Crollo del dollaro, l’Asia si prepara

Siamo un paese disperatamente provinciale. Ci appassioniamo soltanto alle vicende del cortile di casa e non ci preoccupiamo degli tsunami che si formano lontano dalle nostre coste, convinti che non arriveranno a toccarci. Conservatori dagli orizzonti ristretti, insomma (e non è forse vero che Berlusconi ha vinto soprattutto fuori dalle grandi città?).
Sprovincializziamoci, perciò. E parliamo della Banca asiatica di sviluppo (Adb), che ha inviato a tutti suoi membri una nota in cui li consiglia a prepararsi per «un possibile tracollo del dollaro». I soci della Adb non sono dei privati con gli occhi a mandorla, ma 64 stati. I principali, con una quota del 15% a testa, sono Stati uniti e Giappone. Ma ne fanno parte anche Australia, Francia, Inghilterra, Svizzera, Italia e Germania, oltre che, naturalmente, Cina, India, Indonesia, Pakistan, ecc. Insomma, dovremmo saperlo quasi per primi, e invece lo apprendiamo dal lavoro meritoriamente svolto dal sito giornalistico francese www.voltairenet.org (circola anche una traduzione in italiano grazie a Curzio Bettio).
Perché il dollaro potrebbe crollare? Perché l’economia Usa è minata da due deficit enormi e crescenti: quello della bilancia commerciale e quello statale. Il primo indica che gli Usa importano (sempre di) più di quanto esportano; il secondo che l’amministrazione Bush sta caricandosi oltremisura di debiti per finanziare, in primo luogo, la guerra in Iraq. Come potranno ripagare i creditori se producono meno di quanto consumano? Stampando dollari, secondo la pessima abitudine presa durante la guerra in Vietnam quando, nel 1971, sospesero il «gold standard» e la parità fissa tra dollaro e oro. In parole semplici, la Adb teme che ancora una volta gli Usa si stiano preparando a scaricare sugli alleati e i partners i propri guai.
Dal 1973, sui mercati internazionali, è stata definito un indice annuale per misurare la quantità di dollari che viaggia sui circuiti: la «massa M3». Il valore del dollaro, in altri termini, non è più misurato sulla base dell’economia di quel paese, ma dal grado di «fiducia» che gli viene accordato nell’area in cui viene utilizzato (tutto il mondo, in pratica). Ma soltanto quindici giorni fa è stato dato l’annuncio che questo indice non sarà più pubblicato: il volume di dollari in circolazione sta per diventare «un segreto inconfessabile». Quale «fiducia» si potrà avere in una moneta di cui non si sa più cosa rappresenta e in che misura?
Stavolta, però, il crollo del dollaro potrebbe avvenire prima ed essere superiore a quanto vorrebbero gli americani. La moneta Usa è l’unità dei pagamenti internazionali, soprattutto nel settore energetico. Qui sta cambiando molto. Il Venezuela ha appena ricomprato sui mercati americani i bond emessi da Pdvsa, la compagnia petrolifera nazionale, in modo da non dover più rendere pubblici i propri bilanci; ma Chavez vuole anche cominciare a cambiare in euro e yuan i dollari introitati grazie al petrolio. L’Iran, dopo qualche timida smentita, ha ammesso di star lavorando alla creazione di una «borsa petrolifera» sull’isola di Kish, nel Golfo Persico; Agip e Total vi hanno già aperto propri uffici.
I paesi del Golfo, da parte loro, stanno lavorando per integrare le proprie economie e dotarsi di una moneta unica, sul modello dell’euro. La motivazione ufficiale è interessante: sanno di non avere risorse infinite di petrolio e, quindi, invece di investire i surplus in infrastrutture per aumentare l’estrazione di greggio, preferiscono cercare occasioni di investimento all’estero. Non si fidano più molto dei fondi comuni Usa (lo scherzo giocato alla Dubai Ports, esclusa dalla gara per acquisire le attività di sei porti della costa est degli Stati uniti, non è stato digerito), e quindi guardano all’Europa. Anche la Norvegia sta per aprire una sua borsa petrolifera (in euro, naturalmente) in modo da scalzare quella di Londra (entrambi i paesi estraggono il Brent dal Mare del Nord; ma la produzione inglese sta ormai scontando l’esaurimento dei giacimenti).
Ma sul prossimo crollo del dollaro, possibile che la Federal reserve non abbia nulla da dire?. Beh, qui la situazione diventa quasi imbarazzante. Alan Greenspan ha lasciato per raggiunti limiti di età, sostituito dall’ancora acerbo Ben Bernanke. MA anche il vicepresidente, Roger Ferguson, ha annunciato le sue dimissioni per inseguire «altre opportunità professionali». Lo stesso ha fatto Anthony Santomero, presidente della Fed regionale di Filadelfia; nonché altri due dei sette governatori nazionali e sei dei dodici presidenti regionali. Un fuggi fuggi che causerà quantomeno un serio deficit di esperienza alla principale banca centrale del mondo.
Bella situazione, vero? Ci mancherebbe solo che qualcuno, alla Casa bianca, volesse provare a bombardare l’Iran…