«Da domani sarà stagione di diritti»

«Non ci presteremo mai né a papocchi né a modifiche improprie del profilo politico e programmatico della coalizione». Ormai in attesa solo del responso delle urne, Romano Prodi non lesina un attestato di coerenza passato, presente e futuro: una prova di rispetto del voto chiesto agli elettori sia sul piano dei contenuti che rispetto alla composizione della coalizione di governo. Per cinque anni. Con lo sguardo preferibilmente rivolto in avanti anziché piegato dalla paura dello spaventapasseri berlusconiano. Perché, spiega il professore in questa vigilia elettorale, «la stabilità non significa governare con chicchessia e a tutti i costi, ma attuare con coerenza il programma concordato con gli alleati».
Professore, dica qualcosa di sinistra!
Non è poi così difficile! Anzi potrei dirne persino tre: diritti, giustizia redistributiva, pace. In queste tre parole c’è il cuore del progetto a cui lavoro da quando ho scelto la politica. Sono la sintesi del programma che abbiamo cercato di spiegare in queste difficili settimane di campagna elettorale. Ma credo si sia capito che noi vogliamo un paese meno precario, più solidale e più sereno.
Molti commentatori, per non dire dei bookmaker londinesi, considerano scontata la vittoria del centrosinistra. Di certo siamo di fronte al declino dell’epoca e dell’epica berlusconiana. Ma non crede che si tratti ancora di un voto «contro» la destra più che «per» un’idea alternativa, capace di includere da Mastella a Bertinotti e di non essere prigioniera della logica dei veti contrapposti?
No, non è così. Almeno non questa volta. Non basta più sentirsi «contro» una persona per esprimere il proprio rifiuto di un modello di società e di politica che ha davvero esasperato tutti noi. In questi anni abbiamo assistito al tramonto del «pensiero unico» e si è fatto strada, in modi spesso creativi e spontanei, un progetto alternativo che era prima di tutto una forte richiesta di nuova politica. La nostra sfida è anche quella di offrire una risposta positiva a questa domanda che attraversa nel profondo la società. Si tratta di delineare un nuovo modello di sviluppo che rafforzi la democrazia. C’è bisogno di una politica più partecipata, che senza smarrire il riferimento a valori forti e condivisi sa andare oltre vecchi schemi e vecchie liturgie. L’esperienza delle primarie ha anche questo significato. Certo, la nuova legge elettorale non ci ha aiutato a rafforzare quel modello. Anzi, è il tentativo, estremo e indecente, di chi sapendo di perdere per limitare i danni allarga il fossato tra politica e cittadini, il corpo vivo della società, con le sue associazioni, gruppi di volontariato e impegno civile, movimenti e le istituzioni. Questo fossato va colmato recuperando lo spirito delle primarie e lavorando per cambiare la legge elettorale.
Lei è da sempre sostenitore del maggioritario, altri alleati della coalizione sono invece proporzionalisti. Anche a partire da questo, l’Unione può essere davvero ritenuta una scelta strategica e duratura oppure a sinistra fanno bene a temere modifiche della maggioranza volte a moderare l’azione del governo? Questa coalizione, durerà cinque anni?
La coalizione durerà cinque anni, ne sono convintissimo. Abbiamo stretto un patto politico per governare il paese insieme e lo faremo. La stabilità non significa governare con chicchessia e a tutti i costi, ma attuare con coerenza il programma concordato con gli alleati.
Niente veti, ricatti o estenuanti negoziazioni, insomma…
Noi abbiamo fatto la fatica di cercare una sintesi e l’intesa programmatica, non si è trattato di un trucco elettorale ma di una scelta politica forte. Per questo non ci presteremo mai né a papocchi né a modifiche improprie del profilo politico e programmatico della coalizione. I nostri elettori e la nostra gente non ce lo perdonerebbe mai, tanto più dopo aver marcato con molta chiarezza la nostra radicale differenza dalla destra. Non credo sia giusto verso gli elettori e tutta la nostra gente, che ha condiviso le tappe fondamentali di questo percorso chiedendoci sempre di essere uniti. E’ meglio tornare alle urne piuttosto che vivacchiare. Abbiamo infatti il dovere di ripristinare un senso forte della rappresentanza e della partecipazione democratica alla vita politica del paese.
In Francia è venuta alla ribalta una generazione in conflitto con il governo che rivendica la propria aspettativa di futuro: sindacati e opposizioni sono con loro. In Italia l’«Herald Tribune» constata l’assenza di risposte da parte dei due schieramenti alle domande di futuro dei giovani. Ormai le urne sono aperte, non parliamo quindi di fisco o decimali di prodotto interno lordo. Più semplicemente ma con più ambizione: da capo della coalizione e candidato presidente del consiglio s’impegna a garantire la certezza del diritto – anziché quella della precarietà – alla domanda di futuro delle giovani generazioni, di studenti, lavoratori e anche non lavoratori?
Da domani sera si aprirà una nuova stagione dei diritti. Su questo c’è il mio impegno ma anche quello di tutta la coalizione. Quello che avviene in Francia non è poi così distante. Sarebbe miope non vedere che il disagio dei giovani non è un dato territoriale e geografico ma un problema sociale più vasto che tocca tutti noi. C’è una generazione che rischia di vivere il presente sentendosi «in scadenza», senza la possibilità di progettare il proprio futuro con alcune garanzie fondamentali. In questi anni la precarietà si è fatta condizione di vita e non possiamo accettarlo. Non si tratta solo di intervenire, come abbia detto più volte, sulla Legge 30 per dare certezza a chi lavora. C’è bisogno di riformare la scuola per ridare dignità alla formazione e allo studio.
Convivenze civili, libertà di scelta degli studenti oltre che delle famiglie, ricerca scientifica. Da «cattolico adulto» ritiene di poter rispondere proprio a quell’aspettativa di futuro delle giovani generazioni garantendo che il governo e la maggioranza dell’Unione non accetteranno veti che limitino i diritti delle persone sulla base dei precetti di una, qualsivoglia, morale confessionale?
Credo di aver dimostrato, sia quando ero al governo che in questa campagna elettorale, cosa significhi per me la laicità della politica. Nel programma abbiamo fatto un buon lavoro, rispettoso dei diritti delle persone e delle diverse sensibilità culturali della coalizione. Nessuno deve sorprendersi se la Chiesa fa sentire la propria voce sui valori fondamentali. Ma so anche che lo Stato laico è quello che offre uno spazio in cui tutti, credenti e non credenti, possono confrontarsi e trattare di ciò che è accettabile, delle differenze da rispettare e delle derive da impedire. Senza tacere le diversità ma anche senza scontri e senza propaganda.