Crisi del Governo Berlusconi e compiti dei comunisti e della sinistra d’alternativa

I carabinieri di Roma, coordinati dal Procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, hanno chiamato “Operazione Insider” quell’enorme inchiesta che – facendo tremare tanti palazzi del potere – rivela l’esistenza di una “Loggia P3” volta alla costruzione di un contropotere oscuro e mafioso; alla gestione criminale di grandi operazioni economiche e ad una penetrazione nella Magistratura diretta a costruire dentro di essa una potente casamatta filo berlusconiana avente come primo compito quello di ratificare il Lodo Alfano e cioè la salvezza per Berlusconi & soci. Una “P3” dominata dall’ex P2 Flavio Carboni e da altri due noti faccendieri come Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino, un trio in sintonia e in sinergia politica con Denis Verdini ( coordinatore nazionale del Popolo della Libertà), Marcello Dell’Utri ( senatore PdL, braccio destro di Berlusconi in tutta l’avventura Publitalia e Forza Italia, già condannato in appello per concorso mafioso), Nicola Cosentino ( costretto a dimettersi in questi giorni, per la pesantezza insopportabile delle accuse, da sottosegretario all’Economia ) e Giacomo Caliendo ( sottosegretario alla Giustizia, l’uomo che doveva/dovrebbe guidare il progetto di conquista e condizionamento di aree della Magistratura, a cominciare dai quindici giudici costituzionali chiamati a decidere sulla legittimità del Lodo Alfano).

Ma il quadro oscuro emergente dall’ “Operazione Insider”, nonostante la sua inquietante vastità e ramificazione, altro non è che l’ultimo anello dell’ormai lunga teoria di bassezze, degenerazioni politiche e morali, corruzioni e contraddizioni che stanno attraversando e squassando sia il PdL che il governo Berlusconi.

Dai processi a Berlusconi alle condanne agli uomini della sua sterminata corte; dalle escort di regime alle rete nazionale di corruzione di Bertolaso e del suo vasto sistema di speculazione; dall’immoralità paramafiosa della giunta campana e ai suoi assessori PdL al caso Brancher, ministro con delega “all’autoassoluzione”; dalle ultime rivelazioni sullo stalliere mafioso di casa Berlusconi alla condanna di Dell’Utri, passando per la casa regalata a Scajola e alla sue dimissioni da ministro, il fiume melmoso del PdL corre in parallelo alla crisi politica profonda del governo, alla sua involuzione repressiva e autoritaria e alle sue politiche duramente antisociali; la rottura tra Fini e Berlusconi; i primi, significativi, segnali di malessere della Lega; il malcelato scontro tra Berlusconi e Tremonti in relazione alla Finanziaria; la ricerca, da parte di Berlusconi, dell’UDC quale nuovo partner di governo, col conseguente no di Bossi; le manganellate ai cittadini dell’Aquila, manganellate che sono l’altra faccia del sì del governo al disegno Fiat per Pomigliano d’Arco, della manovra finanziaria lacrime e sangue per l’Unione europea, dell’attacco forsennato alle politiche sociali delle Regioni con la conseguente ribellione dei governatori, del bavaglio alla stampa e dell’attacco alla Magistratura e alla Costituzione. Un quadro generale che parla della consunzione del governo Berlusconi e del fatto che le elezioni anticipate non possono più essere considerate inverosimili. Questioni, queste due, che rimandano a problemi di ordine più generale e strategico che dobbiamo iniziare a mettere a fuoco.

Se la corruzione e la consunzione della tenuta politica del governo Berlusconi sono, sì, questioni importanti, ma – nell’essenza – sono dei segni, delle epifanie, quali sono i problemi d’ordine strutturale, sui quali poggiano la crisi del PdL e del berlusconismo?

