Da Bologna a Roma, la Crisi rossa s aggrappa al “ni” sul welfare

Il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, è “minacciato” dalla sinistra della sua maggioranza che ha stabilito di praticare una sorta di appoggio estemo. L’azione è stata concordata con le segreterie dei partiti della Cosa rossa. Ma a Roma sono preoccupati dall’ipotesi di una crisi irreversibile che “costituirebbe un pericoloso precedente”; specie in un momento delicato per i rapporti tra la sinistra e l’area Pd del governo Prodi. Infatti le due anime dell’Unione oggi si confronteranno in Consiglio dei ministri per la ratifica del protocollo sul welfare appena approvato dal referendum dei lavoratori. Ma non tira aria di guerra.
D’altra parte se a Bologna le tensioni che da mesi montano tra il sindaco e la Cosa rossa non sono (ancora) esplose in una crisi lo si deve alla mediazione del Prc nazionale. Adesso, come spiega Michele De Palma, della segreteria di Rifondazione, “dipende solo da Cofferati”. Perché la sinistra continuerà a votare in Consiglio comunale tutte le proposte che non siano “in contrasto con il programma elettorale”. Ma come a Bologna anche a Roma la sinistra sostiene di non volere una crisi di governo. Così il Consiglio dei ministri previsto per oggi è il banco di prova per una mediazione che potrebbe allungare la vita dell’esecutivo.
La Cosa rossa non è un monolite, ma si sforzerà di esserlo esprimendosi in maniera compatta. Il voto dei quattro ministri della sinistra massimalista (Paolo Ferrerò, Fabio Mussi, Alessandro Bianchi e Alfonso Pecoraro Scanio) non sarà determinate per l’approvazione del testo. Tuttavia un voto contrario o un’astensione (più probabile questa seconda ipotesi) rappresenterebbero un segnale di sfratto lanciato al presidente del Consiglio Romano Prodi. Un messaggio chiaro come quello bolognese: “Attenti perché noi pesiamo”. Ma l’ascia di guerra è stata seppellita. Il movimento del ministro Mussi, Sinistra democratica, ha addirittura accolto con favore il pronunciamento positivo dei lavoratori nei confronti del protocollo. Tant’è che fonti vicine al ministro dell’Università lo descrivono “pronto a votare ‘sì’ al protocollo, a meno che Rifondazione non gli chieda l’astensione. Cosa che accetterebbe – dicono – solo per il bene dell’unità a sinistra”. E infatti il risultato del referundum, che attesta i “sì” intorno al 75 per cento, ha tranquillizzato tutti. D’altra parte Sd vive in uno stato di semi simbiosi con la Cgil (il capogruppo alla Camera, Titti Di Salvo, è organica al sindacato).
Più complesso è l’umore di Rifondazione, il principale affluente della Cosa rossa. Spinto dalla Fiom e dalle minoranze interne, il partito ha ripetuto in questi mesi che “il protocollo va cambiato”. Specificando che, “comunque vada il referendum, si dovranno contare i voti nelle fabbriche”. Adesso risulta chiaro che le grandi fabbriche hanno votato contro la ratifica. Così il Prc si trova a dover sostenere pubblicamente la necessità di serie modifiche al testo, mentre ufficiosamente spera in una mediazione che comporti anche un modesto cambiamento. Specie sul vero tema in questione: la limitazione dei contratti a termine a 35 mesi di durata massima.
Il Prc non ha intenzione di innescare una crisi di governo, dunque. Ma si trova schiacciato tra le posizioni dei metalmeccanici della Fiom, quelle dell’ala riformista della maggioranza e Sinistra democratica. L’ala ministeriale spiega che “tutto dipende da quanto ci dirà Prodi. Ma una cosa è sicura -spiegano – se il premier dovesse proporre anche solo l’ipotesi di modifiche, noi voteremo favorevolmente in cdm”. Un “no” da parte di Rifondazione arriverebbe, dicono, solo nel caso in cui Prodi assuma una posizione rigida. Un’eventualità remota, anche perché (dopo l’apertura del ministro del Lavoro Damiano) anche uno tra i più intransi-. genti difensori del protocollo, il senatore Tiziano Treu, ieri ha detto che “si possono fare modifiche in Parlamento”.