CPN del 22-23 aprile 2006, ntervento di ANDREA CATONE

L’analisi del governo Berlusconi, che nella relazione del segretario ci è stata proposta, insiste essenzialmente su rilevanti elementi sovrastrutturali: un disegno reazionario volto a “una modificazione genetica dei tratti peculiari della democrazia partecipativa così come li abbiamo conosciuti in questo dopoguerra”. Non si deve tuttavia rimuovere l’analisi delle classi e degli interessi di classe rappresentati – sicuramente non in modo diretto e immediato (sarebbe troppo facile così la lotta politica!) – dagli schieramenti politici. Quali classi o frazioni di classe rappresenta la Casa delle libertà? E quali l’Unione? In modo inevitabilmente schematico, Berlusconi rappresenta, oltre che i propri personali, gli interessi di una frazione di un nuovo capitalismo italiano, aggressivo e rampante, fuori o contro le regole del gioco su cui si era sviluppata la grande borghesia all’interno dello Stato italiano e del progetto politico europeista. Non è un caso che contro di lui e il suo governo si siano schierati non solo i movimenti di massa operaio e contro la guerra (primavera 2003), ma anche i cosiddetti “poteri forti” della grande industria e della grande finanza italiani ed europei, che hanno mobilitato anche i loro organi di informazione (dall’Economist fino al Corsera) e si sono apertamente espressi per una vittoria della coalizione guidata da Prodi. Il quale rappresenta il grande capitale europeista, che richiede regolamentazione e rispetto della legalità – delle sue regole e della sua legalità – per la regolazione della spartizione dei profitti all’interno del sistema capitalistico nel complesso e mal tollera gli outsider come Berlusconi.

Nella nuova epoca apertasi con la fine dell’URSS e la “globalizzazione” capitalistica, con la guerra commerciale e militare per la rispartizione di mercati e aree economicamente e politicamente strategiche, il capitalismo italiano non ha risolto il problema della forma politica istituzionale più adeguata alla nuova situazione e capace di mediare al meglio tra le diverse frazioni del capitale: il passaggio al sistema elettorale maggioritario tendente al “bipolarismo” – primo grande vulnus alla costituzione repubblicana attuato da quelle stesse forze politiche con le quali oggi il PRC è in coalizione – se costringeva l’opposizione di classe a cercare alleanze per non scomparire come forza parlamentare, non risolveva però il problema della conflittualità interna alle frazioni borghesi, che non trovano ancora un loro assetto stabile. Giustamente Bertinotti segnala la crisi della cosiddetta “seconda repubblica” (anche se ci si dovrebbe guardare dall’impiegare questa espressione, che sancisce la rottura con l’Italia nata dalla Resistenza), sui cui sbocchi dovremmo riflettere molto seriamente e operare per un ritorno allo spirito della costituzione democratica antifascista del 1947, senza cedere alla tentazione – come mi sembra vi sia in alcuni compagni – di legittimare il bipolarismo e il sistema maggioritario o di giustificarlo come fattore utile, solo perché questa volta ha consegnato al PRC un buon numero di parlamentari.

Il bipolarismo maggioritario modello USA, introdotto agli inizi degli anni ’90 in aperta violazione dello spirito della costituzione repubblicana del 1947 e perfezionato con l’ultima legge elettorale, non è stato introdotto per collocare ad un polo il capitale, la grande proprietà, i dominanti e, all’altro, il lavoro, i proletari, gli sfruttati, gli oppressi, ma per escludere l’opposizione di classe dalla rappresentanza politica o costringerla in modo subalterno a schierarsi all’interno di un polo.

Nello scontro tra due frazioni del capitale i comunisti e le forze della sinistra di alternativa hanno scelto – correttamente – di combattere il nemico principale in questa fase, rappresentato dal sovversivismo sregolatore e antistatalista di Berlusconi. L’Unione è stata prima di tutto un’alleanza per scalzare Berlusconi dal governo. E il buon risultato elettorale è soprattutto, in una situazione di emergenza democratica, il premio a questa scelta di unità, in cui PRC e sinistra di alternativa sono risultati determinanti per la vittoria, sia pur risicatissima.

Ma bisogna essere consapevoli del carattere di classe e, quindi, dei limiti dello schieramento dell’Unione per poter operare politicamente con lucidità e rigore in una situazione oggettivamente difficilissima. Il corposo programma dell’Unione, sottoscritto dalla maggioranza del PRC, nonostante rilievi critici di fondo dei compagni della seconda mozione e delle altre minoranze, è ampiamente inadeguato a risolvere, anche solo parzialmente, alcuni grandi problemi delle masse popolari in questo paese. Esso risente fortemente dell’impostazione ideologica e politica dell’Unione europea, che si può racchiudere nella formula di un capitalismo regolato e di un liberismo temperato, che un partito comunista non dovrebbe sottoscrivere e per la realizzazione del quale non è opportuna politicamente una partecipazione diretta al governo. Tanto più nella situazione determinatasi dopo il risultato elettorale, che consegna al senato una quasi evanescente maggioranza perennemente a rischio: il ricatto del ritorno di Berlusconi, sconfitto di esigua misura, ma certamente non sradicato dal suo insediamento sociale e politico, può essere usato dal grande capitale per imporre politiche economiche e sociali antipopolari. Non a caso alcuni compagni, come mi sembra di cogliere dagli interventi di Cremaschi e Voza, pongono il problema dell’autonomia non solo del sindacato – e ciò dovrebbe andare da sé – ma del partito stesso dal governo. Ma ciò diviene impossibile con una presenza diretta di rappresentanti del partito nel governo.

Se, con ministri comunisti al governo, in un governo blindato dal timore di un ritorno di Berlusconi, si cedesse alle pressioni già fortissime e insistenti di Confindustria, Fondo monetario, Commissione europea, Banca mondiale, che chiedono interventi rapidi e decisi per risanare i dissestati conti pubblici e favorire la ripresa dell’accumulazione capitalistica, mettendo in atto, in nome dell’emergenza economica, misure antipopolari, si disorienterebbero i lavoratori e gli sfruttati, molti dei quali, nella crisi economica, sociale e culturale che il paese attraversa – come è già accaduto in passato coi fascismi e anche in queste elezioni – potrebbero essere attratti dalle sirene reazionarie. Il contraccolpo sarebbe di una gravità estrema per la stessa tenuta democratica del paese, per non parlare della prospettiva del superamento in senso socialista del capitalismo, per la quale siamo sorti come partito politico e ci battiamo da 15 anni.