Da cococò a progetto sei sempre precario

40 anni e niente figli Ben il 60% delle collaboratrici sulla soglia dei 40 anni non ha figli. Lavoro in sede, orari fissi, obbligo di presenza: i dipendenti senza diritti guadagnano in media 1000 euro

Adue anni dall’entrata in vigore della legge 30 sono rimasti precari. Sono i cococò, le partite Iva, gli iper flessibili della collaborazione a basso costo: che hanno solo mutato nome. Adesso, molti di loro si chiamano semplicemente «lavoratori a progetto» (lap o coprò), ma non è cambiato nulla: lo dimostra un’indagine dell’Ires Cgil condotta su un campione di 640 lavoratori e lavoratrici. Maroni e Sacconi, difendendo quella che hanno battezzato «riforma Biagi», avevano cercato di spiegare, due anni fa, che i contratti a progetto avrebbero portato chiarezza, riconducendo i «dipendenti mascherati» nell’alveo del lavoro subordinato. Nulla di tutto questo è avvenuto, tanto che – come ha denunciato la Cgil ieri, presentando la ricerca – il governo non ha mai voluto realizzare quella «verifica» allora annunciata. Dopodomani, dunque, 24 ottobre, è il secondo compleanno della legge 30: ma non c’è nulla da festeggiare. Scorrendo i numeri dell’indagine vengono fuori due punti principali: 1) la precarietà, di anno in anno, si trasforma pochissimo in lavoro dipendente, con precentuali più o meno vicine al 10%. Grandissima parte dei collaboratori resta semplicemente tale. 2) L’identikit del collaboratore si sovrappone perfettamente a quello del dipendente: solo che costa molto meno alle aziende, e per cacciarlo via non ci si deve neppure sporcare i piedi. Fa lo stesso lavoro, a volte con maggior zelo. Dunque inutile arzigogolare: con percentuali tra il 70% e l’80% degli intervistati, i «collaboratori» hanno un solo datore di lavoro, un orario fisso, operano in sede e l’azienda chiede loro di recarvisi quotidianamente. Veri e propri impiegati low cost.

Eccomi, un «dipendente mascherato»

Ma partiamo da quello che è stato il destino dei vecchi cococò (considerando che chi è rimasto tale, lavora nel pubblico impiego, dove non è stata inserita la tipologia di contratto a progetto). Gli intervistati, bisogna specificare, sono collaboratori almeno da giugno 2004. Ebbene, il 46% di loro è diventato lavoratore a progetto; il 23% è rimasto cococò; il 6% opera con partita Iva; il 6% ha un tempo determinato; il 7% non lavora o è in nero. Solo il 7% è stato assunto a tempo indeterminato. Il grande risultato della «riforma» del lavoro è, dunque, che 9 lavoratori su dieci restano precari.

Quanto all’età, la maggior parte dei collaboratori sono «adulti giovani»: il 55% ha tra i 30 e i 39 anni, il 13% dai 40 anni in su. Si può immaginare come, in assenza di un lavoro stabile, di garanzie e tutele come la maternità, dell’impossibilità di accedere a dei mutui e persino di avere una pensione, questa tipologia di lavoratori faccia difficoltà a formare una famiglia. Dalla ricerca emerge un dato drammatico, che forse da solo può offrire il ritratto di un’intera generazione di lavoratori, in special modo delle donne: il 60% delle intervistate sulla soglia dei 40 anni non ha figli. In generale, comunque, 8 collaboratori su dieci non hanno figli, e uno su tre vive ancora con i genitori.

I due terzi del campione svolgono un’attività «intellettuale» o «tecnica»: quasi il 70% degli intervistati è laureato, e il 23% di questi ultimi è in possesso di una specializzazione. Ci sono anche tipologie con minori qualifiche o comunque con ristretti margini di autonomia lavorativa, come gli impiegati generici, le segretarie gli operatori dei call center. Tra tutti, comunque, è ampiamente diffusa la condizione di monocommittenza: il 76% dei collaboratori ha un unico datore di lavoro. Questo è uno dei cardini attraverso cui si può dimostrare che la quasi totalità delle collaborazioni non sono altro che dipendenti mascherati. Oltretutto, anche tra chi si dichiara pluricommittente, altissima è la percentuale di quelli che hanno un committente principale (86,8%), e il 77% ha dei committenti abituali. E non è che chi ha più datori di lavoro sia più «ricco»: il 50% raggiunge appena i 1000 euro al mese, confermando che la «flessibilità» non porta affatto alle plurali possibilità per un maggiore benessere (tesi del governo di centrodestra, ma anche di molti «riformisti» nel centrosinistra), ma, al contrario, a un disperato arrabattarsi per arrivare a fine mese.

Ed eccoli, i «dipendenti mascherati»: 6 su dieci intervistati lavorano con lo stesso datore di lavoro da molto tempo: il 36% da 2 a 3 anni, il 30% da oltre 4 anni. Eppure, hanno contratti brevi, evidentemente sono necessari all’azienda (o all’amministrazione pubblica) ma vanno tenuti costantemente sulla graticola del rinnovo: il 28% ha un contratto di meno di 6 mesi, il 56% di un anno. E poi, elementi di «subordinazione» fondamentali: 1) il 76,7% lavora nella sede aziendale; 2) l’80% è tenuto a rispettare un orario di lavoro; 3) al 74% è richiesta una presenza quotidiana sul luogo di lavoro; 4) oltre la metà lavora almeno 38 ore settimanali.

