Crisi del capitale e ruolo dei comunisti

Che i direttori firmatari di questo editoriale abbiano deciso di contribuire ad una comune pubblicazione, confezionando un numero speciale di Marxismo oggi sulla crisi, non può stupire più di tanto. In effetti, l’urgenza e la drammaticità dell’odierna congiuntura inducono ad una comune riflessione sulla dinamica e la natura di uno sconvolgimento economico-sociale, ma anche istituzionale ed ambientale, che – tutti noi – abbiamo definito strutturale, cioè interno al funzionamento contraddittorio e profondamente sperequato del modo di produzione capitalistico. Tale giudizio deriva a sua volta dalla convinzione che, senza l’apporto della strumentazione concettuale offerta dall’impianto analitico marxiano, nulla potremmo comprendere della logica di questi accadimenti e saremmo fatalmente consegnati alla superficiale registrazione del loro succedersi.

Del resto, non siamo i soli a dirlo: la potenza conoscitiva di tale impianto – oggi ancor più di ieri – è diffusamente riconosciuta, persino da chi è collocato sulla sponda opposta del conflitto di classe. Autorevoli quotidiani si interrogano pensosi sulla solidità dei fondamenti dell’ordine sociale vigente e, come ha fatto recentemente il londinese “The Times”, lanciano sondaggi in cui chiedono ai loro benpensanti lettori: aveva forse ragione Marx? E coloro ai quali, in Occidente, sono affidati i destini di milioni (miliardi) di persone non cessano di ricordare, a se stessi e agli altri, che con questa crisi – e con le misure adottate per provare a limitarne i perversi effetti – si viaggia in una “terra incognita”. Non si tratta tanto della presunta novità di ciò che si è a loro palesato, quanto piuttosto dell’inconsistenza dei principi a cui per decenni si sono fideisticamente affidati: a partire dal dogma dell’infallibilità del mercato, della sua “mano nascosta” e dei suoi “spiriti animali”. Le baldanzose certezze neoliberiste si sono improvvisamente liquefatte e ora si va per tentativi; la spocchia e il sarcasmo riservati a quanti hanno provato in questi decenni a fermare o rallentare la corsa impazzita della locomotiva capitalistica hanno ceduto il passo al disorientamento, alla preoccupazione (ovviamente mimetizzata tra mille rassicurazioni ufficiali e frasi di circostanza) circa la tenuta del sistema. Non possiamo esser certi – essi dicono – dell’efficacia di ciò che andiamo predisponendo davanti all’eccezionalità della situazione, ma non abbiamo altra strada: questa, in estrema sintesi, è la magra condizione cui oggi è ridotto il cosiddetto pensiero unico, quella che fino a ieri è stata un’ideologia dominante e incontrastata.

Beninteso, tutto questo nulla toglie al fatto che noi siamo stati – e continuiamo a essere – figli di una sconfitta storica. Dovranno pur essere indagate le ragioni interne che hanno condotto dirigenti dell’imploso “socialismo reale” in Europa e nell’URSS a trasformarsi d’un colpo in padroni del vapore al servizio di una nuova e rampante “borghesia compradora”; e, accanto a questi, insigni accademici ex-marxisti a condividere d’un tratto i precetti della libera concorrenza predicati dal Massachussets Institute of Technology. L’involuzione e la secca implosione della più parte delle “società di transizione” in Europa attendono da noi una spiegazione dettagliata che affondi il bisturi dell’indagine in quel laboratorio storico che è stato il ‘900. Nessuno di noi tuttavia – questo è un tratto distintivo che ci ha accomunato allora e che resta essenziale per l’attuale cammino – si unì al coro del capitalismo trionfante. Guardare in faccia la sconfitta e le sue cause non equivaleva per noi alla liquidazione sommaria di un patrimonio di idee, di valori, di strumenti di analisi e di lotta per una trasformazione profonda dell’ordine di cose esistente e la costruzione di un vivere collettivo socialmente equo, ambientalmente sostenibile, ispirato a criteri di democrazia sostanziale. Questa possibilità del cambiamento storico in vista di un reale progresso del vivere sociale è ciò che è compendiato nel nome e nei simboli del “comunismo”. Ed è, precisamente, quel che l’attuale realtà capitalistica nega, in termini sempre più clamorosi. Avevano dunque torto quanti hanno chinato la testa, piegandosi al mainstream di una presunta “fine della storia” e imboccando la strada del trasformismo teorico e politico. E avevano parimenti torto quanti, a sinistra, inseguendo improbabili innovazioni, si sono lasciati sedurre da vecchie mitologie iper-tecnologiche (lo sviluppo indefinito di una “new economy”) o (nel vivo della diffusione planetaria del lavoro salariato!) dal paradigma della “fine del lavoro”. Avevamo invece ragione noi: se ce ne fosse bisogno, l’attuale crisi e la devastazione sociale che essa trascina con sè lo conferma. E avevano ragione quei giovani che a Seattle e a Genova, sordi alle sirene di una dispiegata globalizzazione capitalistica, trovavano una loro strada in direzione dell’impegno etico e politico, rifiutando di credere che questo è fatalmente l’unico (se non proprio il migliore) dei mondi possibili.

