CPN del 22-23 aprile 2006 – intervento di Marco Ferrando

Se Prodi ha battuto Berlusconi, il profilo complessivo dell’Unione segnato dalla benedizione dei piani alti di Confindustria, ha consentito a Berlusconi di conservare intatto il consenso innaturale di settori popolari e proletari, ben poco attratti da Romano Prodi e dalla memoria delle sue finanziarie nel nome dell’euro.
Il governo che ora si prepara minaccia di completare l’opera, offrendo a Berlusconi nuovi spazi di demagogia populista. L’annuncio di un’ulteriore manovra finanziaria basata sulla stretta della spesa pubblica, il ventilato aumento dell’Iva, il finanziamento alla missione militare in Afghanistan, sono l’ulteriore riprova, se ve n’era bisogno, che il Centrosinistra è quello di sempre: quello che insieme abbiamo combattuto per tanti anni come forza di opposizione; quello che ha già spianato la strada a Berlusconi nella penultima legislatura.

Eppure ho sentito qui nella relazione di Bertinotti che il nostro ruolo strategico è oggi divenuto “il presidio dell’alternanza”, perché l’alternanza non sarebbe più quella del passato. Parallelamente – immagino nel nome del “nuovo” – sento che voteremo l’annunciata manovra bis, che voteremo il finanziamento della missione in Afghanistan, che la nostra posizione sulla TAV in Piemonte è improvvisamente cambiata, che rispetteremo il “compromesso” sulla legge 30. E questo prima ancora che il governo si formi. Immagino il seguito. La mia sgradevole impressione è che il presidio dell’alternanza sia dunque semplicemente il presidio dei propri ministeri e della conquistata Presidenza della Camera, al prezzo della contrapposizione, di fatto, alle ragioni dei lavoratori e dei movimenti. E’ lo scambio che incassano soddisfatti il Corriere della Sera e un bel pezzo dei poteri forti. Ma temo abbia poco a che vedere con la rifondazione comunista.

Siamo dunque a una stretta di fondo. Non si risponde ai nostri argomenti riconoscendo il nostro “diritto al dissenso interno” al partito, come ha fatto qui Bertinotti. Perché la posta in gioco non è lo spazio “concesso” a Progetto Comunista, ma la ragione fondante del nostro partito nel rapporto con i lavoratori e i movimenti. E in ogni caso Progetto comunista non ha mai anteposto l’interesse conservativo di un proprio spazio alle ragioni dei lavoratori e del comunismo.

Anche per questo mi permetto di rivolgere un appello al partito, al mio e nostro partito. Siamo nati quindici anni fa come cuore dell’opposizione, contro l’Europa di Maastricht, contro l’alternanza, contro la concertazione. Non possiamo approdare quindici anni dopo, con un paio di ministri, nel governo di Prodi, dei massimi sacerdoti di Maastricht, dei massimi paladini della concertazione. O meglio, possiamo farlo ma non nel nome della Rifondazione comunista. Non nel nostro nome.

Sono io dunque a chiedere al partito e alla sua maggioranza dirigente di fare un passo indietro; di bloccare l’ingresso nel governo; di evitare la scissione con le proprie ragioni sociali; di andare finalmente a una verifica democratica interna sul programma dell’Unione. Sì, perché nessun congresso ha votato a favore della missione in Afghanistan, della TAV, di nuovi sacrifici. Né l’hanno votato i movimenti. Né mai vi sono state le sbandierate primarie di programma. L’ingresso nel governo è dunque privo persino di una formale legittimità democratica. E questo tanto più dopo che già un anno fa, ben il 41% dei compagni si era pronunciato contro l’ingresso al governo.

Chiedo in particolare ai dirigenti di Ernesto ed Erre di sostenere almeno questa richiesta elementare di democrazia, evitando la corsa all’omologazione.

Dopo di che, ognuno si assumerà alla fine le proprie responsabilità. E noi certo non ci rassegneremo alla dissoluzione in Italia di un’opposizione comunista e alla liquidazione della rifondazione.