Da Hiroshima a Fukushima, la rimozione del ricordo

Hiroshima e Fukushima, Fukushima e Hiroshima. Il 6 agosto si celebra l’ennesimo anniversario della bomba che cancellò due città e cambiò il destino del mondo. Quest’anno, i consueti rituali hanno un sapore particolare, per via dell’emergenza nucleare che il Giappone vive dall’11 marzo scorso.
Annarita Curcio è autrice di Le Icone di Hiroshima (Postcart, 2011), un libro che attraverso l’analisi iconografica riflette sulla rimozione della memoria che ha fatto sì, tra le altre cose, che il Giappone puntasse sul nucleare “buono” dopo avere sperimentato sulla propria pelle, unico Paese al mondo, due bombe atomiche. Proviamo a capire con lei perché questo sia stato possibile.

Come è avvenuta la rimozione della memoria atomica?

Ci sono due operazioni di rimozione: una da parte statunitense e una da parte giapponese.
Finita la guerra, fotografi e cineoperatori si precipitano a Hiroshima e Nagasaki per documentare cosa è successo. Ma già a settembre, il generale Douglas McArthur proibisce ai giornalisti di recarsi nel Giappone meridionale. Pellicole e fotografie vengono requisite e spedite a Washington, coperte dal segreto di Stato. Contemporaneamente si rende pubblica una sola immagine, quella che conosciamo bene, il fungo atomico.
Oltre che alle immagini, si fa ricorso alla menzogna, dicendo che Hiroshima e Nagasaki erano basi militari da bombardare necessariamente e minimizzando il numero delle vittime. I primi comunicati stampa del Pentagono sono scritti da un giornalista del New York Times di origine lituana, William Laurence, disposto a tutto pur di uscire dall’anonimato, che resta estremamente evasivo sulle perdite umane. Questi comunicati vengono ripresi dai giornali. L’icona del fungo atomico si presta perfettamente a questa strategia: è un’immagine dal grande impatto visivo che dice agli americani che una guerra è finita in maniera trionfale, senza però mostrare i civili, senza quindi parlare di responsabilità. È l’icona di un’egemonia tecnologica che elude però le sue reali conseguenze. Poi, nel 1946-47 Truman e il segretario alla Guerra Stimson diffonderanno la versione secondo cui la bomba è servita a salvare un milione di vite umane.
Da parte giapponese la rimozione avviene in maniera sia coatta sia intenzionale. Da un lato, dopo il 1945 i giapponesi subiscono l’occupazione Usa fino al 1952. In quegli anni non si può parlare di quanto accaduto a Hiroshima e Nagasaki e viene addirittura istituita la censura sull’argomento. Scrittori testimoni della bomba possono pubblicare i propri testi solo molto rimaneggiati e non si riesce a elaborare il trauma.
D’altro lato sono gli stessi giapponesi a volerlo. Rimuovono la sconfitta che, oltre a gettarli in un disonore che la catastrofe della bomba non fa che amplificare, dice loro che il sogno di un impero asiatico, di cui si erano nutriti per tutti gli anni Trenta, era velleitario. Devono anche accettare l’umiliazione dell’occupazione militare. La rimozione è strumentale: gli serve per ripartire e per sopportare la convivenza forzata con gli occupanti.
Generalizzando, possiamo dire che i giapponesi sono affetti da Alzheimer. Non si pongono domande perché lo richiede la società confuciana, estremamente gerarchica, in cui l’individuo conta poco. L’esigenza di ricordare Hiroshima e Nagasaki, in quei giorni viene soppiantata dalla più urgente necessità di ricostruire il Paese. Il dolore di un gruppo, gli hibakusha (“sopravvissuti”), viene rimosso per questa necessità. Ci riescono in maniera esemplare.
Lo stesso disastro di Fukushima rivela del resto la capacità reattiva dei giapponesi di fronte alle emergenze. Negli anni Settanta diventano la seconda potenza economica mondiale: etica del lavoro e spirito di sacrificio. Con Fukushima, vediamo però anche a quale prezzo ci sono riusciti. La rimozione di Hiroshima e Nagasaki li ha esposti a una tragedia per certi versi simile.
Va anche detto che Hiroshima e Nagasaki ricordano ai giapponesi anche gli anni del militarismo, cioè il fatto di essere non solo vittime, ma anche carnefici: si pensi al massacro di Nanchino e agli esperimenti biologici dell’Unità 731. Sadako Kurihara, poeta hibakusha di Hiroshima, scrive nel 1974: “Quando diciamo Hiroshima […] dobbiamo noi per primi lavare le nostre mani sporche”.

