CPN del 14-15 ottobre 2006 – Intervento di GIANLUIGI PEGOLO

La legge finanziaria è emblematica delle ambiguità che percorrono l’attuale maggioranza di governo. E’ certamente vero che attraverso la rimodulazione delle aliquote IRPEF e l’utilizzo del taglio al cuneo fiscale per incrementare gli assegni familiari si determina un processo di redistribuzione del reddito che va a beneficio soprattutto dei lavoratori a reddito medio-basso con famigliari a carico. Tuttavia, tale positivo intervento viene in larga misura contraddetto da altri provvedimenti. Se, infatti, si considera l’introduzione di tichets per il pronto soccorso e la diagnostica, la prevedibile crescita dell’imposizione fiscale locale a seguito dei provvedimenti assunti nei confronti degli enti locali o, ancora, l’incremento del bollo auto per alcune tipologie di autoveicoli e il possibile incremento dei valori catastali derivanti dall’attribuzione ai comuni delle nuove competenze, è assai probabile che alla fine i reali benefici in termini di reddito saranno molto contenuti. Inoltre, l’intervento nei confronti dello stato sociale è assai discutibile. Esso si traduce in una riduzione della spesa sociale, in tagli e oneri crescenti per gli utenti dei servizi. Ciò vale per la sanità e per gli enti locali – come si è detto – ma anche per la scuola ( dove si riducono gli alunni per classe, gli insegnanti di sostegno, le risorse destinate a università e ricerca). Per non parlare della previdenza, l’intervento sulla quale, stralciato dalla finanziaria, è rimandato all’anno prossimo. O, ancora, dei servizi pubblici locali che nel disegno di legge Lanzillotta, collegato alla finanziaria, si vogliono sottoporre ad un processo di liberalizzazione generalizzata. Su un altro versante, quello dello sviluppo, la vocazione liberista si esprime attraverso misure di politica industriale improprie. E’ il caso del taglio del cuneo fiscale che determina notevoli benefici finanziari per le imprese. A torto questo provvedimento è stato apprezzato anche a sinistra. Si tratta, infatti, di una misura per nulla selettiva – il fatto che sia destinata alle imprese che occupano lavoratori a tempo indeterminato non fa venire meno la sostanziale assenza di selettività – che è destinata a ridurre il costo del lavoro, rafforzando tendenze poco virtuose già presenti nelle strategie imprenditoriali.
Vi è inoltre da fare una considerazione generale relativa all’impostazione monetarista della manovra. Come è noto, la manovra, in continuità col DPEF, prevede una crescita del PIL molto contenuta: l’1,7% alla fine del quinquennio. Ciò significa che essa comporta effetti recessivi provocati dal contenimento della spesa, a sua volta perseguito per ridurre il debito. Questa impostazione, oltre a pregiudicare lo sviluppo, alimenta l’iniquità sociale, in virtù di una propensione esplicita a ridurre la spesa sociale. Ben altro avrebbe dovuto essere l’ispirazione generale. Come hanno sostenuto autorevoli economisti occorreva muoversi nella direzione della stabilizzazione del debito per sostenere la redistribuzione del reddito e lo stato sociale, al fine di garantire equità sociale e sostenere la domanda interna.
Ad ogni modo, l’aspetto politicamente più rilevante è lo scarsissimo consenso che la manovra sta ottenendo. E’ un elemento sul quale riflettere attentamente perché i pericoli per il governo di centro-sinistra sono evidenti. Si sta infatti formando uno schieramento che accomuna grandi imprese, fasce del lavoro autonomo e anche settori del lavoro dipendente che esprimono una profonda insoddisfazione. Questa situazione fa poi il paio con l’estrema fragilità di questo governo che non dispone di una maggioranza al Senato. La possibilità che si esca da una situazione di stallo ricorrendo all’allargamento della maggioranza o , peggio, dando vita ad un governo di larghe intese è tutt’altro che remota. In entrambi i casi dovrebbe essere evidente il rischio di una evoluzione in senso moderato dello scenario politico. A fronte di questi rischi il nostro partito dovrebbe agire in due direzioni; rafforzando la sinistra di alternativa e sviluppando una incisiva iniziativa sociale, ma di tutto ciò non vi è traccia nella proposta politica avanzata dalla maggioranza del partito. Essa si sostanzia nella costruzione della Sinistra Europea. Con ciò non solo si circoscrive il perimetro di una possibile alleanza ad una parte l’imitata della sinistra di alternativa, ma si prevede anche la costituzione di un nuovo soggetto politico, a metà strada fra un partito e una formazione plurale. L’effetto pratico di una simile scelta sarebbe, da un lato, quello di eludere la necessità di un sufficiente contrappeso alle propensioni moderate delle parti maggioritarie dell’Unione e, dall’altro, quello di attivare un processo di superamento di Rifondazione Comunista per approdare ad una formazione di identità non precisata oscillante fra la socialdemocrazia e il radicalismo. La maggioranza del partito assicura che il processo non metterà in discussione l’autonomia di Rifondazione comunista ma c’è da essere dubbiosi. La scommessa sulla quale si regge l’operazione è, infatti, quella di raccogliere le forze della sinistra DS in uscita nel momento in cui si costituisse il Partito Democratico. Se ciò si realizzasse l’identità del nuovo soggetto politico sarebbe segnata dalla entrata di forze di una certa consistenza – almeno a livello parlamentare – che considerano il riferimento socialista come una condizione irrinunciabile. Dal che ne deriva che la nuova formazione dovrebbe superare definitivamente ogni riferimento al comunismo. Sul piano organizzativo gli effetti non sarebbero meno preoccupanti dato che alla luce di alcune anticipazioni – la possibilità di adesioni individuali, l’obiettivo di superare entro il 2008 la struttura confederale classica per giungere ad una struttura più omogenea, la scelta di dar vita anche sul territorio a strutture organizzative ad hoc ( le case della sinistra europea) – sarebbe molto difficile mantenere in vita Rifondazione comunista come soggetto autonomo. Beninteso, vi è un’altra possibilità e cioè che il processo abortisca, nel qual caso ci troveremmo di fronte a Rifondazione Comunista con alcune appendici. Ma in tal caso non avrebbe senso parlare di un nuoivo soggetto politico e si riproporrebbe la questione del rafforzamento di Rifondazione Comunista, in quanto tale. In ogni caso, questa operazione – che ricalca vecchi tentativi già sperimentati a sinistra di alienare la propria identità per aggregare altre forze – presenta un limite fondamentale. Essa presuppone che esista lo spazio in uno assetto bipolare per una dialettica fra sinistra moderata e sinistra radicale, cosa che è tutta da dimostrare, dato che in tale condizione è assai più probabile che abbia molte più chances una formazione moderata che meglio interpreta la logica bipolare. Per questo il progetto della Sinistra Europea è ad alto rischio. Un azzardo destinato a mettere in fibrillazione Rifondazione Comunista senza che si sia profilata una alternativa credibile.