Crisi Celestica, salvi 900 posti a Vimercate

Negli anni settanta l’area di Vimercate era considerata la “Silicon Valley” europea. In quel territorio alle porte di Milano, infatti, si concentravano aziende come Ibm, Alcatel, StMicrolectronics che occupavano migliaia di persone.
Nel giugno del 2000 gli stabilimenti Ibm di Vimercate (1.238 lavoratori) e di Santa Palomba (Roma) vengono ceduti a Celestica, gruppo canadese nato dalla vendita della parte produttiva di Ibm Canada. Tre anni dopo il sito di Santa Palomba viene chiuso e, a partire dal 2004, Celestica inaugura una politica di cessioni di ramo d’azienda e riduzione di personale che investe anche lo stabilimento di Vimercate.

A conferma della scelta di dismettere la sua presenza in Italia, nel settembre del 2005 il gruppo procede a una nuova cessione di ramo d’azienda (questa volta ad “andarsene” è il settore della ricerca e sviluppo, ossia il “core bussines”) e decentra la maggior parte delle produzioni nella Repubblica Ceca.

Il 30 gennaio del 2006 l’azienda convoca in assemblea i circa 900 dipendenti dello stabilimento di Vimercate, annuncia loro un grave stato di crisi produttiva e la messa in cassa integrazione a zero ore per 450 lavoratori, mentre per i restanti 450 il futuro è più che incerto in assenza di qualunque piano industriale: la situazione è pesantissima.

Fin qui la storia di Celestica altro non è che la fotocopia di altre, clamorose dismissioni. Nel frattempo il vimercatese ha già subito le pesantissime crisi di Alcatel e, in parte, di StMicroelectronics e del grande polo dell’alta tecnologia degli anni settanta rischiano di restare solo macerie.

A questo punto sindacato, istituzioni e rappresentanti del mondo politico, decidono di provare a trasformare la crisi di Celestica in un’occasione per rilanciare lo sviluppo dell’intera area sulla base di un progetto che prevede l’insediamento di nuovi soggetti imprenditoriali e di attività ad alto contenuto tecnologico. L’idea è la costituzione di un distretto tecnologico che ruotando attorno alla riconversione di Celestica garantisca occupazione stabile e valore aggiunto al territorio, risolva in tempi brevissimi il problema dei 900 lavoratori che rischiano di restare senza occupazione, si ponga l’obiettivo di creare nuovi posti di lavoro.

Dopo mesi di incontri e contatti, di scioperi e trattative, il 2 agosto scorso il progetto è stato sottoscritto dagli Enti Locali (Regione, Provincia e Comune), da Agintec (agenzia partecipata dalla Provincia), dalle società (Celestica assistita dall’agenzia Sofit, Bartolini, Telit e Digital Tv) e dalle parti sociali (Assolombarda, Fim, Fiom ed Rsu). Secondo il testo del protocollo, nell’area si insedieranno immediatamente tre nuove imprese (altri soggetti potrebbero essere calamitati sul territorio): la prima di logistica integrata che si occuperà anche di recuperare e riciclare materiale elettrico ed informatico; la seconda di elettronica di largo consumo (da cui dovrebbero uscire anche i contatori Enel che oggi vengono prodotti nella Repubblica Ceca); la terza di telecomunicazioni ad alto contenuto tecnologico.

Già ora questi tre nuovi soggetti si impegnano ad assumere con contratti a tempo indeterminato 600 lavoratori entro il 2006 ed i restanti 250 nei mesi successivi attraverso piani di formazione e reinserimento sostenuti dalla provincia di Milano e dalla regione Lombardia. L’obiettivo è quello di creare entro il 2009 una realtà con oltre 1.400 occupati.

Questa è la storia, poi c’è il dato di politica industriale. Il “caso Celestica” segnala con chiarezza la possibilità di una netta controtendenza rispetto alla “regola” che da troppo tempo larga parte della classe imprenditoriale italiana sembra aver deciso di seguire: disertare dalle proprie responsabilità per dedicarsi alla rendita finanziaria o immobiliare. In questo caso, infatti, l’azienda si pone il problema della propria “responsabilità sociale”, si mette in campo un progetto di reindustrializzazione in un settore avanzato come quello dell’alta tecnologia, si fissa come clausola per l’assunzione dei lavoratori il contratto a tempo indeterminato. In sintesi: il rapporto positivo tra istituzioni locali, sindacato e politica può evitare che la scelta di un’impresa di spostarsi altrove si traduca inevitabilmente in un dramma sociale. Non è un modello da esportare, ma può essere un’esperienza a cui guardare.

* Assessore crisi industriali e occupazionali della Provincia di Milano
** deputato del Prc, membro della commissione attività produttive