CPN del 22-23 aprile 2006, intervento di ALBERTO BURGIO

Intervento al Cpn del 22-23 aprile 2006
Alberto Burgio (Direzione Nazionale)

Condivido l’impostazione problematica che la nostra discussione sta dando all’analisi del voto. Si tratta di un risultato di grande rilievo, che ha determinato la rottura del quadro politico in cui si incardinava il governo delle destre. Ma anche di un risultato che non equivale ancora, di per sé, alla fine di un sistema di relazioni, di poteri, di orientamenti (il cosiddetto «berlusconismo»).
Questo risultato prezioso è maturato perché c’è ormai, nel Paese, la coscienza diffusa del segno profondamente reazionario del governo delle destre e del pericolo che una nuova vittoria di Berlusconi avrebbe rappresentato per le fasce sociali più deboli e per la stessa tenuta democratica del nostro Paese.
In questo contesto – che spiega l’affermazione dell’Unione – si è prodotto il buon risultato del Partito della Rifondazione Comunista: il nostro Partito è stato premiato – credo – soprattutto per il combinato disposto di due aspetti prevalenti: la scelta unitaria con le altre forze democratiche contro la destra, e la connotazione socialmente avanzata della proposta politica (in particolare sui temi della questione retributiva, della difesa dei diritti del lavoro, della pace).

Da questa premessa segue un giudizio chiaro, ma complesso: la vittoria politica importantissima (persino storica) va assunta come la base, la premessa per un formidabile lavoro politico-culturale nella società, in particolare nei settori sociali “ostaggio” della destra, egemonizzati dall’iniziativa ideologica populistica, dal razzismo, dalla paura e dall’ansia dello «scontro di civiltà», mobilitati dall’intervento carismatico del Capo provvidenziale e antipolitico, ispirati dall’individualismo proprietario e antisociale.
Questo implica sapere guardare alla società come a un grande cantiere per un lavoro di lunga lena, sul campo della politica e della cultura, della relazione sociale, persino dell’elaborazione morale.

Qual è il problema? È un problema tutt’altro che inedito, ma che si presenta oggi con connotati particolarmente acuti in conseguenza dei margini ridottissimi con cui si è concluso il confronto elettorale.
Certo, che si sia vinto per una manciata di voti e per effetto della legge-truffa voluta dalla destra non toglie nulla al fatto della cesura politica. Ma resta un dato rilevantissimo per leggere questa cesura, il contesto in cui si verifica, i compiti che impone.
In questo quadro si presenta, con caratteri estremi, un problema per noi classico: dobbiamo chiederci chi troviamo al nostro fianco per affrontare il lavoro della riforma politica, sociale, «intellettuale e morale» del Paese. Dobbiamo chiedercelo con spirito di verità, senza raccontarci una realtà più confortevole di quella effettivamente esistente.

A me pare che – se procediamo a una ricognizione sobria della situazione reale – dobbiamo dire che le forze preponderanti nel centrosinistra (le forze politiche e i poteri sociali che si sono loro affidati) si pongono in sostanziale continuità con il quadro di riferimento politico e ideologico dei governi dell’Ulivo: un quadro informato dal «neoliberismo temperato», perimetrato dalla fedeltà a Maastricht, dalla pratica delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni e, sul piano internazionale, dalla dottrina dell’interventismo democratico.
Nella sua relazione, il compagno Bertinotti ha parlato di «crisi del neoliberismo». Questa crisi è un fatto indiscutibile. È una crisi materiale, in primo luogo: le politiche neoliberiste falliscono sul piano economico e procurano crisi drammatiche sul terreno sociale e della direzione politica. Ed è anche una crisi culturale, nel senso che viene diffondendosi la consapevolezza della problematicità dei cosiddetti processi di globalizzazione, della loro ambivalenza e dei loro effetti perversi.
Ma stiamo attenti a non compiere l’errore razionalistico di identificare meccanicamente queste manifestazioni di crisi con un mutamento del quadro politico: capire che il neoliberismo genera conflitti e crisi non significa ancora voler cambiare rotta: si può decidere di perseverare, di rilanciare, di sfruttare tutti i margini persistenti di sfruttamento di un assetto delle forze e dei sistemi di riproduzione. Finché dura, naturalmente.
Dico questo perché leggo – come tutti voi – i giornali e quanto viene prodotto nei pensatoi della politica. E non colgo molti segni di un riorientamento delle politiche rispetto al quadro di riferimento che richiamavo prima, quando si parla di debito pubblico, di «buona flessibilità» o di virtù della concorrenza e della sussidiarità.
In questo contesto si comprendono facilmente le tentazioni di Grande coalizione (ieri leggevo di cinque voti ballerini in Senato, vicini a Follini e disponibili a offrire una scialuppa di salvataggio all’Unione: potremmo parlare al riguardo di «prove tecniche di Grande coalizione») per bloccare qualsiasi dinamica di cambiamento.

