Cresce un club da 27mila atomiche

Subito dopo il test nucleare nord-coreano, i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu si sono riuniti per esprimere la loro condanna. Li preoccupa il fatto che uno Stato non gradito (messo all’indice da Washington come «stato canaglia») abbia forzato la porta del club nucleare, composto finora dagli stessi cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza – Stati uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna – cui si sono uniti Israele, India e Pakistan. L’élite dei possidenti della Bomba si è così allargata da otto a nove. L’ultimo arrivato è riuscito a entrare nel club facendo esplodere un ordigno la cui potenza è probabilmente inferiore a quella della bomba di Hiroshima, che oggi appare come la clava dell’era nucleare.
Ben altra storia hanno i soci fondatori del club. Durante la guerra fredda, dal 1945 al 1991, essi hanno fabbricato oltre 128mila testate nucleari: di queste, 70mila gli Stati uniti, 55mila l’Unione sovietica. Con l’aiuto degli Usa, Gran Bretagna, Francia, Israele e Sudafrica si sono dotati di armi nucleari. Sono entrati nel club nucleare, in modi diversi, anche Cina, India e Pakistan. Si è accumulato così un arsenale nucleare che ha raggiunto una potenza equivalente a oltre un milione di bombe di Hiroshima. Per testare queste armi sono state effettuate 2.024 esplosioni nucleari sperimentali, di cui 528 nell’atmosfera, le cui radiazioni hanno provocato probabilmente più vittime di quelle di Hiroshima e Nagasaki.
Dopo la guerra fredda, il Sudafrica è stato l’unico a rinunciare alle armi nucleari. Stati uniti e Russia mantengono invece a tutt’oggi complessivamente circa 12mila testate nucleari strategiche operative, in grado di colpire in ogni momento qualsiasi obiettivo in qualsiasi parte del mondo, più circa 14 mila di riserva. La Francia ne possiede circa 350; Gran Bretagna e Cina circa 200 ciascuna; Israele, 200-400; India e Pakistan, complessivamente 110.
In totale circa 27mila, con una potenza minore di quella della guerra fredda, ma sempre in grado di cancellare dalla faccia della terra la specie umana e quasi ogni altra forma di vita. Come se ciò non bastasse, le cinque maggiori potenze hanno nei loro depositi 1.500 tonnellate di plutonio, sufficienti a fabbricare oltre 200mila armi nucleari.
I pericoli provengono non solo dalla proliferazione orizzontale, ossia dall’accesso di nuovi paesi agli armamenti nucleari, ma soprattutto dalla proliferazione verticale, ossia dallo sviluppo qualitativo di testate nucleari e vettori da parte dei paesi già dotati di armi nucleari. E’ in corso una ricerca febbrile per realizzare armi nucleari di nuovo tipo: tra queste le mini-nukes che, grazie a effetti collaterali ridotti, potrebbero essere utilizzate come armi da campo di battaglia in conflitti regionali. Si cancella così la fondamentale distinzione tra armi nucleari e armi convenzionali, operazione già iniziata con l’uso di proiettili a uranio impoverito. Ma la ricerca su armi nucleari di nuovo tipo è sicuramente più avanzata di quanto appaia.
A trainare la nuova corsa agli armamenti sono gli Stati uniti. Essi ammodernano in continuazione il loro arsenale nucleare con nuovi tipi di testate, che vengono sperimentate in test subcritici che non richiedono l’esplosione nucleare. Gli Usa si sono comunque lasciati le mani libere, non ratificando il Trattato per la completa messa al bando dei test nucleari (1996) e ritirandosi (2002) dal Trattato Abm per procedere nello sviluppo dello «scudo antimissile», sistema non di difesa ma di offesa che vogliono installare anche in Europa, sui territori ceco e polacco. Sempre nel 2002 gli Stati uniti hanno rifiutato la proposta di Russia e Cina di aggiornare e rendere verificabile il Trattato sullo spazio esterno, che proibisce di mandare in orbita o nello spazio esterno armi nucleari. Nel Trattato di non proliferazione (così ripetutamente violato da non essere mai stato veramente applicato) gli stati firmatari, Usa compresi, si impegnavano a «rinunciare all’uso della forza» contro qualsiasi altro stato. Visto come sono andate le cose con l’Iraq, a Pyongyang hanno fatto evidentemente questo ragionamento: è meglio avere le armi nucleari che non averle ma essere accusati di possederle e poi essere attaccati.