Cuba è destinata a farci discutere

I recenti avvenimenti a Cuba – tre esecuzioni capitali contro i dirottatori di una nave e le pesanti condanne contro un gruppo di oppositori piuttosto interni alle ingerenze statunitensi contro l’isola – hanno scatenato una discussione aspra, ampia e trasversale nella sinistra italiana.Le mozioni contro Cuba presentate e votate alla Camera, hanno suscitato le proteste di alcuni pezzi del “popolo della sinistra”. Le mozioni dei DS e del PRC affermano, con ragionamenti e priorità anche assai diverse tra loro, che a Cuba occorre introdurre la democrazia perchè le indiscutibili conquiste sociali, da sole, non bastano a fare la differenza con il sistema dominante.Qui si apre un problema serio, non solo per Cuba ma anche per noi. Ilsistema dominante, infatti, dimostra di possedere un suo modello politico di democrazia capace di esercitare una egemonia globale fino a manifestarsi come “unico modello possibile”, giungendo a legittimarne la sua esportazione anche attraverso la guerra, i bombardamenti, l’occupazione militare di stati sovrani.Ma non c’é solo questo aspetto.Questo modello ruota più o meno intorno ad alcuni assi che vengono”martellati” come fondanti di ogni democrazia moderna: il pluralismopolitico, libere elezioni, separazione dei poteri, rapporti privati dellaproprietà. I governi che non adottano tali criteri vengono prima o poiinseriti nella lista dei “rogues states” da eliminare politicamente,militarmente, economicamente. Il cambiamento di regime politico ed economico di questi paesi è, ad esempio, una ambizione pubblica dell’amministrazione Bush.Da questi “fondamentali” del modello democratico dominante manca però completamente qualsiasi riferimento alla giustizia e alla dimensione sociale, ritenendo automatico che la democrazia affidi alla supremazia della proprietà privata, al mercato e alle sue leggi invisibili la definizione delle relazioni economiche e sociali. Si ripropone dunque la contraddizione tra “uguaglianza” e “libertà” che dovrebbe rappresentare il problema di Cuba ma che lo rappresenta anche per i suoi detrattori e avversari ed un problema irrisolto anche per noi.Uno sguardo all’America Latina ci dice che in tutto il contesto geopolitico in cui Cuba è inserita (ed in cui va valutata), i diritti politici e i diritti sociali sono inversamente proporzionali. Inoltre, e non è proprio un dettaglio, le ingerenze statunitensi sul “patio trasero”, su quell’America Latina che gli USA considerano il loro cortile di casa, paiono destinate ad aumentare pesantemente sia per imporre a quei paesi l’ALCA, il Plan Puebla Panama, il Plan Colombia sia per scardinare le relazioni cresciute in questi anni tra America Latina ed una Europa riottosa verso Washington.Non si può negare che il Nicaragua sandinista stia ancora pagando un costo sociale, economico e morale altissimo e devastante per aver accettato (e perduto) la sfida del pluralismo politico impostagli dagli USA e da molti “consiglieri” europei.Anche la vicenda argentina appare emblematica. Proprio nel paese dove la devastazione sociale neoliberista è esplosa con la nota drammaticità (fino ad arrivare ai bambini morti di fame in un paese che è stato ricco) la dialettica politica ha visto le forze progressiste duramente penalizzate e le urne inviare al ballottaggio proprio due dei protagonisti del massacro sociale del paese.La vicenda del Venezuela è poi paradigmatica. Non basta applicare ilpluralismo politico, fare e vincere democraticamente le elezioni, assicurare la libertà di stampa – come ha fatto Chavez – per essere benvisti e accettati a Washington, Londra, Roma o Bruxelles. Se non si attuano obbligatoriamente i loro programmi, la loro logica di mercato, se non ci si piega ai diktat del FMI e ai progetti dell’ALCA, del Plan Colombia e del Piano Puebla Panama, non si viene ammessi nel circolo dei governi democratici, anzi, si entra direttamente nella lista dei governi a rischio di “esportazione della democrazia”, come ci indica l’onda lunga bellicista avviata da Washington e i due tentativi di golpe contro l’attuale governo venezuelano.Tutta questa potrebbe però essere liquidata come una argomentazione superflua, magari pertinente, ma insufficiente a spiegare quello che è accaduto a Cuba o il deficit democratico rimproveratogli dalle mozioni presentate in Parlamento da almeno due dei partiti della sinistra italiana e da tante lettere e prese di posizione.Poniamo dunque un questione ai compagni e agli amici cubani e, specularmente, alla sinistra critica verso Cuba. In tale contesto geopolitico e storico, se il modello democratico “universale” o percepito come tale un pò da tutti, è quello indicato dai maggiori stati imperialisti, quale modello democratico dovrebbe adottare Cuba?a) Un suo modello originale fondato su un partito unico, il voto suicandidati e la possibilità di revoca degli eletti, un modello che peròcontrasta con la percezione di quello oggi ritenuto universale b) Il modello occidentale dominante fondato, più che sul pluralismo, su un bipartitismo che, come dice Eduardo Galeano, somiglia molto più ad un sistema fondato sue due fazioni di un unico partito e che non consente cambiamenti radicali sul piano politico e dei rapporti di proprietà;c) Un modello ancora tutto da inventare e sperimentare, che corrisponderebbe alle migliori aspirazioni verso un nuovo mondo possibile ma che (oltre a questo perdurante “buco” di sperimentazione che può alimentare un dibattito ma non può isolvere i problemi di uno Stato) deve anche misurarsi con il problema assai concreto di far esistere e difendere ciò che fino ad oggi è stato conquistato, cercando di non fare la fine del coraggioso ma ingenuo Nicaragua sandinista.Cuba non sempre coincide con quello che desideriamo ma è una realtà che rappresenta un punto di resistenza alle ingerenze imperialiste sull’America Latina perchè viene percepita come un esempio di progresso sociale, indipendenza e dignità da parte delle forze popolari di quel continente. I suoi problemi interni seminano più interrogativi qui in Europa, dove siamo in qualche modo condizionati dal “modello democratico dominante” e molto meno lì dove questo modello entra in contraddizione con la sua aspirazione progressiva sul piano sociale e morale seminando miseria e regressi considerevoli.Per fornire a Cuba qualcuno degli attrezzi delle nostre cassette, dovremmo quantomeno avere qualcosa da offrire in positivo sul piano dei risultati politici, della capacità di condizionare la politica estera dei nostri governi, sul piano di una sperimentazione avanzata e socializzabile di democrazia pienamente utilizzabile anche in una realtà come quella latinoamericana o in situazioni di “guerra non dichiarata” come quella a cui è sottoposta Cuba da anni ed a cui ha dovuto fare fronte contando essenzialmente sulle proprie forze.Su questo terreno, il deficit è di Cuba o soprattutto nostro?Discutiamone lealmente ma diamo un ordine di priorità ai problemi e non commettiamo l’errore di negarci alla solidarietà e alla difesa del progetto rivoluzionario di Cuba. La realtà dell’unipolarismo USA e dell’egemonia neoliberale, la sorte toccata al Nicaragua sandinista, la guerra contro la Jugoslavia e poi la guerra e l’occupazione dell’Iraq qualcosa dovrebbero aver insegnato a tutti noi. Troppi “se” e troppi “ma” non aiutano Cuba ma neanche noi stessi.Per cercare di dare delle risposte, non definitive ma neanche superficiali a queste domande sarebbe utile costruire una occasione di confronto e dibattito “a tutto campo” nei prossimi giorni. Cosa ne pensate?