Primo problema: nonostante lo strapotere mediatico; nonostante le grandi vittorie elettorali e la costruzione di un senso comune di massa a sé favorevole, il PdL, il centro destra, il berlusconismo degli ultimi vent’anni non è riuscito a costruire un “ordine” politico capace di colmare il vuoto lasciato dal crollo del lungo “ordine” democristiano; le vittorie di Berlusconi sono state anche nette, profonde, ma non hanno mai avuto un carattere strategico, non hanno mai rappresentato – appunto – la vittoria di un nuovo ordine politico ed economico. Anche se temporalmente lunghe hanno sempre avuto uno strano carattere transeunte. Perché questo? Perché, semplicemente, il berlusconismo non ha mai avuto la forza ideologica e politica di proporre e costruire ( in due decenni, il tempo di un regime) un’idea-Paese; non ha mai avuto la densità culturale per indicare e sostenere politicamente un nuovo modello generale di sviluppo alternativo a quello che si è determinato in Italia in seguito al superamento del modello di sviluppo che si era costituito prima e durante il boom economico degli anni ’60, che ha retto sino alla fine degli anni ’80 per poi pian piano sgretolarsi e divenire quello che oggi possiamo chiamare – per la vastità della sua diramazione e per la nefasta egemonia – il “nanocapitalismo”, un sistema di superamento della concentrazione industriale e produttiva che rende particolarmente farraginosa e debole l’industria italiana, non più in grado di investire strategicamente sui punti tecnologicamente alti e avanzati della produzione sino al punto di divenire facile preda – vero e proprio agnello sacrificale – della concorrenza capitalistica internazionale, con drammatici riflessi sullo sviluppo generale del Paese e sulla condizione dell’intero mondo del lavoro e del non lavoro.

Ciò che è andato determinandosi in Italia, in virtù di una spinta ideologica proveniente da oltreoceano e volta al radicamento di un lassez-fair assoluto, privo di controproposta politica, e che ha offerto le basi materiali per il superamento e lo sgretolamento del modello che si era imposto nella “ Prima Repubblica” ( un modello segnato dal dominio capitalistico ma anche da un importante ruolo dello Stato nell’economia e nella costruzione del welfare) è stato quello di un sistema mano a mano sempre più cruento, antioperaio e selvaggio al servizio di un disegno generale di distruzione della concentrazione produttiva che ha indebolito la struttura industriale italiana, consegnato al “piccolo è bello” le fortune ( per meglio dire: le sfortune) della competizione italiana sui mercati internazionali, creando, attraverso la “nanoproduzione”, uno spaventoso sistema di sfruttamento dei lavoratori indigeni e immigrati e riducendo infine l’Italia ( il suo sistema produttivo) a parente poverissimo e subordinatissimo – per rimanere nel campo europeo – ai sistemi industriali tedesco ( soprattutto) ma anche francese ed inglese.

Il berlusconismo, alla fine dei conti, non solo ha subito, per debolezza culturale e progettuale, “ lo spirito dei tempi”, ma ha anche agito, nel lungo periodo, in relazione a quella che è la sua essenza, la sua natura : uno spezzone del neocapitalismo affarista, speculativo ed improduttivo che ha accumulato profitto e potere politico fuori della produzione avanzata ed industriale, mettendo a valore – economico e politico – una nuova ( trent’anni fa) accumulazione originaria: quella data dalle vecchie forme della speculazione edilizia e finanziaria assommate alla nuovissima speculazione mass-mediatica.

Il punto è che lo spezzone capitalistico improduttivo e speculativo berlusconiano ha potuto agire per circa vent’anni da soggetto e rappresentante politico dell’intero capitale italiano, dell’intera borghesia, in virtù di un servizio reso alla Confindustria e ai padroni del vapore: “ non toccherò le vostre fortune, distruggerò lo stato sociale, sposterò il carico fiscale interamente sul mondo del lavoro, avvierò una profonda politica di privatizzazioni, accetterò quella politica di sottosalarizzazione di massa che mi chiedete in nome della concorrenza internazionale e non metterò bocca – non interverrò, anche perché non ne sono culturalmente e politicamente all’altezza – sul modello produttivo che va imponendosi sul campo: riduzione, sino all’estinzione, delle aree di concentrazione industriale produttiva di fronte ad un mare di nanocapitalismo in sviluppo su tanta parte del territorio nazionale ”.

L’altra questione di carattere più generale che mina dal suo interno il berlusconismo è il declino della sua spinta populista, l’impossibilità di proseguire con la favola dell’ innovazione, delle politiche “ antiburocratiche fatte per il popolo”, della proposta della libertà contro i residui del comunismo. Anche nell’ultima vicenda della Finanziaria Tremonti si è visto come il Berlusconi populista ha dovuto infine cedere alle dure politiche antipopolari firmate dal suo Ministro dell’Economia e dettate dal Patto di Stabilità dell’Ue e dal governo tedesco. E si è visto come il nuovo deteriorasi del rapporto con la Lega ( basta osservare la questione delle quote europee del latte ) trovi la sua base materiale in una Finanziaria iperliberista che non solo fa insorgere le Regioni contro il governo, ma che impedisce materialmente il concretizzarsi del federalismo fiscale. Ed è del tutto evidente che il declino della spinta populista del PdL e la fine di essa quale elemento primario di organizzazione del consenso, deriva dal fallimento progettuale e dal vuoto strategico del berlusconismo.

