CPN del 22-23 aprile 2006, intervento di CLAUDIO GRASSI

Intervento di Claudio Grassi – Comitato Politico Nazionale 22-23 aprile

Molte valutazioni sul risultato elettorale le abbiamo già fatte nell’ultima riunione della Direzione Nazionale. Cerco qui di analizzare i punti che mi paiono più significativi.
La soddisfazione per aver sconfitto Berlusconi non può esimerci da una seria riflessione sul fatto che la vittoria sia avvenuta di misura, grazie al nuovo sistema elettorale e al voto degli italiani all’estero: due fattori, questi ultimi, che avrebbero dovuto penalizzare l’Unione e che invece, paradossalmente, l’hanno fatta vincere. È indubbio che, oltre ad essere di misura, è stata una vittoria rocambolesca.
Se è vero che con il 51% in un sistema maggioritario e di alternanza si ha il diritto di governare, è altrettanto vero che, con questi numeri, ciò non sarà affatto facile.
Rimane poi da capire come questa rimonta sia stata possibile: nessuno di noi lo aveva previsto ed era talmente lontano anche dalle aspettative del centro-destra che alcuni loro esponenti politici avevano accettato come veritieri i primi exit pool.
Tantissimi, che anche tra noi, commentando le esternazioni di Berlusconi delle ultime settimane di campagna elettorale, avevano parlato di un politico allo sbando, devono riconoscere di avere sbagliato.
Non dimentiachiamoci anche che negli ultimi giorni della campagna elettorale l’Unione era riuscita ad incassare l’appoggio del Corriere della Sera e della Confindustria: fattori che avrebbero dovuto rendere ancor più schiacciante la vittoria.
Così non è stato. Perché questo recupero? Come è stato possibile, dopo cinque anni di Governo così disastrosi soprattutto in campo economico con un paese a crescita zero e con un peggioramento pesante delle condizioni di vita e di lavoro? E dopo una serie ininterrotta di sconfitte elettorali, dal 2002 in poi, del centrodestra?
Io credo che non vi sia stato solo un errore di cattiva gestione della campagna elettorale; certo, anche quello: la partita delle tasse, per esempio, è stata gestita malissimo. Da un lato è penetrato il dubbio che si toccasse anche il piccolo risparmio, dall’altro lato si è data l’impressione di aver paura, di subire e si è balbettato, per esempio, sull’eliminazione della tassa di successione: Prodi aveva ipotizzato la sua reintroduzione solo per i grandi milionari, quindi quasi nessuno, finendo per dare ragione a Berlusconi: se era effettivamente per così pochi tanto valeva toglierla!
Berlusconi negli ultimi giorni di campagna elettorale ha proposto di togliere l’Ici e la tassa sui rifiuti, Prodi ha proposto di ridurre il cuneo fiscale, ma in pochi hanno capito di cosa realmente si trattasse. Ritengo che in questa scarsa capacità di chiarezza e di replica da parte di Prodi, si sia manifestato anche un problema che ci parla del dopo: la riduzione del cuneo fiscale, infatti, non è mai stata proposta chiaramente come strumento di innalzamento dei salari molto probabilmente per il fatto che è forte la richiesta di Confindustria che la richiede a totale vantaggio delle imprese. Voglio dire che in questa mancanza di chiarezza si è manifestata l’incertezza sull’indirizzo che il futuro governo dovrà assumere a proposito di importanti scelte di carattere economico.
Ma – dicevo – non c’è solo questo, una campagna elettorale gestita non nel migliore dei modi. C’è qualcosa di più profondo che mi fa dire che dobbiamo andare cauti nel sostenere la fine di Berlusconi e con esso del berlusconismo.
