CPN del 26/27 novembre 2005: Intervento di Claudio Grassi

La relazione del Segretario è stata molto densa di analisi e di proposte.
Solo su alcune di queste, per ragioni di tempo, dirò la mia opinione.
Non voglio fare il menagramo; mi pare però che manchi una riflessione sul fatto che forse si sta dando troppo per scontata la vittoria su Berlusconi. Oppure, ipotesi altrettanto problematica e da prendere in considerazione, si realizzi una vittoria zoppa: con la nuova legge elettorale può succedere che il centro-sinistra vinca alla Camera e che il centro-destra vinca al Senato.
Per cercare di evitare questo credo si debba fare un lavoro duplice: da un lato sollecitare il centro-sinistra affinché offra un profilo nettamente alternativo al centro-destra, poiché solo così si mobilitano gli indecisi e si crea una passione che può recuperare una parte di voto di astensione; dall’altro lato preparare una forte campagna elettorale di Partito (il nuovo sistema elettorale ci aiuta in questo senso) che, qualificandoci con alcune campagne politiche capaci di parlare al mondo del lavoro e al popolo della sinistra più in generale, contribuisca anche per questa via a battere Berlusconi.
Per esempio, proprio perché servono risorse economiche e diciamo no alla politica dei due tempi, potremmo avanzare alcune proposte semplici:
-riduzione del 20% delle spese militari;
-tassazione delle rendite;
-eliminazione dell’Ici sulla prima casa e aumento dell’Ici dalla seconda casa in avanti;
-reintroduzione dell’Ici sugli immobili della Chiesa abolita da questo governo.
Sono solo alcuni esempi di campagne che il Partito potrebbe attivare da subito.
Così come credo sia utile, ai fini della vittoria del referendum contro lo stravolgimento della Costituzione, ma anche ai fini della vittoria alle elezioni, partire da subito, noi come Partito, a raccogliere le firme e a costituire i comitati in difesa della Costituzione.
Insomma: io penso che la vittoria alla elezioni non è affatto scontata se non riusciamo a mobilitare il nostro popolo, facendogli intravedere una speranza di reale cambiamento.
E forse io ho questa preoccupazione – e qui entro nel merito di alcune riflessioni contenute nella relazione – proprio perché do una valutazione diversa da quella fatta da Bertinotti sul livello raggiunto dalla discussione programmatica all’interno dell’Unione. Qui c’è e resta, tra di noi, il vero punto di divergenza politica.
Si rappresenta una realtà che non mi pare corrispondente a quella che io vedo. E ciò non significa per nulla sminuire o non considerare il lavoro fatto dai compagni e dalle compagne che hanno partecipato ai tavoli dell’Unione. Sono sicuro che, rispetto al contesto dato, hanno cercato di strappare il più possibile.
Ma il problema è proprio questo: si lavora su un contesto talmente arretrato che siamo costretti a batterci per delle cose che alla fine ci consegnano un prodotto assolutamente inadeguato. E ciò avviene su tutti i fronti.
Anche perché si può enfatizzare, come qualcuno ha fatto nel dibattito, l’esito delle primarie (sia chiaro: è giusto riconoscere la grande partecipazione che hanno suscitato e anche il risultato importante, rispetto agli altri candidati minori, conseguito dal nostro Segretario) ma, se vogliamo essere obiettivi, non possiamo non rilevare anche che hanno prodotto una forte investitura per Prodi il quale, come tutti i commentatori politici hanno rilevato, è stato il vero vincitore. E ne è uscito rafforzato al di là di ogni previsione, al punto tale da rilanciare quel progetto ulivista e di partito democratico che noi, troppo sbrigativamente, avevamo dato per morto.
Infatti dopo quel risultato sono uscite a raffica prese di posizione non solo di Fassino e Rutelli – ci siamo abituati – ma dello stesso Prodi che hanno messo una grave ipoteca su alcune nostre aspettative programmatiche.
Mi riferisco per brevità di ragionamento a due questioni: la politica estera e la politica economica.
Sulla politica estera Prodi ha detto che non è previsto alcun ritiro dei militari italiani dall’Afghanistan e ciò porrà immediatamente al nuovo Governo il problema del nostro voto, che certamente sarà contrario, sul rifinanziamento. Così come Prodi ha dichiarato, comunicandolo anche al nuovo ambasciatore americano e al cosiddetto capo del governo iracheno, che il ritiro dall’Iraq non lo faremo come Zapatero e ciò, se le parole hanno un senso, vuol dire che non sarà né immediato né unilaterale.
Ma soprattutto mi ha allarmato il fatto che nel documento dell’Unione si dice che le forze (di che tipo?) inviate successivamente per sostituire le truppe avranno il compito di aiutare il governo iracheno a completare la transizione democratica!
Su questo dobbiamo essere chiarissimi: in Iraq non è in corso nessuna transizione democratica; vi è un governo illegittimo che si sorregge solo ed esclusivamente grazie alle truppe di occupazione. Un governo che si è insediato attraverso le pratiche atroci di Abu Ghraib e di Fallujah, un governo a cui si oppone una resistenza popolare sempre più diffusa.
Infine, sempre sulla politica estera e per parlare solo dei fatti più recenti, che dire della partecipazione di quasi tutta l’Unione con la presenza – purtroppo – di alcune figure della sinistra alternativa a noi vicine, alla manifestazione promossa dal Foglio che, per le parole d’ordine proposte, ha capovolto completamente la realtà dei fatti del Medio Oriente?
L’aggressore diventa l’aggredito! Uno degli Stati più armati del mondo diventa la vittima di un accerchiamento militare! Uno Stato che non ha mai consentito ad un altro popolo di avere una propria terra e una propria dignità diventa la vittima! Per un Stato che non ha mai rispettato le risoluzioni internazionali dell’Onu si chiede che la comunità internazionale intervenga in sua difesa! Uno Stato che sta costruendo un muro che affligge ulteriori sofferenze ad un popolo a cui è negato tutto e non una voce che si alzi contro questa vergogna!
Dobbiamo ristabilire la verità dei fatti, dobbiamo dare una mano ai palestinesi. Non è in discussione la nostra proposta “due popoli due Stati”. Così come la critica alle parole gravi e irresponsabili del presidente iraniano. Ma il problema è che c’è chi uno Stato ce l’ha – Israele – e c’è chi uno Stato non ce l’ha (e non glielo si vuole dare) e sono i palestinesi. Credo sia inderogabile che il Partito si faccia promotore, assieme ad altri, di una grande manifestazione nazionale di solidarietà con il popolo palestinese.
In conclusione, come faremo a convergere sulla politica estera con queste premesse e con le reiterate dichiarazioni di amicizia e di fedeltà agli Usa?

