CPN del 22-23 aprile 2006 – documento di “Progetto Comunista – Sinistra del PRC”

Documento proposto da “Progetto Comunista-Sinistra del Prc”

L’Unione preserva il blocco sociale di Berlusconi
Il governo Berlusconi è stato battuto dal voto del 9-10 aprile nel quadro della legge elettorale imposta dal centrodestra. Ma il polo delle libertà mantiene intatto il suo blocco sociale di riferimento, comprensivo di consistenti settori popolari e anche operai. Le contraddizioni interne di quel blocco erano state approfondite dalla stagione di movimenti del 2001-2003, a partire dalla mobilitazione di classe a difesa dell’articolo 18. Ma quella stagione fu privata dalle sinistre italiane di una piattaforma unificante e di uno sbocco per perseguire un disegno di centrosinistra, di coalizione coi poteri forti. E l’Unione di centrosinistra attorno alla figura di Prodi – simbolo vivente di Maastricht, dell’euro, dei sacrifici – ha frenato e ricomposto le contraddizioni sociali del blocco reazionario, riconsegnando a Berlusconi fasce popolari e proletarie arretrate. Infine il programma dell’Unione e ancor più la sua gestione in campagna elettorale da parte del centro dell’Unione, che ha totalmente rimosso le ragioni sociali delle lotte per presentarsi come l’alfiere della Confindustria, ha consentito un ulteriore recupero berlusconiano. Laddove, in particolare, la promessa a Confindustria di 10 miliardi di Euro (riduzione del “cuneo fiscale”) ha fornito a Berlusconi una potente arma demogogica presso ampi settori piccolo borghesi e popolari attraverso l’evocazione dello spettro fiscale. Il risultato complessivo dell’Unione nella lotta al berlusconismo si è dunque rivelato fallimentare. L’alleanza delle sinistre con i poteri della grande industria e delle banche, non solo preclude ogni alternativa ma si è anche mostrata incapace di disgregare il blocco sociale reazionario delle destre.

Il secondo governo Prodi, un nuovo governo dei sacrifici
Il governo dell’Unione che oggi si annuncia, si presenta come governo delle classi dirigenti del paese, fortemente ipotecato da interessi e ragioni del grande capitale finanziario, italiano e europeo, in particolare della grande industria esportatrice e delle prime cinque banche del paese. Tutti questi poteri – parte integrante della costituzione materiale dell’Unione – chiedono oggi a Prodi di onorare la cambiale. Chiedendo in particolare il rispetto di quel risanamento finanziario dei conti pubblici che tutto il centro dell’Unione ha assunto come promessa centrale delle classi dirigenti. Oltre a quella nuova elargizione di risorse alla grande industria e alle grandi banche che attraversa l’intero programma economico dell’Unione: taglio del “cuneo fiscale”, riduzione fiscale su investimenti tecnologici e fusioni, nuova ondata di liberalizzazioni e privatizzazioni. Il combinarsi di queste richieste e di questi impegni ha una sola risultante obbligata: una nuova stagione di tagli alla spesa pubblica, di risparmio sulle pensioni, sulla sanità, sui trasferimenti pubblici agli enti locali.

Tanto più in un quadro di perdurante crisi economica, e in un contesto in cui lo stesso uso della leva fiscale (tassazione delle rendite) – già di per se minimale – è stato compromesso dallo scivolone dell’Unione in campagna elettorale ed è inibito dalla forza del Polo. Peraltro l’annunciata presenza nei dicasteri economici chiave del governo, dei massimi fiduciari della finanza capitalistica, interna ed europea (Padoa Schioppa) già campioni delle politiche dei sacrifici, sono di per sé una dichiarazione di programmatica inequivoca contro i lavoratori e le masse popolari. Ogni eventuale concessione d’immagine – quale ad esempio la cancellazione del lavoro a chiamata, che neppure i padroni utilizzano – sarà solo la copertura di fummo di questa politica antipopolare.