Viviamo nella società della paura, dell’incertezza, dilaga la sindrome dell’invasione delle merci cinesi che sarebbero la cuasa della chiusura delle fabbriche e dei migranti che verrebbero “a rubarci il lavoro”. A questi fenomeni la destra dà risposte sbagliate, terribili – basti pensare al manifesto di Pera – oppure impraticabili, come l’introduzione dei dazi o la chiusura delle frontiere. Tuttavia queste risposte incrociano consensi nella loro rassicurante semplificazione e ci dicono quindi, purtroppo, quanto siano penetrati nel profondo valori di destra da cui Berlusconi, Lega Nord ed An hanno attinto.
La destra si è confermata maggioritaria in quasi tutto il Nord e si è ripresa tre regioni importanti come Piemonte, Lazio, Puglia; solo per un soffio ha mancato la Campania.
Insomma, una elezione che doveva segnare la dèbacle delle destre e di Berlusconi si è risolta con una vittoria di misura. Ne deduco che la sconfitta nella società delle idee di cui si sono fatti portatori Berlusconi e i suoi alleati è ancora tutta da conquistare.
Il fatto positivo è che nello schieramento opposto, nella contesa tra sinistra moderata e sinistra d’alternativa, viene premiata quest’ultima, in particolare Rifondazione Comunista.
Il nostro risultato ci dice una cosa che avevamo visto nel 1996: la condizione che ci viene richiesta per ottenere un consenso più vasto è l’unità. Il voto a Rifondazione Comunista è stato percepito come un voto utile sia per battere la destra sia per spostare a sinistra l’asse della coalizione.
Anche la differenza nei voti tra il Senato e la Camera non mi sembra così difficile da spiegare: innanzitutto ha pesato il fatto che al Senato quello di Rifondazione Comunista fosse l’unico simbolo visibile con la falce e martello; in secondo luogo alla Camera il voto alla lista dell’Ulivo, come già alle Primarie con Prodi, è stato considerato, dentro il voto utile, lo strumento più utile per sconfiggere Berlusconi. Il fatto che alla Camera il risultato dell’Ulivo sia stato superiore della somma dei voti di Ds e Margherita al Senato, molto probabilmente accelererà la costruzione del Partito democratico
Ciò ci deve indurre ad una riflessione su come, fuori da esso, dobbiamo organizzarci ed attrezzarci.
Continuo a ritenere che la risposta sia quella di rilanciare la costruzione della sinistra di alternativa e cioè l’unione di tutti quei soggetti che, lottando contro il liberismo e la guerra, sono d’accordo nel lottare per una alternativa di società e non per una semplice alternanza.
Solo l’insieme di tutte queste forze – quelle che, per intenderci, hanno sostenuto il referendum per l’estensione dell’articolo 18 – può ingaggiare una sfida seria con il partito democratico.
La Sezione italiana della Sinistra Europea, invece, non è in grado di raccogliere tutte queste forze; inoltre vedo il rischio che si attivi un processo di costruzione di una nuova formazione politica il cui risultato potrebbe essere – come già è avvenuto in Spagna con Izquierda Unida nei confronti del Partito Comunista Spagnolo – quello di depotenziare le possibilità di crescita di Rifondazione Comunista in quanto tale e al tempo stesso offuscarne il profilo culturale ed identitario.
Ritengo che un forte investimento congiunto sul Partito della Rifondazione Comunista e per la costruzione della più ampia sinistra d’alternativa sia l’obiettivo più forte da rilanciare oggi, a partire dalla costituzione immediata di forum parlamentari alla Camera e al Senato della stessa sinistra d’alternativa, che assieme dispone di una forza rilevantissima: circa il 30% dei parlamentari dell’Unione.
Ma il problema vero, sul quale avanzo una valutazione meno ottimista di quella di Bertinotti, è sulla prospettiva di questo governo. Non è in discussione la necessità di fare nascere il governo e di entrarvi; è la logica conseguenza di una scelta fatta dalla maggioranza di Rifondazione Comunista già prima del Congresso di Venezia. Anche se, per quanto ci riguarda, manteniamo le nostre critiche su come tutto questo è avvenuto. È in discussione, e il risultato elettorale così risicato pone ulteriori preoccupazioni in questo senso, la reale volontà-capacità riformatrice di questo governo. La scelta che si profila per il Ministro dell’Economia – Tommaso Padoa Schioppa – non è, da questo punto di vista, un segnale incoraggiante.
