Cremaschi: «Sinistra? Solo antiriformista»

Ti rispondo mentre sono coinvolto nell’organizzazione delle iniziative su questa strage infame di Torino». Il tono di Giorgio Cremaschi, che siede nella segreteria nazionale della Fiom e che proprio a Torino si trovava ieri, è grave. Per parlare del quadro apertosi a sinistra con la dichiarazione di «fallimento» del centrosinistra prunciata da Fausto Bertinotti, sceglie di partire dalla tragedia dellaThyssen-Krupp.

In che modo quanto accaduto nell’acciaieria di Torino c’entra con la crisi politica?
Semplicemente mi fa capire quanto la politica si sia ridimensionata rispetto ad un sistema in cui letteralmente si bruciano le persone, in nome della competitività. C’è bisogno di una ripresa del conflitto sulle parole: competitività, flessibilità, non sono neutre. Stiamo discutendo di contratti nazionali e gli industriali che s’ingaggiano al centro della politica chiedono l’aumento degli orari di lavoro. Occorre tornare a chiamare le cose con il loro nome: in Italia c’è uno sfruttamento del lavoro indegno e ci sono ingiustizie sociali ingenti.

E quindi?
Quindi, se vogliamo parlare di fallimento del centrosinistra partiamo da qui. Non ho mai pensato che il governo potesse e dovesse risolvere le cose: ma penso che il bilancio sia negativo, sul piano sociale e anche su quello culturale. Perché siamo ad una centralità dell’impresa ancor più affermata.

Bertinotti ha indicato proprio questo bilancio, mi pare, come base del suo ragionamento…
Se Bertinotti ha usato questo termine solo per aprire una nuova fase di giri di walzer nelle alleanze politiche, secondo me sarà un disastro. Perché il fallimento è una categoria interpretativa e non riguarda solo Prodi, sarebbe ingeneroso: riguarda un’idea. E’ quella che una sinistra liberista o social-liberista che dir si voglia e una sinistra anticapitalista possano governare insieme, in Italia, oggi.

Ossia, i conti con il fallimento vanno fatti anche a sinistra, sulle sue scelte?
Si tratta di trarre un bilancio, appunto: e la scelta di tentare quella strada è figlia di un percorso iniziato dal Prc, per quanto lo riguarda, tra il 2002 e il 2003. Anche di questo, dunque, bisogna registrare il fallimento. Ancora: non è quello di un singolo capo ma di una politica, che chiede ora una discussione. E a me pare che anche Rifondazione comunista è stata travolta dalla politica dell’ alternanza: contro Berlusconi costi quel che costi. Così si è abbandonato il terreno più fertile di novità costituito dal percorso della Rifondazione: la ricerca di una moderna e rinnovata critica radicale al capitalismo.

Dunque che conseguenze pensi se ne debbano trarre, oggi?
Va chiarito in modo conseguente il senso della parola fallimento. E per me significa che quella formula di governo condivisa tra sinistra social-liberista e sinistra anticapitalista, non in assoluto ma qui e ora, nella situazione storica data in Italia, è impossibile. Anzi, produce danni: come risultato paradossale ha prodotto infatti uno spostamento a destra di tutto il quadro politico, dell’agenda del Paese. L’esito è plasticamente raffigurato dalla competizione indistinta, quanto a contenuti, che si instaura fra Veltroni e Berlusconi. Il peggio del modello politico statunitense.

Sul piano della proposta politica, questa conclusione a cosa ti conduce?
Mi pare chiaro che occorre una marcia opposta a quella di questi anni. E ciò interroga persone, esperienze, gruppi dirigenti. C’è stata in Rifondazione una chiusura, i segnali di quel fallimento c’erano da tempo e avrebbero dovuto essere affrontati con generosità e disponibilità. Ad esempio, ho considerato l’espulsione di Turigliatto un esempio ingeneroso. Ma oggi la costruzione di quella sinistra che non a caso non
ha un nome, avviene saltando questa discussione.

Stai dicendo che la ricerca della sinistra “unitaria e plurale” non risponde in alcun modo, per te, alle esigenze della situazione?
Dico che nasce tacendo sul fallimento del centrosinistra, con un appello all’unità organizzativa secondo me in continuità con gli errori della fase trascorsa. Se occorre un’altra politica bisogna discutere qui ed ora con quali forze, con quale prospettiva, con quali correzioni. La situazione, appunto, richiede revisioni ad ampio raggio: non si può ridurre alla sola discussione sullalegge elettorale.

Su questa, anzi, i nodi sono i più intricati: cos’è che tu vorresti sentire e non senti, dalla sinistra che si riunisce domani?
Mi permetto di dire che se il fallimento del centrosinistra diventa categoria guida per il prossimo futuro, una parte almeno degli interlocutori di quest’assemblea non saranno più tali: la loro è una cultura che rispetto ma che va in tutt’altra direzione. Bisogna uscire dall’idea della politica come riduzione del danno, c’è lo spazio per un’altra idea che muova proprio dal fallimento del centrosinistra: come negli anni 60, oggi di fronte a un capitalismo liberista in crisi ma sempre più feroce. E allora la sostanza della riflessione è sul riformismo.

Che cosa vuoi dire?
Che, certo, si devono praticare anche gli accordi graduali: ma la cultura di fondo di una forza che vuole cambiare le cose dev’essere antiriformista.

Detto questo, fatto cosa?
Certamente c’è un’altra faccia della medaglia: per me è la crisi della partecipazione. Bisogna uscire dalla competizione fra oligarchie. Perciò la discussione sulla riforma elettorale rischia d’essere poca cosa. A meno che non si apra tutto un fronte che riguarda la politica come il sindacato come le istituzioni.