Cremaschi: «L’esecutivo taglia? L’autunno sarà caldissimo»

Se il governo conferma i tagli annunciati, il sindacato non potrà che scendere in piazza: non è possibile continuare a chiedere «ticket sociali» a lavoratori e pensionati. E ancora: bisogna affrontare quello che è stato un vero e proprio «buco nero» dei primi cento giorni dell’esecutivo Prodi: la lotta alla precarietà. La vicenda Atesia ha scoperchiato un pentolone fatto di abusi e gravi violazioni: la manifestazione «Stop precarietà ora» di fine ottobre chiederà di abrogare la legge 30 e rimettere al centro il lavoro. Il segretario nazionale della Fiom Giorgio Cremaschi annuncia un autunno «caldissimo», e non è tenero neppure con la Cgil: «Finora non sei stata brillante – dice alla sua confederazione – Non possiamo fare da “consulenti” del governo, è ora di svegliarsi».
Partiamo dal tema più caldo: la finanziaria e le pensioni.
E’ chiaro che noi chiediamo con forza che la finanziaria sia «spalmata» e non definita solo su un anno, perché non si tagli sui soliti noti: è incredibile che non appena si accenni un tema progressista e condivisibile, come l’annunciata stretta sul fisco, dall’altro lato si senta subito il bisogno di far pagare il «ticket sociale» a lavoratori e pensionati. E’ la «buon costume» internazionale, rappresentata da istituti come l’agenzia di rating Fitch o la Bce, sollecitati ovviamente dall’Italia, dal partito del Corriere della Sera e dai «rigoristi», che tenta di far passare le solite ricette contro le fasce che finora hanno pagato di più. Consideriamo le pensioni: come ha detto qualche giorno fa il presidente della Camera Fausto Bertinotti, innalzare adesso l’età pensionabile, con le attuali condizioni del lavoro italiane, sarebbe un «crimine sociale». Soprattutto se si pensa di farlo come annuncia il governo, con un metodo che smentisce platealmente il programma dell’Unione. Lì si diceva: «elimineremo lo “scalone” introdotto da Maroni», e su questo lo abbiamo votato. Non si diceva affatto: «elimineremo lo scalone, ma a pagarlo sarete voi».
Un altro tema «caldo» è la precarietà del lavoro, la figura chiave dei «parasubordinati».
Lì c’è una grande truffa, operata nei call center ma non solo. E dire che dietro queste società, grandi come Atesia o più piccole, ci sono multinazionali che macinano profitti e anche pubbliche amministrazioni. Partiamo da uno spot della Tim in tv: dietro quei miliardi e quei sorrisi ci sono centinaia di migliaia di persone pagate 400 euro al mese, con un lavoro e una vita precari, con contributi-straccio. Quanti milioni di euro non vanno ogni anno all’Inps perché tanti lavoratori subordinati vengono inquadrati come «autonomi»? E vale anche per gli «outbound»: lo hanno spiegato in questi giorni, proprio sul vostro giornale, giuslavoristi come Nanni Alleva, o Eliana Como, autrice di un’inchiesta sui call center. Si vuole far passare il discorso, con l’ormai nota «circolare Damiano», che a definire un rapporto di lavoro non è più la condizione del lavoratore, ma il ciclo della commessa, gli alti e bassi del mercato. Può essere cocoprò anche l’operaio dei cantieri navali, dato che svolge una commessa? Il lavoro a progetto, al contrario, deve valere solo per le alte professionalità: un museo che affida a uno specialista il restauro di un libro del ‘600. Su tutti questi temi dobbiamo scendere in piazza. L’8 settembre ci incontreremo per organizzare la manifestazione «Stop precarietà ora», che farà seguito alla grande assemblea dell’8 luglio.