Eppure, costano davvero molto meno rispetto a un dipendente: il 46% ha una retribuzione (lorda) inferiore ai 1000 euro al mese: tra questi, poco meno di un quarto è addirittura sotto gli 800 euro. Le fasce più «ricche» comunque non superano i 1500 euro mensili. Si comprende bene come oltre l’80% dei collaboratori si definisca insoddisfatto, e la stragrande maggioranza (l’86%) vorrebbe un lavoro dipendente. Quanto al giudizio sulla legge 30, il 50% degli intervistati dice che la propria condizione è uguale a quella di prima, il 22% parla di un peggioramento, solo il 28% di un miglioramento.

La Cgil, presente con il presidente dell’Ires Agostino Megale, il segretario del Nidil Emilio Viafora e il segretario confederale Fulvio Fammoni, chiede «una nuova legge, che si sostituisca alla legge 30». «Abolire le 48 forme di contratto previste dall’attuale legge – spiega Fammoni – e adottare solo poche tipologie, 7-8 forme di contratto. La forma tipica di lavoro deve ritornare a essere il tempo indeterminato, e bisogna tracciare con chiarezza il confine tra due tipi di lavoro, l’economicamente dipendente e l’autonomo. Per le forme non ordinarie dovranno essere stabilite percentuali e causali, da fissare contrattualmente. Si dovrà stabilire un periodo di responsabilità comune tra le aziende che esternalizzano il lavoro e chi prende gli appalti; fissare indici di congruità contro il lavoro nero: chi presenta ricavi incongrui rispetto al personale dovrà avere l’onere della prova». E sulle collaborazioni? Per i segretari Cgil, «dovranno costare di più del corrispondente lavoro dipendente, sommando compensi e contributi, in modo da evitarne l’abuso».

Eleonora, Dora, Lorenzo. Vite a progetto

Abbiamo raccolto qualche storia, per esemplificare i numeri. Lorenzo, precario a progetto, programmatore informatico di Sondrio. Dopo tre anni di collaborazioni (prima cococò, poi coprò), i proprietari dell’azienda gli chiedono – a lui e ai «colleghi» precari – di aprire la partita Iva: altrimenti fuori. Ma Lorenzo non ci sta: «Ho lavorato per tre anni, dal 2002 – spiega – in questa società. Prima ho fatto un corso del Fondo sociale europeo, e poi, dopo lo stage, mi hanno tenuto come collaboratore. Ma che autonomo è, uno che ha un capo, orari fissi e un lavoro sempre uguale da fare?».

Tra i collaboratori, c’è anche chi, come Dora, non sa come si apra la partita Iva. Laureata con 110 e lode in Scienze della comunicazione, è stagista da due anni in una televisione locale. C’è poi chi, come Eleonora, è «atipica» presso una cooperativa sociale romana: ha 34 anni, da dieci è precaria, e «non ho più illusioni per il futuro – dice – il lavoro, per me, va così».

Tre storie diverse: Lorenzo, Dora ed Eleonora. E tre finali diversi: Lorenzo, brianzolo, più fortunato – e forse con più possibilità di cambiare – ha trovato lavoro in un’altra ditta di siti Internet concorrenti. «Ce ne sono quattro in tutta Sondrio, sono passato dall’una all’altra». Dora (del Molise), invece, è ancora in attesa, cercando di auto-convincersi: la mattina, quando si alza, si mette davanti allo specchio e ripete le sue «frasi» motivazionali: «Sei una piramide con una biglia sopra la testa, stai dritta: oggi c’è il briefing. La postura è fondamentale. Sguardo dritto, davanti a te, fisso. E convinto». Il punto debole di Dora, spiega, è l’immaginazione. «Io non sono “normale” – osserva – penso troppo. Mi impegno molto. In televisione, va avanti chi mostra le tette con il capo».

Eleonora, l’educatrice romana, sembra avere già un «finale»: non si aspetta più di uscire dal precariato a progetto. «Nessuna promessa, nessun contratto: i miei colleghi sono nella stessa situazione. Tanto vale restare nella cooperativa. Cambiare, per noi, non serve a nulla». Consiglio opposto arriva da Lorenzo: «La partita Iva? Ho mandato l’azienda a quel paese». Ha aspettato sei mesi, inviando curriculum: e alla fine lo hanno chiamato pochi giorni prima che il suo coprò scadesse. «I miei ex colleghi sono diventati soci, ma senza soldi, o precari con la partita Iva – dice -. E’ meglio cambiare: dopo uno-due anni, i contratti a progetto sono sfruttamento».

Dora, Lorenzo ed Eleonora: tre persone diverse. Li accomuna, però, il distacco dalla politica. «La legge 30 è del centrodestra – osservano – ma il pacchetto Treu, che ha introdotto la precarietà, è stato fatto dal centrosinistra». Pochi giorni fa, ricordiamo loro, né il governo, con Sacconi, né tantomeno l’ex ministro Treu, hanno «ritrattato»: discutono sul grado di precarietà (o di «flessibilità», secondo la retorica) ma di eliminarla… nemmeno a parlarne. «A questo punto – concludono i precari – meglio concentrarsi sul lavoro, pensando che atipico non significa per forza incapace».