Da Fanfani a Milano Quattro

Zero virgola due. La nuova linea ridens del «più case per tutti» si infrange subito su un numero piccolo, piccolissimo: 0,2%, la percentuale sul Pil della spesa pubblica italiana per gli alloggi sociali. La media europea è del 3,8 per cento. Ma a Berlusconi i parametri europei, si sa, non piacciono molto. Meglio allora fare il confronto con quelli dell’amico Blair: 7%. I dati non sono però recentissimi. Risalgono al ’99, piena era dell’Ulivo, e vengono da lontano. Così come sono storici i dati dell’altra anomalia italiana: 71,4 famiglie su 100 proprietarie della casa in cui vivono contro 28,6 in affitto «o altro». Che lo slogan di Berlusconi – «diventa anche tu proprietario» – sia stato di fatto il pilastro della non-politica della casa in Italia dagli anni Ottanta è questione vecchia. La novità, fiutata da Berlusconi che ci si è fiondato sopra con l’abituale mix di populismo e marketing, è che quel 28-30% di «affitto o altro» non ce la fa più. Sta per esplodere, e proprio sotto elezioni. Il boom dei valori immobiliari, quello delle nuove famiglie, gli arrivi dall’estero, i cambiamenti delle città stanno creando un mix insostenibile. I segnali della tempesta imminente vengono da ogni dove: dal presidente dell’XI Municipio di Roma, il nostro Sandro Medici, che avvia le requisizioni delle case sfitte come dalle pagine confindustriali del Sole 24 ore, dove è apparsa un’evocazione-rimpianto del piano-case di Fanfani, a firma dello storico Valerio Castronovo.

Dunque, in archivio il «meno tasse», arriva il «più case». Come, quando, perché e per chi, (non) ce lo diranno i prossimi mesi. I cinquantadue mesi di governo Berlusconi già passati invece ci possono dire cosa è stato fatto finora.

Nei primi cento giorni del governo Berlusconi II, oltre alle urgenze personali (rogatorie, falsi in bilancio, etc), qualcosa sulla casa c’è. Da un lato, le case che sono nei grandi patrimoni che passano da una generazione all’altra vengono – insieme a tutti gli altri elementi del grande patrimonio – esentate da quel piccolo residuo di imposta di successione che c’era. Dall’altro, si avvia la grande cartolarizzazione degli immobili degli enti previdenziali pubblici: 27.251 unità immobiliari subito con Scip 1, più altre 62.880 che arriveranno poi con Scip 2. La vendita delle case degli enti continua nel solco della politica «tutti proprietari» (anche se parecchi degli inquilini non possono permettersi di diventarlo e migliaia di famiglie entrano in emergenza) e riduce ulteriormente il patrimonio abitativo pubblico, che già dal ’91 al 2001 era sceso da 1.135.000 a 973.000 unità. Non parliamo di quello dell’edilizia sociale e popolare – gli ex-Iacp – anch’essa in crollo; ma di quello delle case che gli enti pubblici dovevano detenere come riserva tecnica di garanzia e che davano in affitto a prezzi più o meno calmierati, con procedure più o meno trasparenti. Insomma, un piccolo cuscinetto d’affitto che adesso è spezzettato in tante proprietà individuali. Nel frattempo sono arrivate sul mercato della proprietà anche altre migliaia di abitazioni in affitto: quelle delle assicurazioni, delle banche, di casse di categoria, con gli inquilini ancor meno garantiti di quelli della Scip.

Negli stessi anni, altra traccia di politica per la casa non c’è, se si toglie il graduale e crescente taglio delle risorse ai comuni, in virtù del quale le grandi città hanno a loro volta tagliato i fondi di sostegno alle famiglie in affitto. Ma nel mondo e in Europa si gonfia la bolla immobiliare, che da noi non ha niente da invidiare agli altri: 69% di aumento di valori (reali) immobiliari in sette anni, compravendite che marciano a passo di carica (erano 690mila all’anno nel 2000, sono state 804mila nel 2004, solo per il settore residenziale). Comprano e vendono tutti, in molti indebitandosi fino al collo: già al settembre 2003 l’importo dei mutui-casa concessi dalle banche è a 151.721 milioni di euro, a metà 2004 è di 176.000 e rotti. L’Europa dà una mano: con il calo dei tassi di interesse, pochissimo usato dalle imprese per investire ma moltissimo usato (da famiglie e imprese) per comprare immobili. E Tremonti dà un’altra mano, con lo scudo fiscale che fa rientrare i capitali illecitamente detenuti all’estero, la gran parte dei quali va a finire nel mattone.

Una redistribuzione imponente avviene in Italia, mentre il parlamento esamina una riforma urbanistica che dà ai proprietari fondiari e ai palazzinari il diritto di sedersi al tavolo dove si scrivono i piani regolatori delle città. Sul trionfo della rendita emerge anche una nuova classe, diciamo così, «dirigente», la punta dell’iceberg dei miracolati del mattone: sono i nuovi poteri, che si mettono poi nei guai con le note vicende delle scalate a banche e assicurazioni e giornali. Ma questa è un’altra storia, che con Berlusconi non c’entra niente (se non per il tramite di Livolsi, suo grand commis). Mentre quel che resta della bolla sono i prezzi: delle case in proprietà, inaccessibili per «i poveri», ossia chi vive solo del suo normale reddito e non ha patrimoni alle spalle; e di quelle in affitto, altrettanto inaccessibili. Ma restano anche fior di patrimoni accumulati in cerca di nuovi affari: magari una Milano Quattro per poveracci, una bella banlieue.