Sul piano più generale il punto è che il lungo processo di indebolimento, di sfinimento, dell’apparato industriale italiano spinge il nostro Paese nell’ angolo internazionale e verso il pericolo di un declino storico, per il quale i primi a pagarne dazio, a pagare sulla propria pelle ( in termini di nuova sottosalarizzazione e disoccupazione) saranno i lavoratori, le nuove generazioni.

L’attacco forsennatamente antioperaio della Fiat a Pomigliano d’Arco annuncia il modo in cui quel poco di capitalismo italiano strutturato rimasto vorrebbe uscire dalla propria crisi : attraverso un abbattimento ulteriore dei salari, dei diritti e dello stato sociale, attraverso un’ulteriore restrizione dei mercati interni e un progetto di conquista dei nuovi e vasti mercati mondiali ( Cina, India, Brasile…). Un progetto che prende linfa ideologica e movenze dallo stesso sistema nanocapitalista e che dunque – per le stesse sorti dell’industria italiana avanzata, non solo per i lavoratori – è fortemente contraddittorio e nefasto.

A fronte di questa linea dura il grande capitale italiano deve decidere se Berlusconi potrà ancora rappresentarlo politicamente, anche se il populismo berlusconiano, per questo progetto dei padroni, già mostra la corda: può andar bene, a questo pezzo – egemone – del capitale di natura “vallettiana”, “romitiana”, alla Marchionne, una soggettività politica che non proviene dal capitale industriale e non ne capisce sino in fondo i nuovi propositi e la nuova sete egemonica e che, tra l’altro, così corrotto al suo interno non possiede la “pulizia morale” di chi deve far sibilare la spada d’acciaio dell’ultimo e definitivo attacco antioperaio?

Forse, per questo compito, è meglio Montezemolo? La partita, nel campo dei padroni, è aperta e può prevedere anche la fine di Berlusconi, come potrebbe prevedere ,anche, la non utilizzazione del Partito Democratico che, ridotto com’è, potrebbe non essere più buono né per il capitale né per i lavoratori, fino al punto che un nuovo leader e una nuova destra – più affidabile e meno populista ? – possa essere messa in campo. Di nuovo: attraverso la scomposizione degli attuali partiti e delle attuali coalizioni, con a capo Montezemolo e la progettualità politica del capitale, di Marchionne ?

Il quadro è incerto e gli scenari possibili sono diversi. Ma il punto è : che fa la sinistra ? Cosa fanno i comunisti ? Qual è il loro compito, il loro progetto?

Ancor prima di porci queste domande non possiamo non ricordare che la cosiddetta sinistra italiana, negli ultimi vent’anni, non ha certo brillato nel delineare e proporre un modello di sviluppo, per il nostro Paese, diverso da quello dettato dai tempi e dai rapporti di forza sociali e assunto da Berlusconi e che, anzi, proprio la sinistra italiana è stata, spesso, la parte più euforica nell’ incensare il nanocapitalismo, “ il piccolo è bello” ( quanti convegni, quanto intellettuali ed economisti di sinistra, in questi anni, a farne l’apologia! ), con tutto il suo oggettivo portato di deindustrializzazione e sottosalarizzazione. Come non possiamo non ricordare che, tra una vittoria di Berlusconi e l’altra, il centro sinistra italiano, governando, non ha dato risposte molto diverse alla crisi ( alle crisi) di quelle che dava e ha dato Berlusconi: grandi sacrifici dei lavoratori per Maastricht; sì alle guerre e alle spese militari; contenimenti salariali; privatizzazioni e precarizzazione del lavoro e neppure uno straccio di progetto industriale e produttivo alternativo al nanocapitalismo dilagante, attraverso il quale, peraltro, si è accelerata ancor più la disfatta e la macerazione del Meridione d’Italia.

Se la consunzione, il declino, del progetto politico berlusconiano poggiano essenzialmente nell’incapacità/ impossibilità di delineare e proporre e un nuovo modello di sviluppo, una via strutturale e strategica di fuoriuscita dalla crisi per il nostro Paese, è chiaro che la vittoria strategica della sinistra italiana e dei comunisti dovrebbe, al contrario, poggiare e costituirsi proprio sulla capacità di avanzare un tale modello, un tale progetto.

