e un progetto di trasformazione politica. Dall’altro, invece, il pensatore che meglio di chiunque ha colto il valore “spettrale” e fantasmatico della produzione capitalistica, che trasforma le merci da cose concrete e materiali in feticci, in simulacri che significano altro da quello che sono. E in effetti, se si legge con un minimo di attenzione il passo del Capitale intitolato “Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano”, più che davanti a un trattato di economia sembra di essere di fronte a un racconto fantastico. «A prima vista – scrive Marx – una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi risulta invece che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezze metafisiche e di capricci teologici. Finché è valore d’uso, non c’è nulla di misterioso in essa […]. Ma appena si presenta come merce, si trasforma in una cosa sensibilmente soprasensibile. Se prendiamo come esempio un tavolo, una volta diventato merce non solo sta coi piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciassero spontaneamente a ballare».

Sarebbe questa, a parere di Derrida, la più importante eredità di Marx. Proprio questa capacità di cogliere gli aspetti contrastanti della realtà farebbe di lui un eretico, un filosofo unheimlich, un pensatore delle frontiere che fatica ancor oggi ad essere accettato, e che molti si affannano a volere morto e seppellito. Ma non solo. Quel particolare modo di interpretare la società, in grado di individuare i punti critici dell’organizzazione capitalistica e della ideologia che la governa, ha consentito a Paul Ricoeur di avvicinare Freud a Marx, indicati, insieme a Nietzsche, come i moderni “maestri del sospetto”. Dove però l’atto del “sospettare” non implica una speciale malizia, una volontà furbesca di rovesciare a tutti i costi l’apparenza, quanto piuttosto la capacità di individuare i “sintomi” che segnalano uno stato di sofferenza – del malato come della società – per progettare la giusta terapia.

La politica è l’ambito in cui si operano le più importanti trasformazioni, individuali e collettive. Poiché, a meno di non credere alla possibilità di un’illuminazione come dicono accadde a San Paolo, non c’è trasformazione che non avvenga nella relazione con gli altri, e dunque nella dimensione sociale e politica. Ma come purtroppo siamo costretti a sperimentare ogni giorno, l’ambito politico non è mai stato così degradato come oggi. Al punto che scompare all’orizzonte il senso di una pratica politica che renda conto della nostra e dell’altrui soggettività. D’altra parte, quando il potere democratico si riduce alla legittimazione del potere in quanto tale, la democrazia si fa coatta ed “esportabile”. Più che un’esperienza concreta, essa diviene il fantasma di un’esperienza che non c’è, il sintomo di un disagio per qualcosa che manca. L’ambito politico, che dovrebbe apparirci come quello più familiare in quanto proprio, e specifico, del genere umano, si trasforma in qualcosa di inquietante, in qualcosa che ci turba proprio in quanto sorge dal cuore della nostra identità. Qualcosa che certamente ci ri-guarda, ma in modo ambiguamente minaccioso.

Sembra infatti che al giorno d’oggi venga a mancare il fondamento che consente di “pensare” la politica a partire da alcuni elementi condivisi. E tuttavia è proprio in questi momenti che si fa più urgente la necessità di interrogare l’abisso che si apre ai margini del discorso politico, là dove si ha la sensazione che non si tratti più di regole stabilite e condivise ma di qualcosa che ha che fare con una diversa presa di coscienza, e forse con una decisione. Il diritto, le leggi, la par condicio, insomma tutto l’armamentario, non ha necessariamente a che fare con la giustizia. Un pensatore non abbastanza caro alla sinistra, Walter Benjamin, considerava anzi la giustizia come qualcosa che libera e scioglie dal diritto, dal diritto inteso come sinonimo di colpa. Poiché – come suggerisce Adone Brandalise in un saggio intitolato Decisione e neutralizzazione. Il perturbante e l’ordine politico, di prossima pubblicazione – è in momenti come questi che il patto sociale si mostra per quello che è: non l’organizzazione di individui liberi che una volta per tutte si sono accordati su come procedere affinché non regni la legge del più forte, ma il presentarsi e ripresentarsi continuo di un momento, cioè di un presente, in cui radicalmente e rischiosamente tutto accade di nuovo, tutto si decide, aprendo così la dimensione etica – e non giuridica – che sta a fondamento della politica. Senza la capacità di decidere non c’è politica, ma solo amministrazione dell’esistente. Come ben sanno i rivoluzionari, politica non è pratica amministrativa, ma capacità di mettere in questione gli assetti esistenti. Dobbiamo vegliare affinché non si spacci il fondo oscuro e perturbante dell’ordine politico con la necessità di accettarne passivamente gli esiti, e mantenere viva la capacità di pensare qualcosa che non resti irretito nella trama di ciò che è stato pensato una volta per tutte.