Parallelamente la stessa campagna elettorale ha rilevato la natura della politica estera del centro dell’Unione: dalle disponibilità di Prodi a sostenere un intervento contro l’Iran che fosse suffragato dall’Onu sino alla totale identificazione della politica israeliana e proprio nel momento della ripresa dell’aggressione criminale del sionismo contro il popolo palestinese (Gerico). Nei fatti l’intera politica estera dell’Unione si muove – come recita testualmente il programma dell’Unione – dentro l’“alleanza leale con gli Stati Uniti”, con la principale potenza capitalista e imperialistica del mondo.

Il Prc ostaggio di un governo della grande industria e delle banche
La subordinazione delle sinistre e del Prc a questo quadro di governo è la subordinazione delle classi dirigenti del paese. I ministri del Prc sarebbero ostaggio di un governo capitalistico e complici delle sue politiche generali. La stessa forma offerta della Presidenza della camera a Bertinotti ha l’unico fine di blindare il Prc nel governo e di corresponzabilizzarlo alle sue politiche. Ogni compromesso interno all’Unione si porrebbe all’interno del programma avversario. E’ oltre tutto proprio la blindatura coatta della maggioranza di governo, a fronte dei precari margini parlamentari e della pressione del Polo, esporrebbe il PRC e le sinistre a un ricatto permanete da parte dei liberali e di Prodi. Lo stesso silenzio del partito durante tutta la campagna elettorale e in queste stesse ore di fronte agli annunci di politiche di rigore finanziario preparano il silenzio di domani. L’accettazione del compromesso sulla legge 30 (cioè la rinuncia alla sua abrogazione) e la subordinazione alla Tav a Torino sono i primi messaggi rassicuranti all’Unione circa la lealtà governativa del Partito. Ma proprio la lealtà dell’Unione si configura come un tradimento delle ragioni sociali dei movimenti e di tante speranze che il partito ha raccolto anche nel voto. Nei fatti le sinistre e il Prc si candidano alla classica funzione di una socialdemocrazia: fare gli ammortizzatori sociali e politici delle misure controriformatrici dei liberali. E’ una collocazione che non ha nulla a che vedere con le ragioni di una rifondazione comunista.

Oltretutto questa corresponsabilizzazione al governo dell’Unione è tanto più avventurosa nel quadro dell’attuale fragilità degli equilibri parlamentari: le sinistre rischiano di essere coinvolte nel “lavoro sporco” del risanamento finanziario per essere poi scaricate, una volta spremute, a vantaggio di altre formule politiche. Formule diverse di unità nazionale non sono affatto inibite dal governo dell’Unione: ma possono capitalizzare in prospettiva la sua possibile crisi anticipata, incassando al contempo il suo lavoro antioperaio.

In ogni caso il governo dell’Unione è tutt’altro che un argine anti-Berlusconi. Al contrario proprio per le sue basi di classe e i suoi programmi offre a un Berlusconi ancora in piedi un ampio spazio di demagogia reazionaria populista contro l’alleanza tra sinistra e Confindustria. Tanto più nel momento in cui la corresponsabilità delle sinistre al governo regala a Berlusconi e alle peggiori destre il monopolio dell’opposizione.

Il necessario rilancio dell’opposizione di classe e la lezione della Francia
Progetto comunista-sinistra del Prc vede confermate le proprie analisi e la propria proposta alternativa. La linea di subordinazione delle sinistre al centro dell’Unione – portata avanti in questi anni da i gruppi dirigenti di tutta la sinistra italiana – ha ottenuto un solo risultato: contenere e disperdere le grandi potenzialità di una stagione di lotta, a scapito di un’alternativa e a vantaggio di Berlusconi. Oggi la continuità di quella linea strategica di centro sinistra – sino al “presidio dell’alternanza” teorizzato oggi da Bertinotti – porta ad un passaggio delle sinistre nel campo della borghesia italiana contro i lavoratori e i movimenti di lotta.

E’ necessaria dunque una svolta drastica di linea e di prospettiva.