Tutto questo per dire che cosa? Che concordo con quanti hanno posto l’accento sull’importanza dell’apporto che Rifondazione comunista e le altre forze della sinistra di alternativa possono dare alla battaglia che si impone per mettere a valore il risultato elettorale e trasformare la vittoria numerica in una compiuta vittoria politica, radicata nella società.
La difficoltà della partita politica nella società e la problematicità del quadro politico nel contesto della stessa Unione conferiscono rilevanza al tema della sinistra di alternativa: ai processi di costruzione, nella società e nelle istituzioni, di pratiche condivise e di progettualità comuni.
È un tema per noi, da gran tempo, di primaria importanza. Considerati i tempi stretti, non richiamerò qui circostanze storiche, che documenterebbero questa affermazione. Mi pare più significativo concentrarmi su un dato elettorale che attesta la portata e la potenzialità politica di quest’area nel quadro delle forze sociali e politiche che fanno riferimento al centrosinistra (il che spiega i ricorrenti allarmi lanciati dalla grande stampa borghese per il pericolo di una egemonia della sinistra radicale sul governo nascituro).
La sinistra di alternativa totalizza oltre il 20% dell’Unione alla Camera, oltre il 23% al Senato; se consideriamo anche la sinistra Ds, queste percentuali salgono rispettivamente al 28,9% (alla Camera) e al 31% (al Senato). Questi numeri dicono della rilevanza di un’area politica che riflette un sentire diffuso e radicato nel Paese: il popolo della sinistra che condivide la priorità della lotta contro il liberismo e contro la guerra e che su questa base ha dato vita, nel corso degli ultimi anni, alle grandi mobilitazioni per la pace e per la difesa dei diritti del lavoro.

Da qui discende l’urgenza di una forte iniziativa per la promozione di forme di unità di azione politica della sinistra di alternativa. Io credo che ci siano due stelle polari a orientare questo percorso: la sua apertura (il suo carattere inclusivo) e la difesa dell’autonomia del nostro Partito.
Lo sforzo di coordinamento delle forze della sinistra di alternativa dovrebbe coinvolgere tutte le soggettività – Partiti, sindacati, movimenti, associazioni, giornali e cerchie intellettuali – che condividono le due istanze fondamentali a cui ho fatto riferimento (il no alla guerra e la lotta contro le politiche neo-liberiste).
Quanto alla salvaguardia – e al rafforzamento – dell’autonomia politica e organizzativa del Partito, non si tratta solo di legittimo patriottismo di organizzazione, ma di una istanza squisitamente politica. Mantenere e approfondire la prospettiva di classe che connota le nostre posizioni costituisce – per così dire – una eccedenza strategica che garantisce l’orientamento anticapitalistico della sinistra di alternativa e per ciò stesso mantiene aperto l’orizzonte dell’alternativa.

Del resto – e chiudo – le vicende di questi giorni mi pare attestino la necessità di tenere fermo, naturalmente aggiornandola, alla nostra strumentazione analitica. Penso all’offensiva dei poteri economici nazionali e internazionali (a cominciare dal Fmi, dalla Bce e dalla Commissione europea), volta a ottenere garanzie di continuità nelle politiche industriali e di bilancio. Penso alle pressioni dei massimi livelli degli apparati militari per ipotecare le scelte del futuro governo nel sistema delle alleanze e riguardo alla partecipazione italiana alle guerre in corso. Penso – infine – alla grande questione (purtroppo sottovalutata; quasi assente dal dibattito politico, a dispetto della sua centralità) della riforma costituzionale.
Non voglio lanciare allarmi, ma condivido le preoccupazioni di quanti temono che la volontà di rivalsa e la capacità di mobilitazione dell’elettorato mostrata dalla destra possano determinare – complice una insufficiente attenzione delle forze democratiche e della stessa sinistra – un esito favorevole alla conferma della controriforma. Ne seguirebbe non solo lo stravolgimento della Costituzione repubblicana e antifascista (nel senso di un passaggio a una sorta di principato plebiscitario) ma anche il marasma istituzionale (la delegittimazione politica e financo giuridica del Parlamento sortito dalle elezioni del 10 aprile). Anche su questo terreno l’esperienza, la cultura politica e la capacità di iniziativa dei comunisti costituiscono – credo – risorse necessarie alla battaglia per la difesa delle conquiste democratiche in questo Paese.