Crediti universitari, per una volta ha ragione Moratti

Per una volta che il ministro Moratti dice “qualcosa di sinistra”, ci si mettono i rettori delle università, ed anche i Democratici di sinistra a protestare.
Cosa ha detto e fatto di tanto “statalista” il ministro? Seguendo un suggerimento del Consiglio nazionale degli studenti universitari, il ministro ha inserito, in un decreto, l’obbligo di ciascuna sede universitaria di riconoscere gli studi compiuti dagli studenti in altre sedi, limitatamente ai cosiddetti “crediti per le attività di base e caratterizzanti”, cioè limitatamente a quella parte del curriculum didattico che è fissata, a grandi linee, a livello nazionale, e che copre non più del 50% del corso di studi.

Non solo questo decreto viene incontro ad una esigenza concreta, ma implica l’impegno del ministro ad assicurare che, con riferimento alle discipline di base e caratterizzanti, ogni sede offra un’istruzione adeguata, e possieda i “requisiti minimi” per attivare un corso di laurea.

Ma perché è stato necessario intervenire con un decreto? E’ presto detto. I trasferimenti da sede a sede erano praticamente impossibili. Bastava la minima differenza nella distribuzione dei crediti tra le diverse discipline per rendere impossibile qualsiasi riconoscimento degli studi già compiuti.

Ma gli ordinamenti didattici locali, in genere, riflettono solo i rapporti di forza, in seno ai consigli di facoltà, tra i professori delle diverse discipline. Ciò che, per la presenza di alcuni professori importanti, è “irrinunciabile” in una sede, risulta irrilevante in un’altra sede, dove il potere accademico è diversamente distribuito.

Per di più, mentre prima della riforma gli esami corrispondevano ad insegnamenti, ora a ciascun insegnamento, è legato il numero dei suoi “crediti”. Anche il numero dei crediti riflette in ciascuna sede il potere accademico del titolare dell’insegnamento.

Ne segue che per lo stesso insegnamento, questo numero varia da sede a sede. Chi ha conseguito 9 crediti di algebra e 10 di geometria, non può avere i suoi studi riconosciuti in una sede dove i crediti dell’algebra sono 10 e quelli della geometria 9. Insomma tra crediti e discipline irrinunciabili, il problema del riconoscimento degli studi compiuti in altra sede era divenuto molto difficile. O meglio, era un problema del tutto irrisolvibile all’interno dei rigidi automatismi che definiscono le linee di confine del potere accademico, ma di facile soluzione se si guarda alla sostanza della preparazione posseduta da uno studente.

In ogni caso, infatti, poiché il riconoscimento degli studi già compiuti che è “imposto” dal decreto del ministro, si riferisce soltanto a non più del 50% dei “crediti” necessari per la laurea, nulla vieta che la sede che accoglie lo studente trasferito, gli chieda di seguire, per l’altra metà dei crediti, un piano di studio che compensi ad eventuali carenze della precedente preparazione. Sarebbe così fatta salva la “serietà degli studi”, invocata nei proclami dei rettori.

Perché dunque i rettori si oppongono con tanta forza ad una norma che consente, finalmente, la mobilità da una sede all’altra? E, soprattutto, perché i Ds si sono adeguati alla posizione dei rettori, prendendo posizione al Senato contro una norma sollecitata dai rappresentanti degli studenti?

Si può solo rispondere facendo riferimento alla lenta, ma inesorabile penetrazione all’interno della sinistra italiana della “teologia del mercato” professata da alcuni influenti economisti. Parlo di teologia perché tale è una scienza, per quanto raffinata, dedicata allo studio di una divinità. E infatti il “mercato” per questi teologi ha cessato di essere un fenomeno “terreno”, da osservare direttamente, ma è assurto al ruolo di una divinità le cui proprietà salvifiche sono enunciate come dogmi, da cui dedurre altre verità o doveri.

Il modello virtuoso di funzionamento del sistema universitario secondo la teologia del mercato prevede la più completa autonomia delle singole università negli ordinamenti didattici, e nei programmi, nei criteri di ammissione degli studenti, nelle assunzioni e promozioni dei docenti, nella promozione della ricerca. Abolito il valore legale dei titoli di studio, le scelte degli studenti e delle loro famiglie, che sarebbero dotati, a spese del contribuente, di “voucher” cospicui da utilizzare per pagare altrettanto cospicue tasse universitarie, miracolosamente, premierebbero le università che assumono i migliori docenti, dove si svolge la migliore (e più utile al Paese) ricerca scientifica, dove l’insegnamento è di più alto livello e dove la laurea assicura più velocemente un impiego ben remunerato.

A questo punto, poche, pochissime sedi “eccellenti”, si distinguerebbero dalle altre accumulando e producendo ricchezza, le altre sedi si ridurrebbero a “teaching universities”, dove non si fa ricerca scientifica.

Si tratta ovviamente di una visione mistica che nulla ha a che vedere con la realtà. Non esiste un paese al mondo dove il “mercato” opera in questo modo sul sistema universitario. Questo modello si applica infatti, parzialmente, ad un settore minoritario dell’istruzione universitaria americana, dove in genere non si svolge ricerca scientifica. E’ il settore dei “college of liberal arts”, i quali competono tra di loro principalmente nell’offerta di un ambiente dove i ricchi possono incontrare e frequentare altri ricchi.

Non c’è modo di applicare questo modello in Italia. Anche l’idea, cara agli ambienti confindustriali, che le università italiane possano fin da ora essere distinte in università “eccellenti” dove si svolge ricerca scientifica di rilievo e dove dovrebbero concentrarsi i finanziamenti alla ricerca, e università di seconda classe, da affamare quanto a finanziamenti alla ricerca, risulta del tutto fuori dalla realtà, come dimostrano i risultati della valutazione della ricerca (disponibili sul sito www. vtr2006. cineca. it) che il ministero ha condotto negli ultimi anni e che ha rivelato ciò che era già evidente ad occhio nudo: ricerca scientifica eccellente secondo gli standard internazionali, si svolge in tutte le sedi universitarie.

Eppure la visione mistica, gli argomenti teologici, i mal digeriti confronti internazionali, hanno ormai penetrato la sinistra sedicente riformista. Ma il vero riformismo non può che partire da un’analisi empirica della realtà che si vuole modificare, e da una esplicita enunciazione degli scopi che si vogliono raggiungere. Chi parte invece dalla descrizione di un paradiso, dove regna benefico il dio mercato, è più propriamente un massimalista.