Cuba, l’isola che c’è

Sono 275 le associazioni, in 93 paesi di tutto il mondo – Europa, America, Africa e Medio Oriente – che si battono da otto anni (esattamente dal 12 settembre 1998), per chiedere a Washington la liberazione dei Cinque. Una di queste associazioni è “La Villetta”, storica presenza nel cuore di uno dei quartieri più popolari e rossi della capitale (ai suoi tempi qui il Pci prendeva la maggioranza assoluta). Un nucleo tenace e generoso di amicizia con Cuba.

Anche quest’anno, per la decima volta, a partire dal 1996, ha organizzato alla grande la ormai tradizionale “non stop per Cuba”. Tre giorni intensi – interventi, testimonianze, iniziative, presentazione di libri, cene e concerti – che hanno visto la partecipazione di militanti e dirigenti della sinistra, Prc, Pdci, Ds, di intellettuali e docenti universitari (come Raul Mordenti e Luciano Vasapollo), scrittori e giornalisti, esponenti delle istituzioni, assessori e consiglieri del Lazio, parlamentari (Russo Spena, Bonadonna, Rizzo), magistrati, ricercatori. E di una fitta presenza di associazioni (dal Comitato 28 giugno a Teleambiente, Radio Città aperta, Nuestra America, Zona Rossa, Provincia Habana, Comitato Fabio De Celmo, Mezzaluna Palestinese e tante altre) che, intorno e insieme alla “Villetta”, formano la vasta rete regionale della solidarietà con Cuba (non certo un’aggregazione di suffragette, ma un fulcro di animazione politica e culturale). E come sempre, presente la delegazione cubana d’alto livello, l’ambasciatore a Roma, R. Lopez Clemente, il console, l’addetto culturale.

Chi sono i Cinque, è risaputo (anche se la loro storia non è così di dominio pubblico come dovrebbe, i media tacciono). I Cinque sono loro, i cubani arrestati a Miami sotto accusa di spionaggio. “Volveran”: accanto al manifesto di Bush Wanted, “Ricercato dai popoli del mondo”, c’è la gigantografia – “Volveran”, torneranno – che rimanda i loro volti giovani, i loro nomi. Gerando Hernandez Nordel, 2 ergastoli più 15 anni; Ramon Labatino, ergastolo; Antonio Guerriero Rodriguez, ergastolo; Fernando Gonzales Llort, 17 anni; Renè Gonzales, 15 anni. Rinchiusi, dal giorno della condanna, nei penitenziari di cinque stati diversi (Pennsylvania, California, Texas, Wisconsin, Colorado), al sadico scopo di rendere più difficile se non impossibile il lavoro della difesa e l’incontro coi familiari. In più, come una riesumata storia di Papillon, i Cinque sono rimasti per 17 mesi consecutivi rinchiusi in isolamento e per un mese intero sepolti nel cosidetto “buco”. L’hueco, appunto un buco di due metri per due, dove bisogna stare senza scarpe, in mutande e maglietta; dove non si sa quando è giorno e notte perché la luce resta accesa ventiquattrore su ventiquattro; dove non si ha nessun contatto umano, neppure coi carcerieri. Oggi i cinque cubani sono prigionieri in una cella “normale”; ma è un risultato raggiunto solo grazie ad una campagna internazionale alla quale hanno partecipato molti liberals nordamericani, più di cento deputati laburisti inglesi e Nadine Gordimer, la scrittrice sudafricana Premio Nobel per la letteratura.

Silvia Baraldini, che di penitenziari yankee se ne intende, ha voluto portare il suo saluto alla non stop della Villetta. «Scrivetegli – ha detto -La mia vita è cambiata quando hanno cominciato ad arrivarmi in carcere migliaia di lettere e cartoline».

Scrivetegli. E don Vitaliano della Sala ha anche lui invitato alla solidarietà coi Cinque, raccontando la fiaba del «leone che è forte perché gli altri animali sono deboli».