Come detto, noi tutti condividiamo la medesima chiave interpretativa della crisi in atto. In essa, l’elemento speculativo – che peraltro si è esponenzialmente incrementato attraverso prodotti e dispositivi finanziari perfettamente legali ed anzi sollecitati dal depotenziamento delle regolazioni nazionali e sovranazionali – ha fatto deflagrare contraddizioni già presenti nella cosiddetta economia reale. Il peso degli impegni finanziari, che negli ultimi tre decenni ha caratterizzato in misura crescente gli investimenti delle grandi aziende multinazionali, è avvenuto sulla scia di una calante redditività degli investimenti produttivi: la “finanziarizzazione” dell’economia, lungi dall’essere l’escrescenza patologica di un sistema in sé sano, è stata in modo esemplare dettata dalla stessa spasmodica ricerca del massimo profitto. Tale tendenza è andata di pari passo con un attacco senza precedenti al livello dei redditi da lavoro. Precarizzazione, delocalizzazioni di settori labour intensive in paesi a più basso costo del lavoro, recuperi di produttività incamerati quasi esclusivamente da rendite e profitti hanno allargato a dismisura la forbice che separa questi ultimi da retribuzioni e pensioni. Non è una novità: il principale strumento usato quale controtendenza per l’incremento del saggio di profitto è sempre stato l’inasprimento dell’estorsione di plusvalore. Così, un vero e proprio tsunami ha investito il mondo del lavoro: tutte le rilevazioni statistiche mostrano che dagli anni ’80 ad oggi nell’Occidente capitalistico si è impennata l’ineguaglianza nella distribuzione delle ricchezze. Alle stelle i redditi di una minoranza, al palo salari e pensioni. Ovviamente, si tratta di un trend generale che vede differenziazioni da paese a paese: quanto a ineguaglianza, l’Italia è tra quelli che vantano un triste primato.
E’ questa la base reale della crisi, che sbocca in una crisi capitalistica di sovrapproduzione.

Da tali sperequazioni sociali è derivata la crescita esponenziale dell’indebitamento privato; su tale indebitamento si è innalzato il castello di carta (di cui i titoli connessi ai mutui subprimes sono assurti ad emblema) che poi è fatalmente crollato. Compito prioritario dei comunisti e, in generale, della sinistra anticapitalista è quello di continuare ostinatamente ad illustrare le vere cause della crisi, indicando con nettezza le responsabilità: non semplicemente quelle di chi ha speculato sui titoli spazzatura, infettando l’intero circuito finanziario, ma – più a fondo – denunciando le responsabilità politiche di quanti hanno tessuto per anni le lodi di un sistema economico fallimentare, oltre che ingiusto. Gli stessi che oggi, senza alcun titolo, si ergono a salvatori della patria, destinando, per un verso, ingenti risorse a salvataggio delle banche (e dei banchieri) o, per altro verso, predisponendo inefficaci rimedi-tampone.

Nel momento in cui tutti riscoprono le virtù dell’intervento pubblico – spingendosi perfino a nominare nozioni sino a ieri impronunciabili, come quella di “nazionalizzazione” – spetta a noi un essenziale compito di pulizia concettuale e orientamento politico. Mai come oggi – in relazione alle eccezionali misure anti-crisi che la comunità internazionale e i singoli governi stanno attivando – vale la famigerata espressione “privatizzazione degli utili, socializzazione delle perdite”. Emblematici sono in proposito il recente piano concepito dal segretario al Tesoro Usa, Tim Geithner, e, in concomitanza con esso, l’esito del G20.
Con l’obiettivo di sottrarre ai bilanci delle banche statunitensi il peso enorme dei titoli cosiddetti “tossici”, restituire operatività al mercato interbancario e, in tal modo, riaprire i flussi di credito essenziali per il funzionamento dell’intera macchina economica, il piano Geithner ha infine chiarito il principale interrogativo sin qui rimasto senza risposta: chi paga? Chi è chiamato a sostenere gli ingenti costi di questa ennesima operazione salva-banche? La risposta è molto semplice: come al solito, i contribuenti, e in particolare i lavoratori salariati. All’interno delle società di partnership pubblico/privato incaricate dell’acquisto degli assets, saranno infatti le casse pubbliche a finanziare il grosso dell’importo da versare ai banchieri (in cambio di titoli deprezzati), con prestiti ai privati concessi a tassi super-agevolati. In definitiva, saranno contenti i banchieri, i quali guadagneranno una consistente boccata d’ossigeno; soddisfatti anche i privati, i quali si vedono associati ad un’operazione che, quale che sia l’andamento futuro del mercato dei titoli, avranno tutto da guadagnare e nulla da perdere. E peggio per i contribuenti. Non a caso Wall Street, una volta note le linee generali del piano, ha ripreso a salire.