Quindi l’accettazione del “nucleare buono”, di una cinquantina di centrali atomiche su un territorio altamente sismico, rientra in questa rimozione che risale alla bomba?

Sì. La verità non viene mai detta tutta e i rischi sono minimizzati. Questo avviene per evitare il panico. Però con Fukushima è successo qualcosa di nuovo. La gente intervistata per strada, subito dopo l’11 marzo, diceva: ‘Io non mi fido di quanto mi stanno raccontando’. I giapponesi di oggi non sono più quelli del 1945. Si è creata, soprattutto nelle aree colpite dal disastro, una divisione tra le vecchie e le nuove generazioni. I vecchi hanno accettato fatalisticamente il proprio destino e hanno detto: “Continuiamo a vivere dove siamo nati”. I giovani si sono invece ribellati al destino e se ne sono andati. Un tempo era impensabile che un giapponese dicesse: “Io rifiuto il mio destino”. È la globalizzazione che ci rende tutti un po’ più simili: l’individualismo che fa superare lo spirito di gruppo.
A volte dimenticare fa bene, per esempio quando serve a perdonare. L’ipertrofia del ricordo può produrre mostri, come le guerre di religione. Però prima o poi il lutto va elaborato.
Della rimozione ne fecero le spese gli hibakusha, basti dire che il primo ospedale di Hiroshima fu costruito solo grazie a una raccolta di cartoline. L’indennità, l’assistenza, cominciano solo dopo il 1952 quando, finita l’occupazione, si comincia a parlarne. La prima conferenza sul tema è del 1955 e da lì gli hibakusha possono finalmente uscire allo scoperto, processo che continua oggi con le celebrazioni del 6 agosto. L’anno scorso per la prima volta era presente un delegato Usa. Il momento clou delle celebrazioni è proprio l’incontro con i sopravvissuti, la maggior parte dei quali ha però tra i 70 e gli 80 anni. Quindi la memoria vivente non ci sarà più nel giro di pochi anni ed è per questo che i giapponesi dovrebbero affrontare finalmente appieno questa memoria, specie dopo Fukushima. Il rischio è che dopo la scomparsa degli hibakusha resteranno solo rituali vuoti.

Quali sono le icone della memoria atomica giapponese?

Vere e proprie icone giapponesi non ci sono, proprio per il senso del pudore di quel popolo. Ho rintracciato due immagini di significato un po’ diverso. La prima è la foto di Sadako Sasaki, una bambina morta di leucemia nel 1955 per le conseguenze delle radiazioni. È un ritratto pudico, che non mostra assolutamente la sofferenza della bambina e tra l’altro è icona del Movimento bambini per la pace, cioè di una minoranza: non è memoria collettiva, è contromemoria. La memoria collettiva, molto semplicemente, non esiste.
Poi c’è l’immagine del Genbaku Dome, cioè il palazzo della prefettura di Hiroshima, l’unico non completamente distrutto nell’area del ground zero. Quella è l’icona vivente: un palazzo che ha resistito all’esplosione, come i giapponesi. Ma ancora una volta, dove sono i civili? La gente ustionata? Questo tipo di immagini, che vedi al museo di Hiroshima, non sono diventate icone perché troppo vergognose. In Giappone non si esibisce la sofferenza.

Esiste qualche icona di Fukushima?

No. Il ricordo di ciò che rappresenta la debolezza di un popolo viene rimosso. Se i giapponesi non sono stati informati dai media su quello che è realmente successo, figuriamoci se vengono diffuse immagini forti di quanto accaduto.
Se andiamo al ground zero di Hiroshima vediamo una città come tutte le altre. Già negli anni Ottanta, Tiziano Terzani si chiedeva: “Che cosa ha Hiroshima di veramente particolare?” Nulla. La pace è uno slogan che vene recitato il 6 agosto e Hiroshima è una colata di cemento come tutte la altre città giapponesi. C’è da aspettarsi che facciano lo stesso con Fukushima.
Ai giornalisti che vanno a Fukushima, molti dicono: “Tornate tra dieci anni”. Così sarà possibile far vedere solamente, ancor una volta, come il Giappone è risorto.