Potrei dire le stesse cose sulle scelte di indirizzo economico, che assieme alla politica estera fanno la “cifra” di un governo.
Su questo argomento non è che non si sentano anche tante buone intenzioni e anche importanti affermazioni per le quali sarebbe improponibile una politica di sacrifici. Ma poi la cosa certa che viene ribadita, da Prodi in primis, è che dobbiamo rientrare nei programmi di riduzione del debito che Berlusconi ha sforato. Ciò che non è chiaro è dove verranno reperite le risorse per fare questo e per redistribuire ricchezza ai settori sociali colpiti in questi anni da governi tecnici, di centro-destra e di centro-sinistra. E non vorrei che riemergesse la solita litania del “bisognerebbe fare ma non ci sono i soldi”.
Sono queste riflessioni, ma potrei avanzarne altre, che mi portano a valutare diversamente la possibilità di conseguire un risultato programmatico a noi favorevole.
Al fondo resta una valutazione diversa di analisi della fase, dello stato dei rapporti di forza tra le classi che io non vedo essersi modificato a nostro favore, consentendoci quindi di entrare in un governo nazionale senza essere riusciti prima a strappare almeno alcune significative garanzie programmatiche che ci potrebbero tutelare nel prevedibile iter burrascoso della legislatura.
Vedete compagni, quando ci troviamo a dover registrare una manifestazione come quella organizzata dal Foglio e, dopo pochi giorni, dopo aver visto le immagini atroci del filmato sull’utilizzo delle bombe al fosforo a Fallujah, ritrovarci in qualche centinaio in via Veneto senza che si determini una spinta dei movimenti e della sinistra di alternativa per una grande e forte protesta, io mi preoccupo, rifletto e mi chiedo come sia possibile che ciò accada!

