CPN del 26/27 novembre 2005: intervento di Alberto Burgio

Care compagne e cari compagni,

affronterò due dei temi discussi nella relazione del Segretario. Ma prima di tutto vorrei rivolgere un pensiero affettuoso ad Adriano Sofri che – apprendiamo dai giornali – è stato operato d’urgenza l’altroieri per una lacerazione dell’esofago, indiretta conseguenza, dicono i medici e quanti gli sono vicini, della sua penosa vicenda giudiziaria. Credo che a questo punto sia un dovere morale prima ancora che politico associarsi a quanti richiedono l’immediata scarcerazione di Sofri, per il quale il carcere diverrebbe ora un puro esercizio di crudeltà, com’è già per tante altre migliaia di detenuti nel nostro Paese.

Vengo al primo punto politico che mi propongo di trattare: la costruzione della sinistra di alternativa.
È un punto rilevantissimo, perché concerne la premessa principale di una interlocuzione non subalterna con le forze moderate dell’Unione. Ma è anche un terreno assai delicato, che richiede la massima trasparenza tra noi. Ieri è qui risuonata ripetutamente l’espressione «creare una nuova soggettività politica», il che – detto a una soggettività politica quale noi siamo – significa porre una questione che oggi si definirebbe “sensibile”.
La proposta del Segretario a questo riguardo è molto impegnativa e richiede da parte nostra valutazioni altrettanto impegnate e serie. Bertinotti ha posto al centro del percorso di costruzione della sinistra di alternativa – quali criteri per individuare i soggetti da coinvolgere in esso – il riferimento al Partito della sinistra europea e la partecipazione alla campagna per le primarie.
Per quanto mi è dato di capire, vedo un nesso con la Sinistra europea; assai meno scorgo una relazione con le primarie. La motivazione che le primarie hanno rappresentato una «grande esperienza di partecipazione» non mi pare sufficiente. Esistono tante altre esperienze altrettanto partecipate, che hanno, rispetto alle primarie, il vantaggio di non incontrare le gravi riserve espresse da tanti compagni nei riguardi dello strumento delle primarie.
Dicevo che vedo un nesso tra la Sinistra europea e la sinistra di alternativa, ma mi pongo una questione. Sappiamo tutti molto bene che sul Partito della sinistra europea sussistono punti di vista e valutazioni assai differenti nel Partito e fuori dal Partito. Perché allora scegliere questo criterio di riferimento? Lo capirei se non ce ne fossero altri, ben più inclusivi e fondamentali.
Quali? Quelli che da sempre tutti noi abbiamo assunto per definire l’idea stessa di «sinistra di alternativa»: il rifiuto della guerra e l’opposizione al neoliberismo. Ritengo dunque che questi e non altri dovrebbero essere i criteri per individuare i soggetti destinati a partecipare alla costruzione della sinistra di alternativa.
Insomma, penso che per costruire una sinistra di alternativa vasta e coesa basti la «cosa» (appunto queste due discriminanti programmatiche); mi pare invece eccessivo e controproducente (perché escludente) pretendere di determinare anche l’«interpretazione autentica» della cosa: quella che ieri Bertinotti ha definito come la «cultura politica comune» che i soggetti da coinvolgere in questa impresa dovrebbero avere, e che sarebbe caratterizzata precisamente dall’adesione al Pse e alle primarie.
Cari compagni, lanciamo piuttosto una proposta unitaria sul progetto politico! Non pretendiamo di discriminare le motivazioni e le identità! Se avessimo preteso di sindacare le culture, non avremmo fatto questo nostro Partito, che è nato prima di tutto come un esperimento di ibridazione di culture e di esperienze diverse. Non troverei accettabile, per esempio (ma è solo uno dei tanti esempi possibili), fare intervenire i temi della Sinistra europea e delle primarie (ed eventualmente farne discendere veti) nella nostra interlocuzione con il movimento contro le basi militari Usa e Nato che ha ottenuto la grande vittoria de La Maddalena. Che senso avrebbe? Questo modo di procedere non ci impoverirebbe tutti? E non indebolirebbe il progetto che stiamo discutendo? Rivolgiamoci, invece, a tutte le soggettività che si battono contro la guerra e contro il neoliberismo, che restano purtroppo cifre caratterizzanti dell’attuale fase politica e storica!
E contemporaneamente prestiamo la massima cura per chiarire a tutto il corpo del Partito che la costruzione della sinistra di alternativa non minaccia in alcun modo l’autonomia del Partito della Rifondazione comunista, che va invece rafforzata.
A questo riguardo non posso non osservare che si moltiplicano i segnali di una crisi organizzativa, partecipativa e di crescita del Partito che sarebbe pericoloso sottovalutare. Segnali che chiedono di essere indagati con la massima attenzione, nella consapevolezza che il contributo di Rifondazione comunista è, oggi più che mai, indispensabile per portare il Paese fuori dal berlusconismo e per ingaggiare una lotta efficace in difesa di quei valori politici che noi tutti riteniamo irrinunciabili: a cominciare dalla pace e dai diritti del lavoro.