La musica non è poi cambiata con la celebrata riunione del G20. Anche qui, grandi proclami e qualche inevitabile correttivo, come quello sui paradisi fiscali: a proposito dei quali, però, non si parla di chiusura e si appronta una “lista nera” senza che si definiscano con chiarezza le sanzioni. Oltre a ciò, si stanzia l’ennesima montagna di risorse, destinata ad un organismo internazionale – il Fmi – di cui tuttavia restano immutate leadership, linee programmatiche e gestione politica (le stesse che hanno così pesantemente contribuito a condurci all’attuale disastro). In un tale contesto, l’Unione Europea non si differenzia sostanzialmente dalle responsabilità che gravano sul modello sociale anglosassone, ma – nemmeno in circostanze così eccezionali – essa riesce ad esprimere un modello sociale e politico alternativo a quello posto strutturalmente a fondamento dell’UE dai suoi gruppi capitalistici dominanti. Nel frattempo, proprio l’acuirsi della crisi ne pone a rischio la compattezza strutturale, allontanando la convergenza delle politiche economiche statuali e approfondendo il solco che già separava il nucleo economicamente forte dalla sua periferia: da un lato Paesi di serie A (esportatori di capitale), dall’altro Paesi sempre più di serie B (esportatori di manodopera).

Nel vivo di una congiuntura – come si vede – molto complicata, il nostro Paese fa i conti con una difficoltà doppia: non solo la crisi, ma anche il governo delle destre. Destre pericolose, che hanno del tutto abbandonato qualunque residuo di liberalismo per vestire i panni di un populismo reazionario, corporativo e razzista. Esse hanno saputo interpretare e piegare a loro vantaggio la crisi della globalizzazione capitalistica, offrendo sponde ideologiche regressive al risentimento e all’insofferenza sociale, assecondando e organizzando le pulsioni peggiori che covano da sempre nella pancia del Paese. Al seguito della straripante retorica berlusconiana, hanno cementato un blocco sociale, ricostituendo un senso comune di destra, reinventando una storia patria ad uso e consumo dell’ “anticomunismo” più becero e viscerale, provando a fissare su tali basi simboliche un’identità politica. L’epilogo di tale processo è appunto il varo del partito che ha preso il nome di Popolo della Libertà.

Duole dirlo, ma tale operazione è stata possibile anche perché, mentre le destre ricostruivano la loro identità reazionaria, sul versante opposto quel che un tempo è stata la sinistra, ivi compresa buona parte di quella ex comunista, smontava pezzo dopo pezzo la propria. Se da una parte venivano galvanizzate le truppe, ciò era reso possibile anche dal fatto che, dall’altra parte, si faceva di tutto per disorientare e demoralizzare le proprie. La parabola masochistica di Veltroni (e non solo la sua: si pensi anche a quella di quanti pure sono stati importanti dirigenti di Rifondazione comunista e del PdCI) è stata in questo senso esemplare. Tutto ciò mostra, tra l’altro, quanto sia duro a morire quell’antico vizio della politica italiana che è il trasformismo: dall’ ’89 in poi, esso ha segnato il percorso degli immeritevoli eredi di quello che è stato il più grande partito comunista dell’Occidente.
Tutto ciò rende conto dell’attuale fragilità del tessuto politico italiano. Che Fini appaia come voce dissenziente da talune sfuriate integraliste del governo o che sia Tremonti ad avere sussulti di pensiero in apparente indipendenza da Confindustria, sono fatti che, lungi dal rassicurare, accentuano le preoccupazioni per lo stato di salute della nostra dialettica democratica. Il nuovo partito berlusconiano punta a divenire luogo totalizzante del quadro politico, giungendo a incorporare persino ciò che risulta dissonante dal coro principale. In realtà, come ha recentemente annotato “The Guardian” a commento della nascita del PdL, con quest’ultimo si compie il percorso di legittimazione del post-fascismo italiano, in un impasto reazionario che potrebbe preludere alla conquista del Quirinale e al superamento della Costituzione nata dalla Resistenza.