Un progetto strutturato da parole d’ordine forti : concentrazione dell’industria contro l’irrazionalità del nanocapitalismo, nel doppio intento di fornire nuova competitività all’industria italiana e ricostituire un quadro sociale di salari, diritti e occupazione ; una nuova politica fiscale volta a liberare i salari ed aprire il mercato interno, imponendo al capitale aliquote fiscali fisse degne di una più alta e morale visione sociale d’insieme e della stessa Costituzione repubblicana; una politica di pace e di disarmo che, da sola, libererebbe risorse immense, in grado di contribuire significativamente alla ricostruzione del welfare e delle garanzie sociali; una tassa speciale sui patrimoni che, da sola, eviterebbe il ricorso a manovre economiche da macelleria sociale come quella che vediamo oggi venire dal ministero Tremonti e che abbiamo visto applicare anche da governi di centro sinistra; una politica volta alla nazionalizzazione delle banche, del credito, come un pezzo di risposta razionale e possibile alla crisi ( anche a quella delle imprese); una risposta adatta ai tempi e dunque non massimalista, non parolaia e non scarlatta. E assieme a ciò occorrerebbero parole d’ordine coraggiose e in controtendenza, capaci di entrare nella carne viva della nostra gente, del nostro potenziale blocco sociale: parole d’ordine quali, ad esempio, quella di una nazionalizzazione delle famigerate agenzie finanziarie private, che strangolano centinaia di migliaia di famiglie italiane proletarie; una nazionalizzazione volta all’estinzione del debito di queste disgraziate famiglie e alla chiusura di queste maledette agenzie.

Ma il punto è che la sinistra italiana appare molto più impegnata a ridelineare politicamente e culturalmente se stessa ( in termini sempre più moderati) e a ricollocarsi policisticamente, che a pensare – come occorrerebbe – in grande.

A partire da tutto ciò, a partire dall’esigenza prioritaria di “pensare in grande” e di disseminare un pensiero forte, parole d’ordine forti, non è – proprio questo – il tempo dei comunisti?

Non spetta loro, innanzitutto, elaborare, progettare, proporre, essere avanguardia intellettuale e di lotta ( i progetti prendono corpo nel conflitto) di un proposta complessiva che si pianti come una bandiera sulla testa della sinistra di classe e di alternativa, sulla testa del movimento operaio complessivo, sui lavoratori e sull’intero disincanto sociale e politico di sinistra, nell’intento di recuperarlo alla politica, all’impegno, alla speranza del cambiamento?

Si, è questo il compito dei comunisti, che hanno bisogno, per svolgerlo, innanzitutto di esserci, di essere riunificati, di essere organizzati come partito unico, come intellettuale collettivo. Non è solo il tempo, cioè, dei vaghi appelli per l’unità della sinistra ( obiettivo, questo dell’unità della sinistra, che rimane centrale ma che va perseguito non solo per via cartacea), appelli che si moltiplicano rimuovendo l’esigenza dell’autonomia e dell’unità dei comunisti.

E’soprattutto il tempo delle idee forti, di un pensiero forte, di un progetto di cambiamento radicale che non può che partire dai comunisti. Oggi è la CGIL – pur nella sua inclinazione generale moderata – a proporre con nettezza, già nel suo documento congressuale, un ritorno forte del ruolo dello Stato nel progetto economico e sociale complessivo da delineare. Occorrerebbe che questo intento avesse sin da ora una forte sponda politica.

E’ necessario, dunque, rovesciare la linea: è dal rafforzamento e dal ritorno in campo di una soggettività teoricamente e progettualmente forte ( un partito comunista con una linea di massa, e lo diciamo non per coazione a ripetere, ma perché è solo in un simile soggetto politico – per ragioni culturali e ideologiche di fondo – che si addensano i progetti anticapitalistici più conseguenti ), che potrà prendere corpo una proposta programmatica complessiva di cambiamento radicale ( che per la sua “popolarità” sia in grado di radicarsi socialmente ed essere motore del conflitto) e si potrà anche avviare un processo sociale e politico di costruzione della sinistra d’alternativa.

Se non si persegue questa strada il rischio è quello di affossare la residua autonomia comunista italiana ed unire, della sinistra, solo il vecchio e nuovo ceto politico, molto incline al riformismo debole e al governismo.