Quest’ultimo accenno ai diritti del lavoro mi offre l’opportunità di passare alla seconda questione che vorrei brevemente discutere: la questione del programma.
Considero importante l’enfasi posta ieri dal Segretario sull’esigenza di costruire il programma del Partito. Accanto a questo tema (e intrecciandosi con esso) si pone il problema del programma dell’Unione, che concerne concretamente il nostro immediato futuro politico. Su di esso intendo concentrarmi.
Il Segretario ci ha detto che «al riparo dai riflettori» vengono producendosi, nel lavoro svolto dai tavoli dell’Unione, risultati «incomparabilmente migliori» rispetto a quanto appare dalle esternazioni dei dirigenti dell’Unione, fortemente segnate da una corsa al centro. Ne prendiamo atto.
Ma insieme chiediamo: perché non se ne sa nulla?
Potrei notare che questo percorso si compie all’insegna di quella separatezza del ceto politico che qualche compagno, nelle polemiche congressuali, ha inteso presentare come un implicito allegato della nostra pressante richiesta di porre il confronto programmatico al centro del rapporto con il centrosinistra (come se affermare la necessità di precisi impegni programmatici implicasse un determinato percorso per riuscire a sostenerli e a conquistarli).
Ma il punto è un altro: Bertinotti ha contrapposto questi «buoni risultati» del confronto tra le forze dell’Unione a quello che ha definito uno «sgangherato dibattito pubblico». Possiamo concordare su questa valutazione. Ma è plausibile che questo dibattito non rilevi, quando è a tutt’oggi l’unica manifestazione delle forze prevalenti dell’Unione, l’unica espressione per mezzo della quale tali forze fanno politica rivolgendosi giorno dopo giorno al Paese?
Mi limito a due temi chiave, perché condivisi da tutti noi già nel Congesso: in primo luogo la questione del ritiro immediato delle truppe italiane da Iraq e Afghanistan. Se c’è una cosa su cui le maggiori forze dell’Unione concordano è che «non si può fare come Zapatero». Nonostante il fosforo, nonostante che sembra che lo si sia usato anche a Nassiryia! E ieri Alfio Nicotra ha ricordato che – dipendesse da lui – Fassino non vorrebbe nemmeno manifestare contro la guerra!
Ci sono poi le leggi vergogna di Berlusconi. Abbiamo sempre detto di considerarne indispensabile l’abrogazione. Ma non possiamo fingere di non vedere qual è lo schema adottato dai maggiori partiti dell’Unione e dai loro leader. Questo schema recita così: una volta al governo, non potremo certo perdere tempo a cancellare tutte queste leggi. Si tratterà invece di «migliorarle». Da qui, per dirne solo una, vengono le disquisizioni dei Treu, dei Damiano, dei Bersani sulla «buona flessibilità», con buona pace di quella centralità del lavoro vivo e dei suoi diritti su cui si è soffermata la prima parte della relazione del Segretario, sulla quale concordo pienamente.

Chiudo quindi sulla questione delle politiche macroeconomiche.
Ieri Alfonso Gianni ha sottolineato le grandi difficoltà della nostra battaglia su questo terreno. Ha ragione! Saremmo degli irresponsabili se trascurassimo un contesto assai aspro. Ma ieri Bertinotti ha detto anche altro. Se ho ben capito, ha posto – per dirla con una battuta – un «paletto»: ha detto che non vi è, per noi, «alcuna possibilità di accettare una politica dei due tempi» (prima il risanamento, poi – eventualmente – una politica espansiva di rilancio dei redditi e della spesa); e ha posto tale assunto come un «punto di partenza» obbligato della politica economica del nuovo governo.
A me, in verità, pare che l’Unione si muova in tutt’altra direzione: che a tenere banco siano piuttosto i guardiani dell’ortodossia di Maastricht, con quanto ne discende sul piano delle strategie economiche. Ma che dire? Prendiamo atto dell’impegno assunto qui dal Segretario, e restiamo in attesa di verificare la concreta risposta che esso otterrà da parte dei nostri interlocutori politici.
Restiamo in attesa: ma certo, alla luce di quanto si è sin qui prodotto nella vicenda complessiva dell’Unione, non sapremmo definire questa attesa propriamente fiduciosa.