Da Atesia alla Legge 30: le indecisioni di Damiano

Il ministro Damiano tra due fuochi: da un lato le accuse di “tradimento” provenienti da Confindustria, con cui l’ex sindacalista aveva avviato una trattativa prima di emanare la famosa circolare del 14 giugno (quella che distingue tra il lavoro “subordinato” dell’inbound e quello “autonomo” dell’outbound). Dall’altro Cgil e sinistra dell’Unione sostengono gli ispettori che hanno “condannato” Atesia ad assumere 3200 precari e a pagare i contributi per altri 11 mila assunti dal 2001.
Accuse di aver violato i patti vengono direttamente da Alberto Tripi, presidente del grande gruppo Almaviva, che comprende Atesia, i call center sparsi in tutto il paese di Cos, i servizi bancari di Finsiel con un fatturato annuo di 720 milioni e una ricca quotazione in borsa ormai prossima. Insieme a minacce di licenziamenti (90 mila secondo Assocontact, associazione dei call center in ooutcourcing in Confindustria) e di delocalizzazione («in paesi come la Romania, dove la flessibilità esiste davvero» immagina lo stesso Tripi). Anche se l’ostacolo linguistico sembrerebbe delinerare, per il settore, un mercato nazionale, diversamente da come accade negli Usa dove è facile spostare la produzione in paesi anglofoni come l’India. «La flessibilità fa parte dello stesso concetto di outsourcing», aggunge sul Sole 24 Ore Costamagna, presidente di Assocontact (dimenticando che grandi call center come la stessa Atesia, ma anche Alicos, Cosmed, Telecontact lavorano senza sosta ormai da molti anni). Che non sia un problema di “buona” flessibilità, ma di profitti derivanti dal basso costo del lavoro lo dimostra anche la dichiarazione di Marco Durante, presidente di PhonEtica e consigliere di Assocontact: «Il costo azieendale per un cocoprò è di 10,50 euro l’ora, di 15-17 euro per un’operatore dipendente». «Manca un quadro di riferimento coerente per le imprese del settore», aggiunge Maurizio Beretta, direttore generale di Confindustria.

Dall’altro lato la Cgil sposa in pieno l’azione degli ispettori (mentre sono molto più morbide Cisl, Uil, e Acli) e chiede una politica di regolarizzazioni ben più ampia di quella immaginata da Damiano con la sua salomonica circolare. «Siamo pronti a riprendere il confronto con l’azienda guardando con rispetto e autonomia di giudizio il pregevole lavoro degli ispettori», dichiara Emilio Miceli, segretario dell’Slc. «L’auspicio è che gli ispettori del lavoro inizino al più presto i controlli anche dei call center siciliani, che attualmente vedono impiegati 10 mila lavoratori con contratti precari e nel 90% dei casi nascondono rapporti di lavoro subordinati spacciati per collaborazione a progetto», aggiunge Barbara Apuzzo, della segreteria siciliana della Cgil, mentre ieri Zipponi del Prc e Cremaschi della Fiom avevano chiesto regolarizzazioni in tutto il settore. Dello stesso avviso anche il sottosegretario agli interni Paolo Cento: «Questa vicenda è la conferma dell’insostenibilità sociale ed economica della legge Biagi come del pacchetto Treu che hanno moltiplicato i contratti atipici. Dopo la relazione degli ispettori esce confermata la necessità di garantire il lavoro a tempo indeterminato degli addetti al call center e di un intervento legislativo per cancellare la legge Biagi».

Dall’Atesia, dunque, la visuale si allarga, fino a comprendere tutta la politica del governo sul lavoro. In questa contraddizione si trova adesso Damiano, che ha fatto della concertazione e della “buona flessibilità” i paradigmi dei suoi primi mesi di governo. Oggi, invece, gli ispettori smentiscono la circolare del ministro, dimostrando che non basta dire outbound per trovare lavoro “autonomo”. E mettono in crisi il dialogo che Damiano aveva intessuto con i sindacati e con le aziende del settore. Dall’impasse il ministro non sembra però in grado di uscire: «Per me vale la circolare di giugno. Mi attengo rigorosamente al programma dell’Unione» sono le uniche parole che Damiano riesce a pronunciare, dopo l’incontro molto amichevole avuto ieri con Maroni al meeting di Rimini. Una rottura con la forte lobby dei proprietari dei call center -assegnatari non solo dei servizi telefonici privati ma anche di ricchissime commesse pubbliche e corteggiati da dichiarazioni di fuoco provenienti dalla Cdl- è un pericolo che il ministro vuole evitare.