Così l’Occidente scivola nel nuovo autoritarismo

C’è un denominatore comune tra l’incendio delle periferie parigine e quanto sta avvenendo sullo sfondo della «guerra contro il terrorismo» e la «barbarie islamista» scatenata dal presidente americano e dai suoi più fedeli alleati?
Parigi. Che cosa c’è all’origine della rivolta delle banlieues? Siamo – è sin troppo evidente – di fronte a una rivolta degli esclusi. Al di là del detonatore (la morte di due ragazzi inseguiti dalle forze dell’ordine), quel che accade in questi giorni a Clichy, a Saint-Denis e a Nanterre, ma anche nelle periferie di Lille, di Tolosa e di Marsiglia, ricorda da vicino l’incendio di Los Angeles, scoppiato nell’aprile del ’92 in seguito al feroce pestaggio di Rodney King da parte della polizia. Se questo è vero, nessuna manifestazione di meraviglia può essere presa sul serio. Le nostre metropoli sono sistemi piramidali e coerenti rappresentazioni della struttura sociale. Il centro (il vertice) è la sede del comando; via via che ci si allontana, si discende verso la base della piramide, habitat degradato dei più miseri. Non per caso la sociologia parla di marginalità. Le periferie sono terre senza legge, dove lo Stato si manifesta – quando si manifesta – con la ferocia delle gendarmerie in assetto di guerra. Ovunque è così, cambiano solo i dettagli. Chi dice che l’Italia non è la Francia, che Roma (o Napoli o Torino o Palermo) sono un’altra cosa, difende semplicemente la propria irresponsabilità, la propria intenzione di non farsi carico di un dramma sociale.
Come tutte le rivolte, anche questa naturalmente rientrerà. Ma si tratta del sintomo di un male profondo e minaccioso. Il Novecento dimostra che con le sofferenze del ventre delle società non si può impunemente scherzare. E questa è una lezione che le forze democratiche e la sinistra dovrebbero meditare, poiché è la destra che, dopo avere seminato i germi della violenza, ne incassa i frutti. Soprattutto quando il conflitto si etnicizza come accade in questi giorni in Francia, compiendo un salto di qualità difficilmente reversibile.
Ma se questo incendio è in primo luogo il sintomo del male degli esclusi, la reazione dei governi e delle classi dirigenti è il segno di qualcosa di ancora più allarmante. Da decenni (dagli anni Ottanta) la risposta è il pugno di ferro, la «tolleranza zero» che decretò le fortune politiche del sindaco Giuliani. In questa risposta non c’è solo autoritarismo, stoltezza e brutalità. C’è anche il marchio di una regressione storica che è la cifra di questi nostri tempi, in tutti gli ambiti della relazione sociale e politica. Ci si scaglia contro i sintomi perché non si è in condizione di affrontare il male. E si risponde con i muri, con le barriere, con il filo spinato, con lo stato d’eccezione (il governo francese ha dichiarato lo «stato d’emergenza», una misura adottata in passato solo durante la guerra d’Algeria). O, appunto, con la guerra.
Settant’anni fa, riflettendo sui contraccolpi della modernizzazione capitalistica, Gramsci scrisse che la borghesia rispondeva alla crisi serrando i ranghi, rovesciando la dinamica espansiva che le aveva consentito di assimilare parte dei ceti subalterni e resuscitando quella «logica castale» contro cui aveva fatto la rivoluzione. Oggi, sullo sfondo dei dirompenti effetti della mondializzazione capitalistica, sembra di assistere a un processo analogo. Nuovamente i centri si trasformano in fortezze. Il primo mondo sbarra gli accessi. I dominanti rispondono all’assedio con la coercizione e con la forza militare.
Questo è il tratto che – malgrado tutte le differenze – accomuna quanto accade nelle nostre città a ciò che le «grandi democrazie occidentali» stanno facendo nel Golfo e in giro per il mondo. Dico «nelle nostre città» non per caso. Perché, a guardar bene, c’è un aspetto che collega i fatti parigini anche al cosiddetto «caso Bologna». Anche a Bologna si è manifestata la sofferenza degli ultimi. Di migranti, poveri, marginali. E di giovani alle prese con un sempre più difficile inserimento. Anche a Bologna si è scelto di guardare il dito e non la luna che il dito indicava. Chiamando in causa un’idea ben povera di «legalità» (il diritto moderno nasce dalla coscienza che la legge positiva non esaurisce lo spazio della legittimità), si sono branditi manganelli e ruspe, strizzando l’occhio a una popolazione disorientata e impaurita.
Cosa c’entra la guerra? Il fatto è che l’11 settembre, a cui si fa risalire tutto quel che accade oggi (mentre altre sono le date davvero periodizzanti: il 1989-91; e tutto il decennio reaganiano che preparò i mutamenti epocali di quegli anni), sta funzionando come causa legittimante di una profonda mutazione degli ordinamenti giuridici, dei sistemi politici, delle culture collettive e del senso comune. Senza accorgercene, veniamo assuefacendoci a fatti che ancora qualche anno fa avremmo ritenuto impensabili. Sappiamo (e tendiamo a considerare normale) che Paesi democratici gestiscono reti di carceri segrete nelle quali la pratica della tortura è all’ordine del giorno. Che questi stessi Paesi organizzano rapimenti sul territorio di altri Stati sovrani. Che le Costituzioni democratiche e i principi fondamentali del diritto sono sistematicamente violati. Che decisioni cruciali vengono assunte dagli esecutivi senza il coinvolgimento dei Parlamenti. Che si ripristinano le giurisdizioni speciali (questo è il senso delle norme «anti-terrorismo», ma anche – a ben guardare – della Bossi-Fini e della ex-Cirielli). Dinanzi a questo paesaggio non vedere come la guerra stia penetrando nelle nostre società militarizzandole è pura cecità.
Certo le bombe e il fosforo bianco sono un’altra cosa. Ma la propensione alla brutalità delle polizie e di chi le dirige affonda le radici nello stesso terreno. Il capitalismo non è più in grado di governare né le società né i rapporti internazionali. Men che meno è in condizione di prospettare modelli credibili. Perciò reagisce con una violenza tipica di tutte le fasi di crisi organica. Si sbarazza dei sistemi di garanzia e di tutela. Blocca i canali di accesso alla cittadinanza. Scarica sul Sud distruzione e violenza. Che si tratti di risposte illusorie, di scorciatoie che non portano da nessuna parte, non significa che non si cerchi di praticarle.
Il risultato è che società si stanno spaccando. E in questo processo la politica rischia seriamente di cambiare volto. Non costruisce più mediazioni, non mette più in comunicazione tra loro bisogni e mentalità. Si riduce a funzione di comando, proprio (e non è certo un caso) nel momento in cui le popolazioni rispondono con una inedita consapevolezza della insostenibilità di questa forma sociale.
Va bene, allora, capire che il rischio-Parigi è generale. È giusto lanciare moniti e segnali di allarme. Ma certo non basta. Bisogna capire anche da dove sorge il rischio. Guardare all’orgia di privatizzazioni, allo sfascio dei sistemi di welfare, alla precarizzazione delle vite, alla prepotenza dei ricchi e dei potenti, alla geopolitica dei nuovi conflitti. Di questo i popoli pretendono che la politica si faccia finalmente carico, abbandonando l’illusione di guarire il male prendendosela con i suoi soli sintomi.