Crollo record del fabbisogno statale

Era prevedibile, senza dover essere dei maghi della finanza pubblica. Tutte quelle entrate fiscali superiori alle attese non potevano non lasciare traccia, alla fine dell’anno, anche sul «fabbisogno dello stato». Che infatti si è fermato a 35,2 miliardi di euro, un’enormità meno (il 41%) dei 60 miliardi del dicembre 2005, l’ultimo interamente ascrivibile al «creativo» ministro del tesoro berlusconiano, Giulio Tremonti.
Il risultato, ha spiegato l’attuale titolare di via XX settembre, Tommaso Padoa Schioppa, «beneficia soprattutto di un afflusso, nel corso di tutto l’anno, di entrate fiscali superiori alle previsioni», ma anche «delle iniziative per il controllo della spesa pubblica assunte con la manovra di bilancio di fine 2005 e con il rigoroso controllo operativo della spesa effettuato a partire dal giugno 2006» (ovvero da quando lui stesso ha preso le redini del ministero).
L’avanzo per il mese di dicembre è stato addirittura di 21 miliardi, nonostante si siano verificate due condizioni decisamente negative: «il venir meno, rispetto allo scorso anno, di incassi straordinari» (come la cartolarizzazione dei crediti Inps o la vendita di Patrimonio1) e «l’assegnazione alle Regioni di risorse arretrate per il finanziamento della spesa sanitaria e i consistenti finanziamenti per infrastrutture ferroviarie», come la Tav. Naturalmente il ministro ne trae una conclusione completamente in linea con il suo rigorismo in stile Banca centrale europea: «questi dati incoraggianti non autorizzano in alcun modo ad allentare lo sforzo di risanamento dei conti pubblici».
I dati, però, confermano tutti i numerosi dubbi espressi a sinistra sulla necessità di una manovra finanziaria così pesante (quasi 40 miliardi di euro, alla fine). Specie perché lo stesso Padoa Schioppa, mostra (giustamente) di voler condividere con il predecessore Tremonti il merito di questo risultato. Le pesanti misure di controllo della spesa pubblica – oltre ad altri artifici molto meno «produttivi» – erano già contenute nella finanziaria 2006, e al ministero non potevano non averle già messe in conto. Dubbi amplificati dal fatto che la finanziaria appena approvata «picchia» un po’ tutti i settori sociali (i benefici della «redistribuzione» sanciti dalla modifica delle aliquote Irpef sono sostanzialmente divorati dalla raffica di aumenti – bolli, tariffe, ecc).
C’è insomma l’impressione che l’unica «discontinuità» di politica economica rispetto a Berlusconi riguardi la maggiore «competenza» di quello attuale nell’applicare ricette liberiste pensate altrove (e per altri interessi, evidentemente). Come se il rigorismo ragioneristico fosse di per sé l’unico dato politico qualificante, a dispetto degli interessi di interi strati sociali. E in definitiva del paese.