CPN del 26/27 novembre 2005: intervento di Gianni Favaro

La proposta avanzata dal Segretario nella sua relazione introduttiva di decidere che il nostro partito dia vita subito alla Sezione italiana della Sinistra Europea come base per la costituzione della Sinistra di Alternativa penso che debba essere accolta e sostenuta. Ne vedo tutti i limiti di impianto ed anche i rischi per la tenuta del Partito ma penso anche che, se non tentassimo di allargare ora il nostro orizzonte, quei limiti e quei rischi diventerebbero certezze di una marginalizzazione politica.
Parto dalla mia esperienza torinese: qual è lo stato del nostro partito? Qual è il suo radicamento sociale? Torino è attraversata da grandi fermenti, il movimento operaio cresce (non solo attorno la Fiat) come ha dimostrato la riuscita dello sciopero generale, contro la Tav in Val di Susa è in campo un vastissimo movimento popolare capace di parlare anche a tutto il Paese, il mercato delle olimpiadi invernali con il suo percorso fatto di sfruttamento e schiavitù praticato nei sub-sub appalti e con gli enormi problemi che il dopo olimpiadi porterà già alimenta un malessere sociale diffuso. Il nostro Partito che pure c’è in questi movimenti non solo non riesce a fare egemonia (come si sarebbe detto una volta) ma non si radica, il nostro tesseramento langue ed anche la nostra iniziativa politica stenta. Il punto, secondo me, è che questa condizione è trasversale al nostro dibattito congressuale nel senso che non cambia né se siamo o non siamo in alleanza con il centro sinistra né se nei programmi di governo poniamo o no dei paletti, né se sosteniamo o no le primarie. Sicuramente le ragioni di tutto ciò sono molteplici dovute sia a fattori interni che esterni, quello che mi pare certo è che così il nostro Partito non è in grado di espandere il suo radicamento, così non possiamo andare avanti.
Nei prossimi mesi ed anni ci aspettano prove durissime se, come auspico, l’Unione dovesse vincere le elezioni politiche allora dovremo assumerci responsabilità di governo e in quel contesto dovremo anche garantire al Partito una sua autonomia politica dal governo e cercare al tempo stesso di rappresentare il più possibile le istanze dei movimenti da quello operaio a quello della pace.
Cosa succederebbe se con la prima finanziaria il nuovo governo dovesse decidere, come viene già annunciato da Prodi, di far pagare i danni fatti da Berlusconi, tanto per cambiare, ai salari e alle pensioni? Non so se dalle discussioni dei tavoli dell’Unione uscirà un programma di cui essere soddisfatti o, come invece temo, di cui preoccuparsi credo che, in ogni caso , quello che occorrerebbe è un Partito più forte. Ma, nonostante tutte le mie perplessità, tutte le critiche, proprio in considerazione delle nostre grandi difficoltà penso che occorra raccogliere la proposta del Segretario. Ho anche apprezzato che nella relazione siano state corrette alcune linee di fondo a cominciare dalla centralità del lavoro nella iniziativa politica del Partito e il nostro ruolo dialettico con i movimenti. Penso che non si debba rimanere ingessati nelle nostre discussioni, il congresso ha indicato una linea di fondo che io ho contrastato sostenendo un altro documento congressuale, resto della mia idea ma non intendo fare delle mie convinzioni un monumento inamovibile. La fase oggi è cambiata, ad esempio è cambiato il sistema elettorale da maggioritario a proporzionale, e non è, per fortuna, poca cosa, discutere tra di noi come se fossimo ancora al congresso di Venezia non solo lo trovo sbagliato ma dannoso per tutti.
Dunque il Segretario ci propone di dare vita in Italia alla Sezione della Sinistra Europea, penso tutt’ora che la SE sia un partito nato male perché ha diviso le forze anticapitaliste (soprattutto discriminando quelle più radicali e comuniste) perché ha un impianto molto moderato e filo europeo, perché è distante per non dire estraneo ai problemi dei lavoratori del continente. Qui da noi la SE ci viene proposta, dal Segretario, come modello per organizzare e aggregare la Sinistra di Alternativa. Dato che ho sempre condiviso la necessità di unificare attorno ad un comune programma le forze che dal referendum sull’aticolo 18 abbiamo definito della sinistra di alternativa non sento nessuna contraddizione a riconoscere che il modello della SE possa essere la base di partenza per cominciare un cammino da troppo tempo rinviato.
Chiedo due cose:
1- che l’autonomia e l’esistenza del nostro Partito non solo non venga messo in discussione come ha già detto il Segretario ma che su di esso si lavori maggiormente per un suo radicamento e rafforzamento. Che l’unità interna, nella chiarezza della linea e nella libertà di dibattito, a partire dai gruppi dirigenti (segreteria nazionale compresa) diventi un valore da perseguire e sostenere. Che la formazione dei prossimi nostri gruppi parlamentari tenga conto in modo adeguato, senza mortificare com’è stato fin’ora il nostro dibattito interno.

2- Che i candidati della SE che a vario titolo verranno proposti dal Partito siano espressione dell’insieme dalla Sinistra di Alternativa senza veti né chiusure.