Cuba, la complicata successione a Fidel

Da qualche mese si era tornati a Cuba a parlare con insistenza del “dopo Fidel”. Questa volta non si trattava solo delle voci ricorrenti sullo stato di salute del “líder maximo”. E’ stato lo stesso Castro a porre il problema. Prima con un discorso che nello scorso novembre metteva sotto accusa corruzione e malefatte del comunismo cubano («Ormai solo la nostra rivoluzione può distruggere se stessa»), poi facendo filtrare indiscrezioni sull’intenzione di favorire l’avvio di una gestione collegiale al vertice: Felipe Pérez Roque (classe 1965, ministro degli esteri dal 1999, ex segretario del leader cubano) poteva diventare il numero uno affiancato da Raúl Castro, mentre a Fidel potevano bastare l’incarico di segretario del Partito comunista cubano e il ruolo di padre della patria. All’orizzonte c’erano l’ottantesimo compleanno (il prossimo 13 agosto) e il congresso del partito (da tenere forse nel 2007, a dieci anni di distanza dall’ultimo): due appuntamenti in cui sancire il passaggio di consegne. Chi ha poi letto la lunga intervista concessa da Fidel Castro a Ignacio Ramonet (già edita in volume in Francia e Spagna ma non ancora in Italia), è rimasto colpito dal tono testamentario e puntiglioso di quella conversazione: il leader cubano dice con foga l’ultima parola sui passaggi controversi della sua biografia e della rivoluzione cubana (rapporti con Stati Uniti e Unione sovietica, soprattutto).
Ora le notizie sulle precarie condizioni di salute di Castro (l’annuncio fatto da lui stesso circa l’assenza dalla vita pubblica che potrebbe durare molte settimane) introducono nel puzzle della successione al vertice dell’Avana un nuovo tassello: la fretta di accelerare il ricambio con Fidel ancora in vita è ormai dettato non solo da ragioni politiche. Eppure il leader cubano era apparso davanti alle tv di mezzo mondo solo dieci giorni fa in Argentina, quando aveva partecipato alla riunione del Mercosur che sanciva il rilancio di questa organizzazione economica latinoamericana, recandosi poi con il presidente venezuelano Hugo Chávez a Rosario, la città che ha dato i natali a Ernesto Che Guevara. Fidel è sembrato in quelle occasioni claudicante e dimagrito, ma niente faceva presagire il peggio. Poi, tornato a Cuba, ha pure tenuto il rituale discorso del 26 luglio, data che ricorda l’avvio della rivoluzione nel 1953. In quella occasione ha ancora una volta ironizzato sulla sua troppo lunga permanenza al potere («Non ho intenzione di rimanervi fino ai cento anni»).

Le voci sulla morte imminente del leader cubano si susseguono da almeno trent’anni. Fidel le ha smentite ogni volta, dando così lustro alla mitologia che lo vuole politicamente intramontabile, visto che la sua rivoluzione dura dal 1959 ed è riuscita perfino a resistere al crollo del muro di Berlino del 1989 oltre che all’embargo economico decretato dagli Stati Uniti fin dal 1962.

Castro ha visto sfilare dieci presidenti statunitensi nel corso della sua leadership: Dwight D. Eisenhower, John F. Kennedy, Lyndon B. Johnson, Richard Nixon, Gerald Ford, Jimmy Carter, Ronald Reagan, George Bush, Bill Clinton. Ora è alle prese con George W. Bush (va tenuto conto delle doppie presidenze di Reagan, Clinton e dello stesso Bush junior). Nel 1959, l’anno della rivoluzione cubana al potere, alla guida dell’Unione Sovietica c’era Nikita Krusciov, mentre in Vaticano il Papa era Giovanni XXIII. Dalla “crisi dei missili” di fine 1962, che coinvolse Cuba e contrappose l’Urss di Krusciov agli Usa di John Fitzgerald Kennedy fino al pericolo di una guerra nucleare, sono passati oltre quarant’anni.

Castro, dopo il 1989, ha ricevuto a L’Avana Vladimir Putin, Giovanni Paolo II, la nuova leadership cinese e Jimmy Carter (unico ex presidente statunitense a tentare una riconciliazione con l’isola). Nei decenni precedenti è stato tra i principali leader del movimento dei paesi non allineati e ha incontrato innumerevoli personaggi che appartengono alla storia del XX secolo: Nikita Krusciov, Leonid Breznev, il maresciallo jugoslavo Tito, Salvador Allende, Malcom X, Indira Gandhi, Olof Palme, Nelson Mandela, Yasser Arafat, gli esponenti dei movimenti progressisti dell’Africa e dell’America Latina, tanti intellettuali a iniziare da Ernest Hemingway che visse a Cuba fino ai primi mesi del 1960.

Dopo il 1989, sono stati resi pubblici alcuni documenti della Cia. Dalla loro lettura si è appreso che i piani per uccidere il leader cubano sono stati almeno 637. C’è stato inoltre un episodio recente che ha simulato cosa potrebbe accadere nel momento dell’annuncio della morte di Fidel.