Ci sono altre considerazioni nella relazione del Segretario che accolgo favorevolmente, in particolare l’attenzione che ci proponiamo di dare alle istanze del lavoro vecchio e nuovo e quindi l’impegno sia per lo sciopero del 2 dicembre dei meccanici sia per la manifestazione dei migranti del 3 dicembre.
Così come credo che la formulazione di un nostro programma di partito che, partendo dal programma delle scorse elezioni europee e dai punti programmatici utilizzati per le primarie e opportunamente arricchito, può essere molto utile visto che questa campagna elettorale, non dimentichiamolo, si farà chiedendo voti ai partiti e alle liste di partito e un nostro programma può motivare anche quei militanti e quell’elettorato che, non essendo in accordo o non riconoscendosi compiutamente nel programma dell’Unione, potrebbe disimpegnarsi.

Infine su quello che è stata definito il cuore della proposta di questo comitato politico e cioè la costruzione della sinistra europea come sinistra di alternativa.
Per quanto mi riguarda e per quanto ci riguarda come mozione manteniamo un giudizio critico nei confronti del partito della sinistra europea; lo abbiamo ribadito recentemente ad Atene con un nostro documento e lo svolgimento stesso del congresso conferma la nostra valutazione: si tratta di una operazione politica che non ha unito la sinistra di alternativa europea dato che restano fuori da essa o in condizione di osservatori numerosi e importanti partiti comunisti e di sinistra.
Detto questo è legittimo che chi ha condiviso questo progetto cerchi di svilupparlo e insediarlo sul territorio; vedremo cosa si determinerà concretamente.
Intanto ci preme sottolineare due questioni:
1) Siamo contrari a qualsiasi operazione che metta in discussione l’autonomia politica e organizzativa di Rifondazione Comunista; operazioni alla Izquierda Unida, per intenderci, con tanto di cessione di sovranità, non le condividiamo e i risultati fallimentari dovrebbero essere attentamente indagati e considerati. Continuo a ritenere che per un partito come il nostro vi siano tutte le condizioni per crescere organizzativamente ed elettoralmente. Si tratta semmai di affrontare con urgenza, attraverso una conferenza nazionale d’organizzazione, i gravi problemi di funzionamento, di radicamento, di tesseramento, i cui limiti indeboliscono la nostra iniziativa.
2) Riteniamo sia un errore associare la sinistra europea alla sinistra di alternativa. La sinistra europea può essere rappresentativa di alcuni settori della sinistra di alternativa, con i quali è giusto interloquire, lavorare assieme e anche concordare una presenza istituzionale, ma sappiamo già in partenza che settori altrettanto importanti della sinistra di alternativa (partiti, pezzi di partiti, giornali, movimenti e associazioni) non entreranno mai nella sinistra europea. Siccome ritengo che sia strategico per noi, assieme alla costruzione del partito, lavorare per la più ampia sinistra di alternativa, riteniamo sbagliato associare le due cose. E’ pertanto essenziale che questa proposta sulla sinistra europea non ci induca a rinunciare alla costruzione della sinistra di alternativa che deve proporsi di tenere assieme, su basi programmatiche, tutte le forze che hanno sostenuto il referendum per l’estensione dell’articolo 18.

Claudio Grassi