Il leone è forte ma anche impostore e miserabile, nella fattispecie. Il caso dei Cinque è infatti lo specchio dell’odio e della cattiva coscienza amerikana, lavoro bagnato targato Washington e Cia. Si sa come è andata. I cinque agenti cubani si infiltrano, in Florida, all’interno dei numerosi gruppusculi paramilitari anticastristi che, soprattutto a Miami, pullulano dopo lo Sbarco, già a partire dal 1959, con infiniti tentativi di destabilizzazione, attentati, bombe, atti terroristici; non ultimo il piano di invasione fallito alla Baia dei Porci. Gruppuscoli che – bene armati e foraggiati con milioni di dollari dalla Cia – si chiamano, tanto per citare i più famigerati, Fratelli per il Riscatto, Alfa 66, Movimento Democrazia, Omega 7.

Agenti e patrioti, a rischio della vita, i cinque si introducono in quegli ambienti fascistoidi, vi si iscrivono, raccolgono informazioni; il fine è quello di conoscere per tempo e parare i colpi criminali: si chiama controinformazione antiterroristica. Allertando tempestivamente l’Avana, i cinque infiltrati cubani riescono a far fallire centosettanta attentati contro Cuba (tutti documentati).

A quel punto il governo di Castro, peccando di lealtà, prende l’iniziativa di avvertire Clinton e, nel giugno 1998, una delegazione del Fbi viene ricevuta all’Avana, a disposizione il dossier sull’operato degli estremisti di Miami. Colpo di scena: anziché arrestare i criminali autori di tanti atti terroristici, Washington fa scattare le manette sugli informatori.

Il resto è una tragica farsa giudiziaria.

“Volveran”. Torneranno. Loro sono in carcere. Restano invece tranquilli in libertà i delinquenti beneamati della Cia, come quel Luis Posadas Carriles, autore confesso di decine di attentati, ivi compreso quello compiuto in un albergo dell’Avana dove rimase vittima un ragazzo italiano in vacanza, Fabio De Celmo.

Il dossier degli attentati contro Cuba è in realtà un libro di centinaia di pagine. I lanci di bombe sganciati da aerei Usa su territorio cubano incominciano sin dall’ottobre 1959. Agli inizi 1960 bombe incendiarie colpiscono piantagioni di canna da zucchero in varie zone dell’Isola; nel marzo dello stesso anno un cargo francese che sta scaricando casse di munizioni di provenienza belga salta in aria, 75 morti e 200 feriti; l’anno dopo c’è l’assalto alla Baia dei Porci. Per tutti gli anni Sessanta Cuba è teatro di una infinità di incursioni aeree e marittime da parte di commandos anticastristi: obiettivi dei raids raffinerie, stabilimenti chimici, viadotti ferroviari, zuccherifiici, magazzini. L’assalto a un accampamento sovietico causa la morte di dodici soldati russi.

Nel 1971, si legge nel Grande Libro dei Misfatti Usa, “la Cia consegnò agli esuli cubani un virus in grado di scatenare la peste suina africana, PSA” (fu necessario abbattere immediatamente mezzo milione di maiali). Ed “è assai probabile che dieci anni più tardi siano stati deliberatamente presi di mira gli esseri umani, quando sull’Isola si abbattè un’epidemia di dengue emorragica” (la malattia trasmessa dalla zanzara di cui si parla anche oggi). Il fatto più cruento di quegli anni è l’esplosione in volo, 6 ottobre 1976, di un aereo della Cubana, nella quale perdono la vita 73 persone, compresa l’intera nazionale giovanile di scherma cubana. Almeno 600 i tentativi di uccidere Castro e quasi 4mila le vittime degli attentati nel corso di questi 50 anni. Ancora oggi i nuclei anticubani insediati a Miami “costituiscono una delle organizzazioni terroristiche più longeve e prolifiche al mondo. E sono ancora lì”.

Non più tardi del 10 luglio scorso, Bush ha approvato un Piano in sette punti della Cafc (Commissione di Assistenzza per una Cuba Libera): diretto dalla stessa Condoleza Rice, ha un organico di cento persone e un budget di 80 milioni di dollari.