23 giugno 2001, ore 17.31, l’Agenzia “Ansa” batte un breve dispaccio proveniente da L’Avana: «Fidel Castro è stato colpito da malore ed è svenuto durante un discorso che stava tenendo nella capitale». La notizia fa il giro del mondo. Cuba va in apnea. Per la prima volta il leader della rivoluzione accusa un malore in pubblico. L’isola, dopo oltre quarant’anni dall’arrivo trionfante di Castro a L’Avana nel gennaio 1959, diventa consapevole che Fidel può morire da un momento all’altro. L’effetto è scioccante. Oltre il 70 per cento degli 11 milioni di cubani è nato dopo il 1959, il 50 per cento dell’intera popolazione ha meno di 30 anni. In quella giornata di giugno del 2001 si è assistito nel giro di poche ore a quanto potrebbe accadere all’annuncio della morte di Castro. Da Miami si davano indicazioni sul da farsi: nomina di un governo provvisorio in esilio, preparazione di un ponte aereo e di un altro navale per far giungere sull’isola migliaia di cubani anticastristi disposti ad aggiungersi a una rivolta antiregime.

Fin dai primi anni della rivoluzione c’è un tacito patto siglato dal gruppo dirigente. In caso di morte repentina di Fidel, per attentato o cause naturali, Raúl Castro è il successore designato. Ecco perché Raúl è stato sempre rieletto “secondo segretario” del Partito comunista cubano e vicepresidente del Consiglio di Stato.

Gli storici che si dedicano a Cuba fanno fatica a schizzare un ritratto del più giovane dei fratelli Castro. Poche interviste concesse alla stampa estera e a quella cubana, poco protagonismo nei momenti cruciali della rivoluzione pur controllando come ministro delle Forze armate un settore nevralgico. Chi si è occupato di ricostruire la personalità di Raúl Castro si è così trovato di fronte a due linee interpretative di segno opposto. Per la maggioranza degli storici di cose cubane, il ministro delle Forze armate cubane è freddo, cinico, inflessibile: insomma, è il “duro” e il “cattivo” del gruppo dirigente. Una minoranza di analisti, invece, suggerisce di approfondire l’analisi delle sue posizioni politiche sottolineandone il carattere gioviale, il rapporto cameratesco con i suoi sottoposti e soprattutto la capacità di avere continuamente il polso della situazione interna dell’isola più di ogni altro dirigente: il che lo ha sempre schierato a favore delle riforme economiche negli ultimi quindici anni.

Raúl ha dalla sua anche l’autorità che gli deriva da essere a fianco di Fidel fin dal 26 luglio 1953, data dell’assalto alla Caserma Moncada a Santiago. Per finire, è tra i pochi comandanti della guerriglia sulla Sierra Maestra superstite alla ferrea legge dell’anagrafe (è quindi sbagliato pensare che a Cuba ci sia una dinastia familiare in stile Corea del Nord). Il problema politico su cui incentrare l’attenzione è semmai la struttura del potere politico che si verrebbe a creare con la scomparsa di Fidel. Personaggi politici di primo piano e rappresentanti di generazioni diverse come Carlos Lage, Ricardo Alarcón, Abel Prieto, Felipe Pérez Roque, Eusebio Leal sarebbero catapultati in ruoli di grande responsabilità trovandosi a fronteggiare la vecchia guardia, definita comunemente dagli analisti “conservatrice”, di José Ramón Machado Ventura, José Ramón Balaguer e Juan Almeida Bosque.

L’incognita sul futuro di Cuba non è però solo la possibilità di una gestione collegiale del governo dell’isola. Una variabile imprevedibile è rappresentata dalle diverse tendenze presenti nel Partito comunista cubano, su cui non si dispongono notizie tali da superare la tradizionale e semplicistica suddivisione tra “riformisti” e “conservatori”. Come dimostra l’esperienza dell’Unione Sovietica, quando nel 1985 il Partito comunista elesse inaspettatamente segretario Mikhail Gorbaciov, è assai probabile che nel contenitore del partito unico cubano ci siano posizioni rimaste finora compresse e ai margini che potrebbero rivelarsi il vero fatto nuovo del dopo Fidel.

Un’ultima variabile, la più importante nel medio periodo, riguarda il lascito politico e culturale dei quasi cinquant’anni di rivoluzione. L’interrogativo centrale riguarda i rapporti con gli Stati Uniti. Quale sarà l’atteggiamento emotivo degli 11 milioni di cubani verso Washington, quando Fidel Castro non ci sarà più? La storia dell’isola è segnata da uno spiccato sentimento indipendentista prima dalla Spagna e poi dagli Stati Uniti fin dalla metà dell’Ottocento. La rivoluzione castrista ha potuto godere di un consenso di massa anche perché ha fatto leva su quel patrimonio ideale, incentivandolo e accarezzandolo ogni volta che è stato possibile. Negli ultimi anni, a causa della prolungata crisi economica interna, c’è tuttavia un sentimento contrastante che attraversa l’isola nei confronti del potente vicino. In molti cubani alberga la troppo facile convinzione che tutti i problemi dell’isola si risolveranno con iniezioni di dollari da parte degli esuli che vivono a Miami e il ripristino del rapporto privilegiato con Washington. Altri (la maggioranza?) vorrebbero che fossero i cubani “di dentro” a decidere autonome forme di governo politico ed economico, difendendo l’indipendenza nazionale come valore primario e negoziando una relazione di pari dignità con i cubani di Miami. Lo stesso problema riguarda i cubani che vivono in Florida. Prevarrà l’attitudine negoziale, o quella vendicativa? La maggioranza di loro vorrà rientrare in possesso delle proprietà espropriate negli anni della rivoluzione (dalle abitazioni alle terre, dalle industrie alle fattorie) correndo il rischio di una guerra civile, o sarà disposta ad accettare una fase intermedia di transizione?

Anche se Fidel rientrasse in piena attività tra qualche settimana, tutti questi interrogativi gravano sul presente e il futuro di Cuba.