Crisi del governo Berlusconi ed eventualità di elezioni anticipate: Che fare?

*Direzione nazionale PRC

Anche se il grande capitale italiano appare ancora incerto e non sa tuttora su quale spalla poggiare il suo fucile ( ancora Berlusconi? Un Bersani sotto l’ombrello di Marchionne? Nuove coalizioni di un centro sinistra ancor più moderato con Montezemolo alla testa?) la crisi politica del governo Berlusconi è così profonda che le elezioni anticipate sono divenute un’eventualità fortemente verosimile. Un’eventualità che pone ai partiti comunisti e alla sinistra d’alternativa una domanda secca : che fare? Una domanda non di routine, considerata la concreta e drammatica condizione sociale, politica ed istituzionale di queste forze.

Che fare, dunque? Per darci una risposta non si può che partire dalla fase che viviamo. Essa, non vi sono dubbi, è caratterizzata da un attacco di proporzioni inedite, e sferrato su vastissima scala, del capitale contro il lavoro; un attacco che prende origine dalla crisi capitalistica mondiale, che acquista un ulteriore e proprio vigore – contro i popoli europei – attraverso le politiche del Patto di Stabilità di Amsterdam e che si acutizza ancor più nel nostro Paese in virtù di un nanocapitalismo debole, impossibilitato a vincere la concorrenza sul piano dell’innovazione tecnologica con gli altri poli capitalistici ( europei e mondiali) e volto, dunque ( ecco la Fiat “serba”, di Marchionne e Pomigliano d’Arco ) a cercare mercati e profitti solo attraverso un ulteriore attacco ai salari, ai diritti e al welfare. Se aggiungiamo, al di là di ogni illusione, che di fronte a questo attacco dei padroni non vi è l’adeguata resistenza da parte delle forze di classe ( politiche e sindacali), giungiamo ad un quadro complessivo che ci parla chiaramente dell’impossibilità attuale di ogni minimo spazio di redistribuzione del reddito quale prodotto di un compromesso tra capitale e lavoro; non vi sono politiche neokeynesiane praticabili e non si possono dunque nutrire, sul piano politico, speranze sull’attuale centro sinistra italiano, col quale non si potrà governare, pena la fine fatta dai comunisti con il governo Prodi. Mentre, se davvero condividiamo l’analisi di fase, il compito primario dei comunisti e della sinistra anticapitalista è quello di organizzare e sostenere il conflitto nell’obiettivo strategico di un cambiamento dei rapporti di forza sociali e politici, partecipando con ciò alla battaglia generale contro le destre.

Facciamo questo ragionamento semplice per giungere ad una prima conclusione: se pensiamo che non vi siano le condizioni minime, oggi, per governare con il centro sinistra e l’obiettivo sia quello di riorganizzare le lotte del proletariato, dobbiamo innanzitutto scartare l’ipotesi Vendola, poiché tale ipotesi ha, come obiettivo dichiarato, quello di andare al governo con il centro sinistra. Chi scrive registra con sconcerto la schizofrenia politica di quei compagni che criticano la nostra esperienza nel governo Prodi, che criticavano l’assenza di “paletti” nel progetto governista di Bertinotti al Congresso di Venezia e insieme si gettano a testa bassa in un’operazione pro Vendola. Se tale linea passasse –ma da comunisti dobbiamo combatterla – ci trasformeremo in mosche cocchiere di un leader – Vendola – che crede di spostare a sinistra un PD liberista solo attraverso la propria superomista, populista e carismatica forza personale, prescindendo dai rapporti di forza sociali reali. Se la linea pro Vendola passasse e la praticassimo credo che entro tempi brevi assisteremmo al nostro funerale, al funerale dei comunisti ( a meno che qualcuno non voglia proprio questo).

Che fare, allora? Non certo limitarci a lanciare appelli all’unità della sinistra ( come l’ultimo, pubblicato da Liberazione e il Manifesto) che, per la loro oggettiva ambiguità, si offrono come basi materiali per posizioni non condivisibili, come quelle espresse dal, peraltro da noi stimatissimo, compagno Piero Di Siena, uno dei firmatari dell’Appello. Ha scritto infatti Di Siena ( Il Manifesto,1 agosto u.s.) di pensare “ alle speranze e alle energie che la candidatura di Vendola a eventuali primarie di un rinnovato centro sinistra suscita” e che “ il nostro proponimento resta la costruzione di un nuovo soggetto politico della sinistra italiana”. Leaderismo di Vendola e superamento dell’autonomia comunista: esattamente i due propositi che sconfiggemmo a Chianciano.

Se la questione è quella – a parole condivisa da tutti ma nella pratica sconfessata da molti- di porre al centro il conflitto di classe ed evitare nefaste scorciatoie istituzionaliste ( che tali sarebbero se divenissimo comprimari del centro sinistra, Vendola o non Vendola) abbiamo innanzitutto un soggetto da mettere in campo, qui ed ora: la Federazione della Sinistra, che non deve utilizzare il suo prossimo Congresso per strutturarsi in partito, né per darsi gruppi dirigenti univoci, ma per trasformarlo in cassa di risonanza di proposte per il cambiamento ( poche, incisive e di carattere popolare : ed è su queste che dobbiamo discutere) e organizzarsi – nazionalmente e localmente – come soggetto di lotta, portando i suoi militanti, le sue parole d’ordine – contro Berlusconi, contro il liberismo di ogni colore, contro la guerra e per il lavoro – nelle piazze, davanti alle fabbriche e alle scuole, allargandosi ad altre forze della sinistra d’alternativa. Verosimilmente, nei pochi mesi che potrebbero separarci dalle elezioni, è l’unica cosa da fare: concentrarsi da subito nell’azione sociale, per riallacciare un minimo di legami di massa, per non confidare solo in eventuali accordi elettorali e non subire l’ennesima debacle alle elezioni, che potrebbe essere l’ultima e la definitiva. E insieme a ciò – lo diciamo ormai da tanto tempo – ricostruire e rilanciare, unendo le comuniste e i comunisti, un partito comunista capace di una strategia rivoluzionaria e segnato da una tendenza unitaria che lo trasformi in perno di una più vasta sinistra anticapitalista.