Ecco perché, in un frangente di tale delicatezza, è vitale la presenza dei comunisti: vitale per la difesa degli interessi delle classi popolari e, come sempre nel nostro Paese, vitale per la democrazia. Ecco perché, in generale, non c’è sinistra anticapitalistica e di lotta senza un suo nucleo propulsore e strategico comunista, organizzato in partito. E, più in particolare, c’è bisogno dei comunisti e delle forze che si riconoscano in un progetto sociale anticapitalista per proporre e conseguire una tutela del lavoro e dell’ambiente, nel contesto dell’attuale devastante crisi. La presenza di una lista comunista e anticapitalista alle prossime elezioni europee costituisce di per sé un essenziale risultato politico che può consentire di ricondurre alla realtà del conflitto e dei propri interessi di classe un’opinione disorientata, sottraendola alle nebbie delle mitologie reazionarie, all’anomia demotivata dell’astensionismo, all’illusorio salvagente del “voto utile”. Non si tratta dunque di un mero cartello elettorale tirato su in fretta e furia per superare la soglia di sbarramento vergognosamente introdotta in dirittura d’arrivo grazie ad un patto bipartisan: lasciamo ad altri simili scorciatoie prive di futuro.

Chi si riconosce nella suddetta lista, viceversa, fa riferimento a un impianto analitico convergente, e a una conseguente interpretazione di quel che accade intorno a noi; conduce la medesima battaglia in sede continentale, distinguendo bene nel Parlamento europeo chi è un proprio compagno di strada da chi non lo è; rifiuta di affrontare una crisi che è ad un tempo economica, sociale, ambientale con misure tese a salvare l’establishment e a penalizzare i “soliti noti”, nell’attesa che tutto torni come prima. In questo senso, dietro il nome e i simboli della lista comunista e anticapitalista c’è la concretezza di una progettualità politica, di un’unità di azione che non è meramente elettorale. Essa è stata varata nella convinzione che abbiamo cose essenziali da dire e da proporre (e che, senza di noi, nessun altro è in grado o ha la volontà di dire e proporre): cose quali una vera e consistente redistribuzione del reddito (andando a prelevare le risorse là dove sono); o, ancora, interventi strutturali che intacchino su punti essenziali gli equilibri di potere della società capitalistica, spostando in avanti i rapporti di forza tra le classi (come ad esempio la costituzione di un polo pubblico del credito, sottratto al controllo del capitale finanziario, per l’incentivazione di uno sviluppo che sia a misura d’uomo e di donna, crei lavoro buono e sia rispettoso dell’ambiente: o una politica estera non subalterna dell’asse euro-atlantico). Per conseguire siffatti obiettivi occorre scalfire interessi potenti. Per questo, sappiamo che non potremmo realizzarli da soli; ma sappiamo anche che non potrebbero essere realizzati senza di noi. Senza la determinazione e la convergenza unitaria dei comunisti, dentro e fuori i confini nazionali.

D’altra parte, il processo di riaggregazione dei comunisti e delle forze anticapitaliste del nostro paese non si esaurisce certo nella scadenza elettorale. E’ un processo complicato e importante, e che ha bisogno di due gambe essenziali. In primo luogo, la ricostruzione di un legame e di un radicamento sociale forti, e il rilancio del lavoro di massa, di un’iniziativa politica di massa nei territori e nei luoghi di lavoro, di cui i comunisti siano protagonisti e punto di riferimento organizzato. In secondo luogo, l’avvio di un serio lavoro culturale, di ricerca e di elaborazione, volto a riflettere sulla vicenda del comunismo storico novecentesco e a dare sostanza all’identità e al progetto comunista per il XXI secolo, ricostruendo una moderna critica dell’economia politica e riflettendo in modo sistematico e con rigore scientifico sul grande tema della transizione al socialismo, nei suoi tentativi storicamente determinatisi e nelle sue prospettive future. Né questo lavoro può essere slegato da una rinnovata attività di formazione, che non riproduca pedissequamente le vecchie scuole-quadri, ma torni a porre l’obiettivo di dare ai compagni strumenti di analisi adeguati alla lotta che si deve combattere; e al più complessivo problema della comunicazione, più che mai cruciale per una battaglia di egemonia da condursi nel tipo di società in cui viviamo. Con questo numero speciale di “Marxismo oggi” intendiamo dunque dare un contributo anche in questa direzione.

* Fosco Giannini è direttore de l’Ernesto, Guido Oldrini è direttore di Marxismo Oggi, Manuela Palermi dirige La Rinascita della Sinistra e Bruno Steri è direttore di Essere comunisti.