CPN del 22-23 aprile 2006 – intervento di MARILDE PROVERA

La cultura politica italiana è progressivamente scivolata, nel finire del ‘900, dal riconoscimento maggioritario dc, prima nell’aggressivo individualismo craxiano e poi nel berlusconismo esasperando nella cultura liberista l’individualismo e l’interesse gretto di piccoli gruppi che tendono a difendere il loro interesse immediato, indifferenti alle sorti del Paese e delle prospettive della collettività nel suo insieme sociale e ambientale. Tende a distruggere il riconoscimento in classe perché impone modelli e paure estranei alla reale condizione materiale delle singole persone. Svalorizza conclusivamente il lavoro prestato, produttivo, esaltando il valore dell’accumulazione di capitale a prescindere dalla sua origine e modalità. Solo nella lotta di fabbrica si ricostruisce tra i lavoratori la lotta di classe che però non trova un’immediata corrispondenza nel disegno politico di società più ampio e, così si richiude in fabbrica e nella rispondenza alla sollecitazione della sola organizzazione sindacale. Nel voto, infine, si astrae e laddove c’è minore maturità sociale e sindacale è preda delle ultime e più immediate suggestioni.
Questa devastazione culturale e sociale è registrata dal voto che batte Berlusconi (per fortuna) ma mantiene un blocco moderato centrista (berlusconiano, di cultura ex D.C. o di deriva centrista di parte dei Ds) molto forte.
Nel voto risulta evidente l’affermazione di un’altra Italia (percentualmente e in voto assoluto) della sinistra più radicale con un buon risultato di Rifondazione Comunista. Ci si attende da noi, una capacità di azione coerente con il voto espresso; per altro verso se un progetto culturale politico e sociale non si estende nella società, nel sentire profondo delle persone in carne ed ossa, si rischia di essere stretti nella sola azione governativa tra il cedere o il rompere, con disastrose conseguenze nella lettura dell’elettorato. In questo quadro non mi cimento sull’affermazione di “perseguire l’alternanza tra due modelli di governo come passaggio utile verso l’affermazione di un’alternativa di sinistra”, anche perché sarà condizionata da scelte non solo nostre. Ritengo invece indispensabile comprendere in cosa sostanziamo il nostro agire e il nostro modo di essere.
Diventa determinante definire come l’azione del Partito possa dispiegarsi, autonomamente dalle contingenze governative, nel rapporto con i movimenti quando sollecitano lotte e movimento, quando il riflusso annichilisce la capacità autonoma di organizzarsi della società.
In questa autonomia di elaborazione, di movimento e di lotta del partito e degli altri attori sociali, che sappia ricostruire anche con le nuove generazioni, oltre a prime concrete risposte immediate anche orizzonti e possibilità di spendersi, da battersi per un’”utopia realizzabile”.
Primo banco di prova che delineerà immediatamente in quale quadro ci si muoverà nel rapporto con le altre forze di Governo: la stesura della legge finanziaria, l’immediata attuazione del ritiro delle truppe dall’Iraq, la cancellazione della legge 30 e degli ammortizzatori sociali e la campagna sul referendum costituzionale.
Per tutto ciò diventa urgente e necessario ridefinire, sulla base del progetto politico che si intende perseguire lo strumento organizzativo: il Partito nel rapporto e nelle modalità di autonoma relazione: 1) con la sezione italiana della Sinistra Europea di cui è parte integrante, 2) con l’azione dei compagni che saranno impegnati e direttamente esposti nelle istituzioni.