Cremaschi: In Francia è la rappresaglia del capitalismo

Intervista a Giorgio Cremaschi: «Senza precarietà non sanno fare impresa»

Stavolta la sorpresa francese è brutta, negativa. In controtendenza rispetto al referendum di qualche mese fa. «Più che in controtendenza direi che è una risposta a quel voto. Sembra una rappresaglia sociale. Come se Chirac avesse detto: vi siete espressi per il “no” alla Costituzione europea sostenendo che è troppo liberista? Bene, ora vi faccio vedere cos’è il liberismo». Giorgio Cremaschi, il segretario dei metalmeccanici Cgil, non è però sorpreso dalla legge varata a Parigi. «Sorpreso? E perché mai? E’ l’esatto contrario. Il provvedimento del governo francese, la nostra legge 30, il tentativo di Blair a Bruxelles di allungare a 65 ore l’orario di lavoro, disegnano un’unica strategia». Quale, di chi? «Per qualcuno userò un linguaggio retrò ma mi pare che tanti, anche molto diversi da noi, arrivino oggi alle stesse conclusioni: il capitalismo europeo, in questa fase liberista, lega la sua stessa esistenza alla precarizzazione del lavoro».
Ma capitalismo non è un termine un po’ troppo generico? «Parlo invece di cose molto materiali: di imprese, di governi, di centri economici, finanziari. Quello che però vorrei spiegare è che questa precarizzazione non è casuale, nè dipende da urgenze particolari. Ripeto: è una condizione indispensabile alla sopravvivenza di questo capitalismo».

Per loro, non esistono alternative, insomma. «Esattamente. Ragioniamo insieme». Facciamolo. «Dicono, lo dice ora anche il governo francese, esattamente come l’hanno detto prima Maroni, Tremonti o Siniscalco, che queste misure si rendono necessarie per evitare la delocalizzazione delle imprese». Invece, non è vero? «E’ falso, chi voleva andarsene se n’è già andato. Stiamo poi parlando di aziende che lavorano nei servizi, nel commercio. E un supermercato non può dire: o riducete i diritti o me ne vado in Romania. Lì deve restare. La delocalizzazione non c’entra nulla». Che cosa c’entra allora? «Te la dico così: la precarizzazione del lavoro, che significa non solo più precariato per i nuovi assunti ma meno diritti per tutti, è esattamente il modello sociale, politico e, se vuoi, anche filosofico, che ispira i comportamenti delle imprese oggi. Anche qui ragioniamo. Prima, all’epoca della fabbrica fordista, il capitalismo lavorò – da tutti i punti di vista: sociale, certo, ma anche politico e culturale – per conquistare il governo di quel sistema. Quando il fordismo è entrato in crisi, è subentrato il liberismo. Che ha bisogno di ricreare un “suo” modello sociale. Che è fatto di precariato ma è fatto contemporaneamente di tanto altro: della legge 30 da noi, e ancora prima del pacchetto Treu, è fatta di distruzione del sistema di diritti collettivi. E’ fatto, insomma, della fine del sistema contrattuale. Il lavoratore deve essere solo davanti al datore. E ci arrivano, ci vogliono arrivare con un rimbalzo continuo, che sembra tanto una partita di flipper: partono dagli accordi al ribasso in Germania, attraversano l’Italia con l’introduzione di mille contratti, al punto che nel nostro paese non c’è bisogno di una legge per licenziare. Qui da noi si può, legalmente, assumere una persona per due giorni. Poi tornano in Germania, ora in Francia».

E voi in mezzo, non è così? «In un certo senso sì». Cremaschi dice queste cose come se volesse dire di più ma non ne avesse molta voglia. Come se dovesse ammettere qualcosa di «pesante». E in effetti non è poco quel che alla fine dice: «Forse è inutile girarci attorno. Insomma, noi possiamo batterci con tutte le forze ma non basta. Semplicemente perché non può bastare». Quel «noi» si riferisce al sindacato, alle battaglie sindacali. «Possiamo costruire il più forte, il più radicale movimento di lotta, che salti le frontiere – perché non scordiamoci mai che i migranti sono dentro questo discorso, sono l’anello più debole – ma alla fine ti accorgi che queste battaglie “dal basso” non bastano». In che senso? «Ti faccio un esempio: l’Electrolux ci annuncia che vuole delocalizzare alcune sue imprese. Non tutte, bada bene. Ne salverà alcune. E dice: resteranno gli stabilimenti dove ci sarà la maggiore precarizzazione. E noi ci opponiamo, ci coordiniamo in Europa, proviamo a coinvolgere tutti. Ma sappiamo che sarà una battaglia impari, tanto, tanto difficile». Che manca? «Manca un intervento dall’alto». Cremaschi lo chiama così: manca, insomma, l’intervento della politica. «Perché non vai da nessuna parte se non disegni, se non imponi un nuovo modello di sviluppo, un nuovo modello sociale». Espressioni un po’ generiche, non trovi? «No, tutt’altro. Si può, si deve imporre per esempio un nuovo modello economico che rifiuti la guerra della competitività. Anche qui, pensa a cosa accade oggi. C’è Chirac che tutti dipingono come l’alfiere numero uno dell’autonomia europea, addirittura contrapposta alla visione unilaterale di Bush, che con Bush s’è scontrato sulla guerra, che poi, nelle politiche economiche, insegue l’America sul suo stesso terreno. Perché ricordiamoci che oggi gli States sono uno dei paesi col più basso tasso di sindacalizzazione del mondo. Bene, ora in Europa sta sbarcando la WallMart, la più grande catena di supermarket americana. Vuole flessibilità, e la Francia, come s’è visto ieri, sembra intenzionata a dargliela. E se invece provassimo a imporre il rispetto dei diritti collettivi? Orari umani e salari dignitosi? Anche per questa strada si costruisce un’altra Europa. A meno che non si pensi di disegnare un’Europa sociale che contempli solo qualche misura caritatevole per i debolissimi ma abolisca il sindacato». E poi? «Immagino tu voglia sapere dell’Italia. E la risposta è ovvia: il ruolo della politica, di una politica di sinistra, passa attraverso l’abolizione della legge 30 e la radicale modifica del pacchetto Treu. Bloccare la precarizzazione è il modo esatto per impedire che qualcuno scriva la parola fine sul diritto ad organizzarsi da parte dei lavoratori». Prima però dicevi che la tendenza è connaturata a questo capitalismo. Bloccare la tendenza significa quindi battersi contro il capitalismo. O no? «Mettiamoci d’accordo sulle parole: oggi il liberismo va imbrigliato. Le conseguenze? Ricominciare a discutere delle alternative ad un sistema che annienta il lavoro e distrugge l’ambiente. Ma magari ne parleremo in un’altra intervista…».