Così muore uno scrittore

Sergio Citti, morto pochi giorni fa, era uno dei migliori amici di Pier Paolo Pasolini, aiuto regista in alcuni dei suoi film e fratello di Franco, il protagonista di Accattone. Pochi giorni dopo la morte di Pasolini va all’Idroscalo, raccoglie testimonianze e gira un filmato riprendendo tutti i particolari del luogo del delitto. Un filmato che non si può vedere, almeno per il momento, perché è stato assunto agli atti dalla magistratura. Adesso, non allora. Come allora non fu mai interrogato Sergio Citti, che avrebbe avuto qualcosa da dire. Avrebbe parlato di un furto, quello di alcune “pizze” del film Salò o le 120 giornate di Sodoma.

In gergo si chiamano pizze, e sono quei grandi contenitori di metallo in cui stanno arrotolate le pellicole dei film. Un giorno ladri rimasti ignoti entrano negli stabilimenti della Technicolor, una delle ditte di sviluppo più importanti di allora, e rubano le pizze di alcuni film. Tra queste ce ne sono alcune che appartengono a Salò. Il film su cui Pasolini sta lavorando, e che uscirà dopo la sua morte. È un danno grosso, che Pasolini rimedia montando i doppi, cioè le alternative alle scene che vengono girate con inquadrature diverse e tutto sembra finire lì.

Invece no. C’è un uomo che si chiama Sergio Placidi. Conosce Citti e gli comunica di sapere come è avvenuto il furto. A rubare le pizze è stato un gruppi di ragazzi che frequentano un bar nella zona di via Lanciani, dove vanno a ballare e a giocare a biliardo. Attenzione, perché c’è un particolare importante su quel bar. Sarà un caso, sarà una coincidenza, ma quello è il bar frequentato proprio dal protagonista di questa storia. Pino Pelosi, detto Pino la Rana, e dai suoi amici: i quali, tra l’altro, in tutte le loro deposizioni, sono concordi nell’affermare che quel ritrovo è di proprietà di un loro comune amico di nome Sergio.

I responsabili del furto sono disposti a restituire le pizze di Salò, però vogliono soldi, ne vogliono tanti, vogliono due miliardi. La cifra viene comunicata al produttore del film, Alberto Grimaldi, che naturalmente non ci sta, offre al massimo 50, 100 milioni, che pure in quegli anni sono molti, moltissimi. Ma i ragazzi incredibilmente non ci stanno e la cosa finisce lì.

Invece no, non ancora. Pochi giorni prima di quel 2 novembre, il giorno del massacro, i sedicenti autori del furto si fanno ancora vivi. È Sergio Citti che ce lo racconta, l’ha saputi da Pasolini. Chiamano il regista e gli dicono che si scusano, che non sapevano che ci fosse proprio il suo film tra le pellicole rubate e che glielo vogliono restituire.

Vedi, dice Pasolini a Citti, che tra i ragazzi delle borgate conto qualcosa, che mi vogliono bene, che mi rispettano? Ed è felice di questo, Pier Paolo Pasolini. Ma all’appuntamento non ci può andare subito. Sta per partire per Stoccolma, deve presentare la traduzione in svedese di una sua raccolta di poesie, Le ceneri di Gramsci.

A Roma ci torna la sera del 31 ottobre. Il giorno dopo, il primo novembre, i ragazzi lo richiamano. Quello stesso giorno Sergio Citti parla con Pasolini. Devono vedersi la sera tardi, perché stanno lavorando ad una sceneggiatura, ma Pasolini dice che non può. Prima deve andare a cena con Ninetto Davoli, al ristorante Il Pomidoro, poi deve vedere della gente. Deve vedere dei ragazzi. Quelli che vogliono restituirgli le pizze di Salò.

La testimonianza di Citti è a dir poco clamorosa. Come clamoroso è il fatto che in questi trent’anni nessun magistrato abbia sentito il dovere di interrogarlo. Adesso sappiamo perché Pasolini quella sera andò a Piazza dei Cinquecento. Non per rimorchiare dei ragazzi, ma per recuperare le pizze del suo ultimo film. E solo così i conti cominciano a tornare.

Non risulta che Pelosi e i suoi amici fossero dei marchettari. Loro stessi raccontano che quel sabato erano andati a ballare con delle ragazze al solito locale di via Lanciani e solo sul tardi avevano deciso di andare dalle parti della stazione per passare il tempo a divertirsi a guardare i “froci”. A guardarli, a provocarli magari, ma non ad andare con loro. La differenza è sostanziale. Perché non si è mai indagato a fondo su questo punto?

Non è vero che il gruppo di amici non conoscesse Pasolini. Su questo particolare tutte le loro testimonianze concordano. Tanto lo conoscevano che lo riconobbero subito, lo salutarono e fecero il gesto di stringergli la mano. Non è vero – come testimoniò “a caldo” Pelosi – che fu Pasolini a proporre ai ragazzi di salire sulla sua macchina. È vero invece il contrario. Furono loro a chiederglielo, insistentemente, ma il regista non si fidò, mise la sicura alla macchina, e sollevò il vetro quel tanto che basta per rispondere al saluto, evitando spiacevoli sorprese. Può essere questo l’atteggiamento di uno che è lì per rimorchiare?

Ma non basta. Uno di loro gli chiese di poter lavorare in un suo film e la sua risposta, sia pure in tono scherzoso, fu: “Tanto con la faccia da ladro che ti ritrovi”. Un altro gli chiese di poter fare con lui un giro in macchina, al che Pasolini replicò che non poteva farlo perché aveva un appuntamento. Dunque Pasolini aveva un appuntamento e tutto questo è contenuto nei verbali delle deposizioni ufficiali!

Da segnalare che, mentre succedono queste cose, Pino Pelosi è momentaneamente scomparso. I suoi amici sono unanimi nel testimoniare che lo rivedranno solo mezz’ora tre quarti d’ora più tardi, quando Pino La Rana andrà a riprendere le chiavi. Ma quando esattamente si è incontrato con Pasolini? E soprattutto, dove sono stati tutto quel tempo? La risposta a questa domanda è fondamentale.

Ancora. Che bisogno aveva Pelosi di riprendere le chiavi, se lui stesso dice che Pasoloini s’era impegnato a riaccompagnarlo a casa? E poi, possibile che della sua 850 (in realtà rubata, lui non aveva nemmeno la patente) ci fossero così tante chiavi?

Comunque sia, verso le 23.30 sono in vista del Biondo Tevere. Qui le testimonianze concordano. Sì, ma perché andare al ristorante se i due devono consumare un breve atto sessuale? E soprattutto, perché andare in direzione della Basilica di San Paolo, e poi di Ostia, se i due devono fare ritorno sulla Tiburtina? E tanto più che, successivamente, PAsolini deve tornare a casa sua, all’Eur? Non sarebbe molto più logico andare in un prato della Tiburtina, evitando di fare, tra andata e ritorno, non meno di centoventi chilometri invece della metà?

Finita la cena, poco dopo la mezzanotte, i due imboccano la via Ostiense. Pelosi è molto preciso su questo punto. Sì, ma chi conosce Roma sa benissimo che provenendo da viale MArconi o da San Paolo, per andare ad Ostia si prende la via del Mare. Se si sceglie l’OStiense in genere è perché si deve raggiungere qualche altra località: Acilia, Vitinia, Dragona.

E si potrebbe continuare a lungo. Viceversa, se si parte dal presupposto che Pasolini fu vittima di un agguato, tutti gli elementi del puzzle tornano come per incanto al loro posto.