Critica alla legge elettorale, un’occasione mancata

Si è discusso molto e molto animosamente, in questi giorni, della nuova legge elettorale escogitata dalla Casa delle libertà. Ora che la Camera l’ha approvata, cerchiamo di mettere da parte invettive e anatemi e di ragionare su quanto è accaduto. Il centrosinistra ha reagito unanime, bollando l’iniziativa della destra come una truffa. E indubbiamente su molte critiche – a cominciare dalla denuncia del carattere strumentale di una riforma tesa, se non a ribaltare i pronostici delle elezioni politiche, comunque a ridurre le proporzioni di una sconfitta preconizzata – non si può che concordare. Quanto alla strategia adottata dall’opposizione, c’è invece molto da eccepire.

La nuova legge è pessima, soprattutto perché ingabbia gli elementi di proporzionalismo in uno schema maggioritario e bipolare che li contraddice. Ma le sono state mosse accuse non sempre giustificate, soprattutto se si considera il sistema elettorale dal quale proveniamo. Si lamenta che, prevedendo in sostanza l’indicazione del candidato alla presidenza del Consiglio, la nuova legge lede le prerogative del presidente della Repubblica. È vero, ma c’è da chiedersi in che cosa questa norma peggiori lo stato delle cose precedente: non è proprio così che ha funzionato il Mattarellum, strenuamente difeso dalla gran parte del centrosinistra? Ci si scandalizza per l’eliminazione delle preferenze: si vuol forse sostenere che sinora le liste elettorali sono state concordate con il corpo elettorale? Si grida giustamente allo scandalo (da parte di alcuni) per l’istituzione di un cospicuo premio di maggioranza: ma non è forse la legge sin qui vigente ad aver regalato alle destre una maggioranza blindata in Parlamento, a fronte di tutt’altri rapporti di forza reali nel paese? E non è responsabilità del maggioritario avere promosso una degenerazione leaderistica della politica che alimenta potenti pulsioni autoritarie a detrimento degli organi rappresentativi e del pluralismo politico? Tutto ciò non rende per nulla meno perversi i prevedibili effetti di questa «riforma». Resta il fatto che era assolutamente necessario un atteggiamento ben diverso da parte dell’Unione – arroccatasi in difesa di un sistema maggioritario che ha dato pessima prova di sé – e soprattutto da parte della sinistra di alternativa che si è schiacciata su questa posizione, perdendo l’occasione di criticare il maggioritario e di proporre una legge veramente proporzionale. In un recente articolo sul manifesto, Raniero La Valle ha definito uno «sconcio» la situazione prodotta dal sistema maggioritario. È un giudizio condivisibile, che implica tuttavia – insieme alla necessità di reagire al colpo di mano della destra – il problema di uscire da questo «sconcio». Invece non si è fatto altro che levare sterili lamenti, appellandosi a un paese sempre più disorientato e distante dalla politica. Perché?

Le motivazioni via via addotte vanno prese con grande cautela, poiché rimandano a logiche tra loro inconciliabili (oltre che ad argomentazioni alquanto discutibili). Si è teorizzato, per esempio, che Berlusconi debba essere battuto con lo stesso sistema che lo ha fatto vincere, ma l’argomento è debole in quanto ciascuno potrebbe far valere la stessa clausola, il che implicherebbe l’immodificabilità di ogni legge elettorale. Oppure si è assicurato che di legge proporzionale si discuterà nella prossima legislatura, trascurando il fatto che la grande maggioranza del centrosinistra non ne ha alcuna intenzione.

Ad ogni modo, questi ragionamenti non valgono per le forze prevalenti in seno all’Unione. D’Alema e Prodi, Fassino e Rutelli hanno issato barricate, lanciando allarmi per le sorti della democrazia italiana. E si sono appellati al «popolo», puntando tutto sui contrasti interni alla Cdl. Senonché la ragione di tanta veemenza (non espressa né contro le devastanti politiche sociali ed economiche di questo governo, né contro l’ignominia della sua politica estera) non ha nulla a che fare con le brutture e con gli scopi truffaldini della nuova legge. Essa risiede nel fatto che i vertici di Ds e Margherita non vogliono nemmeno sentir parlare di proporzionale, poiché rimangono legati al maggioritario, al quale evidentemente non imputano alcuno «sconcio».

Anzi. Lo ritengono – come hanno sostenuto l’onorevole Parisi e il sindaco Veltroni – un sinonimo di democrazia. Per questo l’onorevole D’Alema pretenderebbe che nel programma dell’Unione (sempre che un programma verrà formulato in tempi utili per consentire agli elettori di scegliere con cognizione di causa) fosse stabilito il ritorno al maggioritario. Per questo Prodi ha dichiarato (in una recente intervista al Corriere della Sera) che, nato politicamente col maggioritario, nel maggioritario intende restare e continuare a vivere. E per questo, nella manifestazione di Roma, lo stesso Prodi (subito emulato da Rutelli) ha criticato l’esiguità del premio di maggioranza previsto dalla nuova legge, agitando lo spettro del ritorno in auge della «partitocrazia» (un argomento – questo – da sempre proprio della peggiore destra).

Così stanno le cose, non prendiamoci in giro. Dietro una unità di facciata, lo scontro sulla legge elettorale ha mostrato un centrosinistra spaccato tra proporzionalisti (che hanno subìto una strategia perdente) e impenitenti sostenitori del maggioritario. Il risultato è che abbiamo perso tutti. Certo per colpa della destra, ma soprattutto perché le opposizioni hanno abdicato a qualsiasi ruolo propositivo, limitandosi a denunciare la strumentalità dell’operazione della destra e a prendere le difese di un sistema elettorale ancor più fraudolento. In particolare chi ritiene che il proporzionale sia l’unico sistema rispettoso dei principi democratici e costituzionali e considera il maggioritario l’architrave del loro stravolgimento avrebbe dovuto, oltre che criticare la nuova legge, anche prospettare qualcosa di nuovo. Per smascherare la truffa della destra, avrebbe dovuto proporre, in piena autonomia, una nuova legge realmente proporzionale (cioè senza premio di maggioranza), capace di sanare i più gravi effetti distorsivi del Mattarellum (grazie ai quali – per fare solo un esempio – un partito che ha ottenuto poco più del tre per cento dispone oggi di 65 parlamentari, a fronte dei 14 rappresentanti di una forza politica che ha registrato il doppio dei consensi). L’Unione si è invece attestata, compatta, su una ostinata difesa di un sistema iniquo e perverso, che ha frantumato la rappresentanza, incoraggiato la corruzione, accresciuto a dismisura i costi della politica, alimentato l’astensionismo, regalato a Berlusconi l’opportunità di devastare la Costituzione e il Paese. E ha così lasciato al capo della destra, dato prematuramente per finito, il bottino di una sonante vittoria. È l’ennesimo errore di un’opposizione inadeguata e miope, largamente corresponsabile della situazione nella quale ci troviamo. C’è solo da sperare, per il bene di tutti, che sia anche l’ultimo.