E’ necessaria una sinistra che rompa col centro dell’Unione e unisca nell’azione le proprie forze attorno ad un programma di mobilitazione indipendente e che punti ad una soluzione operaia ed anticapitalistica della crisi italiana: contro Confindustria, contro la concertazione, contro un governo della Confindustria e della concertazione.

E’ necessaria una sinistra che impugni le rivendicazioni sociali più pressanti – l’aumento generale dei salari, l’abolizione della legge Treu e della legge 30, un vero salario sociale ai disoccupati, la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle industrie in crisi – lavorando in ogni movimento per l’unificazione del fronte di lotta su basi di piena autonomia.

E’ necessaria una sinistra che riconduca ogni obiettivo immediato di lotta ad una prospettiva di alternativa anticapitalistica, basata sul potere dei lavoratori e delle lavoratrici: perché solo la messa in discussione della proprietà privata della grande industria delle banche, solo il controllo operaio popolare delle leve decisive dell’economia, solo un’aperta prospettiva socialista può indicare un’alternativa vera, reale, non illusoria, ai mali di una società borghese in decadenza priva ormai di ogni capacità riformatrice. E viceversa ogni alleanza di governo con i partiti della borghesia non solo non spiana la via dell’alternativa, ma favorisce le rivincite della reazione.

Peraltro i fatti di Francia hanno demolito una volta di più la predicazione ideologica secondo cui l’opposizione di massa è testimonianza impotente e invece dal governo con i liberali si possono ottenere risultati. La verità è esattamente opposta. In Italia l’unione con i liberali ha preservato il blocco sociale delle destre e prevede il mantenimento delle leggi di precarietà. In Francia una rivolta sociale indipendente di milioni di giovani e lavoratori ha piegato in una lotta a oltranza il governo delle destre, ottenendo l’abolizione della legge De Villepin e per di più ha conquistato il consenso della grande maggioranza della società francese disgregando il blocco reazionario. E’ una lezione generale: solo da una base di autonomia e di opposizione, di dispiegamento dal basso della propria forza è possibile strappare risultati parziali e riaprire il varco di una vera alternativa.

Ogni rinuncia all’autonomia e all’opposizione regala risultati solo agli avversari dei lavoratori.

L’opposizione comunista è irrinunciabile, ed ha bisogno di un partito
In ogni caso la svolta di governo del Prc sul programma annunciato dall’Unione e la parallela accelerazione della costituente della sezione italiana della Sinistra europea, richiedono un’immediata e urgente verifica democratica e decisionale a tutto il corpo del partito.

La portata di questa svolta ha un carattere obiettivamente storico. Sancisce la dissoluzione di un’opposizione di sinistra in Italia. Impegna il Prc in un governo per la prima volta nella sua storia politica e per di più attorno a un patto di legislatura. Si combina l’avvio della dissoluzione organizzativa e simbolica del Prc entro un “nuovo soggetto” dichiaratamente non comunista e segnato da un profilo politico e culturale socialdemocratico progressista.

Consideriamo distruttiva questa scelta, per il Prc e per le sue ragioni, per le ragioni dei lavoratori e dei movimenti. E, in ogni caso riteniamo inaccettabile la sottrazione di questa scelta ad una verifica democratica presso tutti i compagni e le compagne del Prc. Il programma dell’Unione e l’ingresso nel governo sulla base di questo programma non sono stati oggetto di alcuna verifica democratica. Né nel Partito né, nelle sedi di movimento. Le stesse “primarie di programma”, a suo tempo annunciate, si sono rivelate un puro bluff. E’ dunque essenziale che i compagni e le compagne possano oggi liberamente decidere in una conferenza democratica dei delegati.

Un ingresso governativo del Prc sull’attuale programma dell’Unione, per di più combinato col rifiuto di una verifica democratica, sarebbe inaccettabile per una parte grande del partito, al di là di ogni passato steccato congressuale. E imporrebbe un nuovo cammino della rifondazione comunista.

Respinto a maggioranza con 7 voti favorevoli