La situazione è quindi molto difficile. Devono arrivare risultati tangibili; la nostra gente deve percepire che stavolta si cambia davvero, altrimenti, come nel 1996, quell’entusiasmo iniziale si potrebbe logorare velocemente e trasformarsi progressivamente in diffidenza e contrarietà.
E il nostro partito potrebbe trovarsi in un vicolo cieco: dobbiamo fare tutto il possibile per evitarlo. Abbiamo bisogno quindi, sin da subito, di ottenere alcuni risultati concreti: la restituzione del fiscal drag, una riduzione del costo del lavoro che si traduca in aumento del salario, l’abolizione della legge 30, una politica estera di pace che ci faccia uscire subito dal pantano iracheno e che non segua gli Usa in questa escalation guerrafondaia nei confronti dell’ Iran.
Inoltre dobbiamo impegnarci per ottenere un buon risultato alle prossime amministrative e, soprattutto, per vincere il referendum sulla Costituzione che, in tal caso, oltre a ripristinare il vecchio testo, indebolirebbe lo schieramento di destra poiché causerebbe la progressiva autonomizzazione della Lega Nord dalla Casa della Libertà.
Assieme a questo il partito farebbe bene a sostenere, con maggiore convinzione di quanto non sia stato fatto fino adesso, l’iniziativa di raccolta firme per una nuova scala mobile. Dove questi banchetti vengono fatti, si raccolgono centinaia di firme. È un dato di fatto che da quando è stata tolta la scala mobile il potere d’acquisto di salari, stipendi e pensioni non è più riuscito a reggere l’aumento del costo della vita. Sappiamo che questo obiettivo non è nel programma dell’Unione e che nel Parlamento difficilmente ci saranno i numeri per far passare una legge di questo tipo. Tuttavia avere centinaia di migliaia di firme su questo obiettivo non può che aiutarci nella lotta che dovremmo fare dentro l’Unione per attuare una politica redistributiva che risponda a questi problemi.
Infine vorrei formulare a Bertinotti un augurio sincero per il suo futuro importante lavoro di Presidente della Camera. È un successo suo personale e di tutto il nostro Partito che vivo con estrema soddisfazione. Abbiamo attraversato in questi anni momenti di grande sintonia in passaggi difficili, penso al 1995 con la vicenda del governo Dini o al 1998 con la scelta dolorosa ma necessaria di non continuare ad appoggiare il governo di centrosinistra; e abbiamo vissuto momenti di aspro scontro e contrapposizione, penso all’ultimo congresso di Venezia. Tuttavia non si è mai determinato, almeno per quanto mi riguarda, uno stato d’animo che mi portasse ad essere indifferente alle nostre vicende. E quindi oggi sono contento tre volte: perché abbiamo battuto Berlusconi, perché il partito ha avuto un buon risultato elettorale e perché abbiamo la presidenza della Camera. Spero che tutto questo sia di stimolo, come ha detto anche Bertinotti nell’introduzione, affinché si apra nel partito una fase nuova che non azzeri le differenze – questo oltre ad essere impraticabile non sarebbe neanche giusto – ma che determini tra di noi un modo nuovo di stare insieme. Un clima nuovo. Siamo stati capaci, pur in presenza di rilevanti differenze, di gestire in modo comune e appassionato questa campagna elettorale, ovunque, in tutte le regioni, anche in quelle dove si era determinato un contrasto per le candidature; non vedo perché non dovremmo riuscire, continuando questo sforzo, anche a gestire assieme il partito, al centro come in periferia. Noi siamo pronti a farlo.